Internet cerca un senso. Il sesto

Il web che verrà si prepara a immaginare un universo di simulazioni sensoriali. Già prende piede l'8D audio che regala al suono una sensazione di spazialità. Ma è il tatto digitale il piatto forte: grazie a sensori da indossare sulle mani e micro manipolatori di molecole, saremo in grado di accarezzare un capo di velluto che si vuol acquistare online, "sentire" i profumi di una spezia e perfino gustare a distanza i sapori di un piatto. E non è fantascienza

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“L’illusione? Far passare una bugia per verità”. Lo raccontava spesso Marco Tempest, cyber illusionista svizzero, quando prestava servizio al Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ed era consulente creativo del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. E’ stato fra i primi ad usare la tecnologia per ingannare il nostro modo di percepire immagini e suoni attraverso gli altoparlanti e lo schermo dello smartphone o del computer

Un universo di simulazioni sensoriali
A sette anni di distanza da quelle dichiarazioni, l’Internet dei sensi è un tema tornato di moda grazie alla pandemia. E con lui un universo di simulazioni sensoriali: l’8D Audio, una manipolazione operata dagli algoritmi che impedisce alla mente di identificare da dove viene il suono regalando una sensazione di spazialità che va molto oltre la stereofonia, impazza fra Whatsapp e YouTube malgrado non sia certo un’invenzione recente; VrChat, realtà virtuale post Second Life dove le persone si incontrano sotto forma di avatar da pc o indossando un visore come l’Oculus visitando ambienti esotici, sta guadagnando popolarità e cresce a tripla cifra ad ogni weekend nonostante sia in giro dal 2014; infine Mark Cerny, l’architetto delle console Sony che, presentando le caratteristiche della PlayStation 5 in arrivo entro Natale, ha parlato del nuovo chip dedicato all’audio 3D e al controller aptico come capaci di "aprire le porte ad una serie infinita di nuove esperienze". Tatto e udito, secondo lui, fino ad ora sono stati sfruttati poco.

"Un nuovo web per il 2030"
Sembra un sogno che si avvera, almeno per i 12mila intervistati nell’indagine fatta dalla Ericsson a dicembre, intitolata “The Internet of senses”. Sparsi in quindici grandi metropoli del mondo fra le quali Bangkok, Londra, Mosca, New York, Shanghai, Stoccolma e Tokyo, hanno dichiarato di aspettarsi da qui al 2030 un nuovo Web. Grazie a sensori da indossare sulle mani e micro manipolatori di molecole, sperano saremo in grado di accarezzare un capo di velluto che si vuol acquistare online, inalare i profumi di una spezia e perfino gustare a distanza i sapori di un piatto cucinato da uno chef stellato. Idee fantascientifiche non proprio recenti, in parte le abbiamo viste i film come "Johnny Mnemonic" del 1995 tratto da un romanzo di William Gibson e ne "Il tagliaerbe" di due anni prima. Eppure stavolta potrebbero avere un futuro. A causa del coronavirus e delle sue probabili conseguenze a lungo termine sul “distanziamento sociale”, dalla realtà virtuale a quella mista fatta di ologrammi, sono tanti i campi che sperano in un’inaspettata fioritura. Ammesso che chi produce i visori, da Facebook ad Htc fino Microsoft e Magic Leap, riesca a cogliere l’occasione.  E poi, come diceva Cerny, ci sono tatto e udito ancora poco indagati.

Due anelli per comunicare
Le interfacce apriche sono di casa su smartphone e smartwatch, ma traferiscono forme molto rudimentali di sensazioni tattili. A Siena però la Wearable Robotics Technology (WeArt), nata e cresciuta dentro la “fabbrica di imprese” eNovia, ha sviluppato un sistema fatto di due anelli per comunicare dall’uno all’altro la grana di un foglio di carta come la scivolosità e la temperatura di una lastra di giaccio. “Stiamo dialogando con aziende nel campo medico, del commercio elettronico e della realtà virtuale”, spiega Guido Gioioso, uno dei cofondatori della startup. “Siamo in grado di campionare le caratteristiche di ogni superficie. Non è un “sintetizzatore” come quello della PlayStation 5 che riproduce alcuni effetti, ma l’equivalente di un “registratore”. La differenza è enorme”. Provando il sistema WeArt si resta sorpresi in effetti quando si riesce a saggiare ogni imperfezione di una tavola di legno. Una campionatura ancora grossolana, eppure decisamente più precisa rispetto al primo prototipo che avevano testato un anno fa. Bisogna ora vedere se qualcuno adotterà un sistema simile, che dovrebbe costare circa 300 euro, considerando la lunga lista di apparecchi che sono stati lanciati o finanziati senza però mai fare breccia fino ad ora.
 

I progetti finanziati
Senza rispolverare vecchie glorie del passato come la tuta Aura Interactor del 1994, più recentemente i sensori da indossare sulle dita della GoTouchVr hanno raccolto in finanziamenti poco meno di un milione di dollari nel 2016, il guanto della HaptiX  è arrivato a 16 milioni nel 2012 e quello stesso anno le tavolette a ultrasuoni che generano campi di pressione capaci di simulare oggetti solidi della Ultrahaptics, oggi UltraLeap da quando si è fusa con la Magic Leap, ha toccato gli 86 milioni. La pandemia poi ha portato la britannica Roto Vr, che produce una singolare sedia meccanizzata che ruota e vibra mentre si attraversano i mondi virtuali, ad incassare un assegno da due milioni di euro a inizio del mese. Tutti, ognuno a suo modo, lavorano sull’ingannare i sensi per farci sentire altrove ed espandere così gli spazi angusti di un appartamento.

Non è un'allucinazione, è realtà
“Immaginate di essere un cervello. Siete chiusi in un teschio d'osso e provate a capire cosa c'è là fuori nel mondo. Tutto quello che avete sono correnti di impulsi elettrici collegate solo indirettamente alle cose, qualsiasi esse siano”, ha spiegato in uno dei sui Ted Talk Anil Seth, neuroscienziato cognitivo, cofondatore del Sackler Centre for Consciousness Science all’Università del Sussex. “Così la percezione è il susseguirsi di supposizioni informate nella quali il cervello combina questi segnali sensoriali con le sue aspettative. Ciò che percepiamo quindi è l'ipotesi migliore di quel che c'è là fuori nel mondo. Se l'allucinazione è una specie di percezione incontrollata, allora anche la percezione è una specie di allucinazione ma controllata: le ipotesi del cervello sono tenute a freno dalle informazioni sensoriali esterne. In effetti, abbiamo tutti, continuamente, allucinazioni. E quando siamo tutti d'accordo sull'allucinazione, la chiamiamo realtà”.

Una realtà che potrebbe arricchirsi ora di illusioni sensoriali, bugie che diventano verità per tornare alle parole di Marco Tempest. Una realtà mista fatta di digitale e reale dove l’obiettivo e rendere sempre più difficile distinguere il primo dal secondo come avveniva nei film di fantascienza anni Novanta.