BOLOGNA – Non credo nei boicottaggi e nelle messe a bando. Ma nel dialogo, nella democrazia, nel potere dell’empatia e nel confronto. Penso alla crisi degli ostaggi, che ha smosso profondamente le emozioni degli israeliani. Non è stata risolta dalla guerra: ma dalle trattative». Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, ieri a Bologna, ospite al Festival delle Idee de La Repubblica preferisce non commentare l’aspetto personale della petizione per escluderlo dal Festival letterario “Il Libro Possibile”. Ma l’autore di romanzi come “La simmetria dei desideri”, “Nostalgia”, “Le vie dell’Eden” — senza dimenticare “Tre Piani” e “Legami”, trasformati in film da Nanni Moretti — dice chiaro come la pensa: «Non credo nel cancellare, ammutolire, imbavagliare. Ma nell’importanza del confronto come mezzo per risolvere i conflitti. Sono in Italia perché voglio dar voce alla parte di società israeliana che crede nella pace. E passo alla prima persona: Io credo nella pace».
Lunedì ci siamo svegliati con …
BOLOGNA – Non credo nei boicottaggi e nelle messe a bando. Ma nel dialogo, nella democrazia, nel potere dell’empatia e nel confronto. Penso alla crisi degli ostaggi, che ha smosso profondamente le emozioni degli israeliani. Non è stata risolta dalla guerra: ma dalle trattative». Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo, ieri a Bologna, ospite al Festival delle Idee de La Repubblica preferisce non commentare l’aspetto personale della petizione per escluderlo dal Festival letterario “Il Libro Possibile”. Ma l’autore di romanzi come “La simmetria dei desideri”, “Nostalgia”, “Le vie dell’Eden” — senza dimenticare “Tre Piani” e “Legami”, trasformati in film da Nanni Moretti — dice chiaro come la pensa: «Non credo nel cancellare, ammutolire, imbavagliare. Ma nell’importanza del confronto come mezzo per risolvere i conflitti. Sono in Italia perché voglio dar voce alla parte di società israeliana che crede nella pace. E passo alla prima persona: Io credo nella pace».
Lunedì ci siamo svegliati con l’incubo di un ritorno alla guerra ad alta intensità. Ci ritroviamo a parlare di un accordo di pace che potrebbe essere firmato presto.
«Dopo questi tre anni orribili, dobbiamo dire basta alle tragedie: agli spargimenti di sangue, alle violenze. Mettere un punto a un trauma che riguarda israeliani, palestinesi, libanesi. E il solo modo per risolvere i conflitti è negoziare. Ci ho sempre creduto».
È possibile?
«Certo. Guardate a come avete ricostruito l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale: 80 anni fa eravate tragicamente nemici. Ora collaborate sul piano finanziario e culturale, avete abbattuto i confini. E pensate all’Irlanda, altro violentissimo conflitto, tormentato da bombe e uccisioni: anche quello sembrava destinato a non risolversi mai. E poi la guerra fra Egitto e Israele: mio padre l’ha combattuta nel 1973. Se all’epoca qualcuno gli avesse detto che un giorno saremmo stati amici dell’Egitto, avremmo potuto andare nel Sinai, stringerci la mano, sorriderci, avrebbe risposto: è impossibile. È la Storia a dirci di avere speranza per il futuro».
L’attuale governo israeliano ha fatto della guerra permanente la sua strategia politica.
«Non sono un analista, solo uno scrittore. Ma farò di tutto — scriverò articoli, scenderò in piazza, parlerò con la gente — affinché le cose cambino. Ed è possibile: fra quattro mesi ci sono le elezioni e non può esserci più spazio per certi personaggi. Gente come Itamar Ben-Gvir, l’ultra-religioso ministro della Sicurezza Interna, quello che si vede ridere nel video con gli attivisti della flottiglia sullo sfondo. Quelle immagini mi hanno fatto vergognare. Andava licenziato all’istante, è un un’onta per il Paese. Ciò detto, in questa tragedia non siamo gli unici attori: ma, certo, abbiamo bisogno di una leadership diversa, più empatica e con una prospettiva per il futuro. Le cose cambieranno, ne sono sicuro».
Tempo fa lei disse che Israele era di fronte a un dilemma morale: “Sconfiggere Hamas senza diventare come Hamas”. Dove siamo?
«La guerra cambia le persone. Ha un effetto sulla loro anima. Il compito degli artisti, degli scrittori, e offrire degli antidoti al dolore. Riportarli ai valori fondanti, quelli umani. Io ci ho voluto provare scrivendo un libro per bambini che parla proprio di negoziati. Quelli fra una bambina e il gatto che le ha sottratto una scarpa. I due imparano le lingue reciproche ascoltandosi: capiscono le rispettive esigenze e vulnerabilità. Negoziano e trovano una soluzione. Ma anche quel libro si è intrecciato al momento storico che viviamo».
In che modo?
«La pubblicazione ha coinciso con l’inizio della guerra con l’Iran. Così, invece che in libreria, l’ho presentato ai bambini del quartiere in un rifugio. Ma era importante leggerglielo in quel momento. I bambini crescono male in tempi di guerra. Hanno bisogno di strumenti per immaginare un futuro diverso. Purtroppo questa è una generazione che ha perso fiducia, lo vedo nelle mie stesse figlie che hanno 21, 19 e 15 anni. Mi ha molto turbato sentire la più grande chiedermi “ma papà davvero credi alla possibilità di una pace?”. La loro generazione ha disimparato la speranza. Per questo ho tre desideri: che questa guerra sia l’ultima. Non sarà facile ma è possibile. Il cambiamento politico ai vertici del mio Paese, e penso che è un’opportunità che a ottobre coglieremo. E l’augurio alle mie figlie e a tutte le donne di vivere in un mondo dove siano davvero tutte al sicuro».