Augusto, imperatore romano, era tormentato dalla
nictofobia: non tollerava i luoghi bui. Il suo collega Caligola soffriva invece di
ceraunofobia: era terrorizzato da tuoni e fulmini. Qualche centinaio di anni prima di loro, il padre della medicina Ippocrate aveva descritto un caso di
gefirofobia: il suo paziente aveva una paura irrazionale di attraversare i ponti. Assai più di recente alla piccola Amanda, il cui strano caso è stato accuratamente descritto sulle pagine di
Frontiers in Psychiatry, è stata diagnosticata la
tripofobia, il panico associato a un pattern ripetuto di fori, buchi o piccole protuberanze. Amanda, per dire, non può sopportare la vista del formaggio groviera. Può sembrare una sciocchezza, ma anche una così apparentemente bizzarra fobia può essere invalidante, e rovinare la vita di chi ne soffre.
Prima in classifica quella sociale
Le fobie, le paure patologiche e le repulsioni immotivate nei confronti di oggetti e situazioni, hanno insomma una lunga storia. Che non accenna a finire, al contrario: in Italia si calcola una prevalenza del 10% di individui che hanno avuto una fobia specifica nel corso della vita. In cima alla classifica c'è la
fobia sociale, cioè il disagio persistente che prende nelle situazioni conviviali, appesantito dalla paura del giudizio altrui. Ma è diffusa anche
l'agorafobia, la paura degli spazi aperti, o la
claustrofobia, quella degli spazi chiusi. E sempre più la
glossofobia, il terrore di parlare in pubblico, che secondo il sito specializzato in sondaggi YouGov sarebbe al terzo posto tra le paure più comuni tra gli abitanti del Regno Unito.
E poi c'è l'ansia
“Diversi studi indicano che i disturbi d'ansia, di cui le fobie sono parte integrante, sono in aumento nei paesi occidentali, soprattutto in quelle aree dove i cambiamenti sociali sono stati più intensi ed evidenti”, conferma Anna Maria Giannini, consigliera dell'Ordine degli Psicologi del Lazio e docente alla Sapienza di Roma. Ma se i numeri sono chiari, meno chiare sono le cause per le quali si scatenano. “Le fobie possono insorgere a qualunque età – continua Giannini – ma di solito compaiono in un periodo della vita in cui si è sottoposti a un forte disagio, malessere, stress. Tuttavia, molto raramente troviamo una correlazione tra l'oggetto fobigeno, cioè quello che scatena il panico, e una esperienza negativa accaduta in passato nella vita del soggetto”.
Non c'è relazione causa-effetto
Per dire: non tutti coloro che sono
aerofobici sono sopravvissuti a un disastro aereo e dunque, a buon diritto, hanno il terrore di prendere questo mezzo di trasporto. Così come non tutti coloro che hanno paura dei serpenti (gli
ofidiofobici) possono rintracciare nella memoria un episodio spiacevole legato a questi animali. Insomma, continua la psicologa, non c'è necessariamente una relazione causa-effetto tra oggetto e fobia. Perché le fobie, in realtà, catalizzano e convogliano su di sé altri tipi di malessere. E' uno spostamento, una condensazione di disagio le cui origini vanno cercate altrove. Chi è
cinofobico o
ailurofobico, cioè ha paura di cani e gatti, ha probabilmente un terrore inconscio non tanto dei quadrupedi in sé, quanto delle loro reazioni imprevedibili. Chi è
aerofobico, in realtà, più che con gli aeroplani ha un problema con il controllo e con la fiducia: mentre si vola si mette necessariamente la propria vita nelle mani di un pilota. “In questo senso, un approccio terapeutico a una fobia deve considerare l'intera storia di chi ne soffre, altrimenti il rischio è quello di spostare semplicemente la fobia su un altro oggetto, senza risolvere il problema”. Si smette di essere
aracnofobico, cioè si vince il disgusto verso i ragni, e si diventa magari
nosofobico, con il terrore di sviluppare una qualsivoglia malattia.
In associazione con gli attacchi di panico
In altri casi, una fobia può avere inizio in associazione con un attacco di panico. “Se mi trovo in una grande piazza deserta, e in quel momento, per tutt'altro motivo, provo un'angoscia inspiegabile e il terrore di morire, mi convincerò che il mio malessere sia collegato al fatto di essere in uno spazio vuoto, e darò a questa contingenza il nome di
agorafobia. I due fatti, che in origine non erano collegati, lo diventeranno. E tutte le volte in cui io mi troverò in uno spazio vuoto mi verrà un attacco di panico”, spiega ancora Giannini.
Pochi chiedono aiuto
A chiedere aiuto agli specialisti – psicologi, psichiatri – sono in realtà una minima parte dei fobici. Sebbene alcune fobie siano altamente invalidanti, l'approccio è soprattutto quello di evitare al massimo l'oggetto o l'azione fobigena, anche a prezzo di grandi sacrifici: si evitano gli aerei, gli ascensori, i luoghi bui... Ma non sempre basta. Alcuni agorafobici possono evitare di uscire di casa per anni, racconta l'esperta. Dunque, quando l'evitamento non è più possibile o impatta in modo drammatico con le proprie abitudini di vita, si richiede un intervento terapeutico che a seconda delle caratteristiche della fobia e del paziente può essere di diversi tipi. “Si può agire con la terapia cognitivo-comportamentale, con la psicoanalisi, con i farmaci, persino con la realtà virtuale nei casi, per esempio, di paura dei cani: in un ambiente non reale si familiarizza con gli animali finché non si riesce a dominare la paura”, conclude Giannini. L'importante è che si consideri il sintomo nella sua complessità, come catalizzatore di un problema più profondo, che va affrontato da tutte le angolature.