Saviano: “Garlasco ci attira più della strage dei braccianti perché ci deresponsabilizza”

Saviano: “Garlasco ci attira più della strage dei braccianti perché ci deresponsabilizza”
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A Repubblica delle Idee lo scrittore parte dalla bramosia per la cronaca nera per ragionare della nostra società, delle situazioni che attirano e di quelle di cui ci dimentichiamo. “O si recupera la forza del giornalismo o la democrazia collassa”

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BOLOGNA – “Quello che ci vogliamo chiedere qui con voi è perché guardiamo Garlasco e non altrove?”: è la domanda con cui Annalisa Cuzzocrea accoglie sul palco di Rep Idee Roberto Saviano, per parlare de “L’inganno di Garlasco”. Dall’attenzione maniacale su quel fatto di cronaca nera a uno sguardo sulla società. Al razzismo, all’indifferenza, agli interessi economici. “Posso comprendere l’empatia con una parte dei lettori di cronaca verso l’innocente in carcere, ingenuamente può esserci questa sensazione che più si sta dietro” a questa vicenda “più si possa capire. Ma è esattamente il contrario. E’ intrattenimento”. E ancora: “Ho trovato persino Lino Banfi che dice: secondo me a uccidere Chiara è stata una donna. Chiunque può dire qualcosa. Ma questa è la fine dell’indagine, della competenza”. Cuzzocrea ricorda Cutro, il caporalato, lo sfruttamento. Vicende di cui non riusciamo sempre a parlare. Saviano dice: “Perché siamo più attratti più da una vicenda come quella di Chiara Poggi? Perché siamo immediatamente deresponsabilizzati”.

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Saviano racconta come sono andate le cose ad Amendolara secondo la testimonianza dei sopravvissuti. “Faida tra caporali. E’ importante capire cosa sta succedendo. Perché si continua a ignorare queste situazioni, perché questo disprezzo verso braccianti che tengono in piedi l’agricoltura italiana? Si vuole che restino schiavi. E’ una volontà precisa. Dietro i numeri dell’agricoltura italiana, i 69 miliardi dell’agroalimentare italiano, si nasconde una sovvenzione occulta. Il caporalato. La sovvenzione occulta per tenere gli schiavi in vita a lavorare nei campi e quindi mantenere il settore agroalimentare. Non avete mai visto dire una parola su chi raccoglie peperoni, mandarini, mele. Andrebbero contro la grande distribuzione”. Saviano cita Ezio Mauro, che è in prima fila in piazza Maggiore. “Ricordo più volte che Mauro mi sollecitava a dare nuove notizie e nuove letture del Sud: lo inseriamo nell’agenda politica della settimana, diceva. Dobbiamo fare un buon lavoro cosicché costringiamo al dibattito. Oggi, invece, si vuole prendere il flusso che decide l’algoritmo. Il potere oggi è il software, che lavora con dopamina e scrolling. Non ti impedisce di pensare, quello è il fascismo classico. No, non è così. E’ il contrario: ti tengo occupato il più possibile. Con le cose che ti piacciono. I gattini? Vai con un milione di gattini”.

E allora, dice ancora Saviano: “La forza del giornalismo era selezionare, dare tempo alla notizia, convincendo l’opinione pubblica a fare pressione sulla politica. A quel punto la realtà è trasformata attraverso l’opinione. O si recupera la forza del giornalismo o la democrazia collassa. Bisogna desaturare, scegliere cosa approfondire”. Ancora Saviano: “Tutti parlano di tutto. E lo segui perché ti fidi di lui, non della sua competenza. E questo comporta un meccanismo orrendo: se prende una posizione controversa, lo cancelli. La questione del social che porta a compiacere, a dire quello che non può generare conflitto, ha costretto una parte del dibattito politico, quella progressista, a regimentarsi, a essere spaventato”. In chiusura si apre il tema dell’odio, dell’importanza delle parole e di Vannacci: “Remigrazione. E’ come quando usiamo la parola infame per un collaboratore di giustizia. La parola remigrazione non esiste: la parola è deportazione. Vannacci gode del fatto che non ha un passato politico, non ha il livore comunicativo di Salvini. Non parla per convibcere, ma per portare i suoi a votare per lui. Non gli frega di essere uno statista. Lui vuole parlare a un pezzo già convinto di votare a estrema destra”.

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