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RepIdee, Roberto Saviano: “La cronaca nera distoglie l’attenzione: ritroviamo la responsabilità”

Lo scrittore ospite della nostra seconda serata in piazza Maggiore: “L’opinione pubblica può trasformare la realtà: e lo fa quando sceglie. Ai governi piacciono i casi efferati perché spostano l’interesse altrove”
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BOLOGNA – “Essere legati a un giornale significa essere legati all’attenzione. Significa capire quotidianamente a cosa concedere il proprio tempo”, dice Roberto Saviano a una Piazza Maggiore gremita nella seconda serata di Repubblica delle Idee a Bologna.

In dialogo con Annalisa Cuzzocrea, strappando un applauso dopo l’altro, lo scrittore scuote le coscienze. “Sapete perché ci interessiamo così morbosamente all’omicidio di Chiara Poggi? Perché il caso Garlasco ci deresponsabilizza. La cronaca nera non ci chiede di mettere in discussione noi stessi. La domanda è: chi è stato?. Non: che cosa abbiamo fatto?”.

Che cosa abbiamo fatto lasciando annegare quasi cento persone al largo di Cutro «con 35 bambini morti tra le onde mentre gridavano mamma». Cosa abbiamo fatto dimenticando in fretta l’orrore di Amendolara, con quattro braccianti arsi vivi perché avevano detto di no a un sopruso. “In Chiara Poggi ci riconosciamo: potrebbe essere la nostra vicina di casa, un’amica, una cugina. Potremmo essere noi. Invece una storia di miseria, di violenza, di persone bruciate vive, una storia che dovrebbe aggrovigliarci lo stomaco, non ingaggia quella parte di noi che deve scegliere da che parte stare. Quella parte di noi che deve studiare per capire fino in fondo le cose”.

Se il sentimento del Paese fosse nella piazza di RepIdee, forse non potrebbe esistere un leader politico «che usa la parola remigrazione. Che non esiste: perché la parola è deportazione”. E come sempre accade al nostro festival, una serata si lega all’altra costruendo un racconto unico; mentre Saviano parla, riecheggia l’emozione che due sere fa ha commosso la platea mentre l’attore Lino Guanciale raccontava la storia di Alì, il bambino scappato dall’Afghanistan che ha dovuto inventarsi una vita dopo aver perso tutto.

Ricostruendo la vicenda di Amendolara, Saviano mette in guardia la piazza dal bombardamento di informazioni che azzera la possibilità di capire. “Pensiamo di sapere tutto, ma in realtà non sappiamo niente. Anche io sono caduto nel tranello e all’inizio ho creduto alla versione che mi avevano dato: una faida tra caporali. Ho scritto un articolo, ricostruendo attraverso il mio archivio le vicende simili del passato. Poi grazie a un sopravvissuto — uno che si è salvato perché con prontezza di riflessi è riuscito a rompere i finestrini dell’auto dentro la quale era stato chiuso prima che appiccassero il fuoco — abbiamo scoperto la verità”. Braccianti costretti a lavorare gratis in cambio di “un materasso in un tugurio e qualcosa da mangiare. Anzi, costretti a pagare, 5 euro, che non avevano, per ottenere la possibilità di lavorare senza paga nei campi”.

È sulla nostra disattenzione, ribadisce Saviano, che perdiamo “la capacità critica”. E la nostra etica. Una disattenzione figlia “del totalitarismo cognitivo: tante, troppe informazioni, così niente resta”. Saviano cita Ezio Mauro, che lo ascolta in prima fila, “un maestro che più volte mi sollecitava a dare nuove letture del Sud: così — mi diceva — lo inseriamo nell’agenda politica della settimana”. Si rivolge alla comunità di Repubblica raccolta a Bologna: “L’opinione pubblica può trasformare la realtà: e lo fa quando sceglie. Ai governi piace la cronaca nera proprio perché l’attenzione è altrove”. Non è dove dovrebbe essere il cuore.

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