L’ultima l’ha combinata pochi giorni fa – sotto gli occhi sgomenti di Deborah Birx, immunologa ed esperta di salute pubblica, coordinatrice della task force della Casa Bianca per la lotta al coronavirus – quando ha suggerito che forse il SARS-CoV-2 si sarebbe potuto eliminare con la luce ultravioletta o, perché no?, trovando il modo di iniettare candeggina o disinfettanti nel corpo dei pazienti. In fondo sugli oggetti funziona, no? Poche ore dopo Donald Trump, con tutto lo staff della Casa Bianca al seguito, si è affrettato a smentire, sostenendo che la sua affermazione fosse sarcastica, ma ormai il danno era fatto. Secondo alcuni organi di stampa statunitensi, decine di persone, da New York al Maryland, hanno dovuto ricorrere a cure di emergenza per aver ingerito detergenti per la casa.
Ad aprile sparirà
Ma d’altra parte durante i mesi dell’emergenza da coronavirus il presidente americano ha inanellato una serie di svarioni da Guinness dei primati. Come il 10 febbraio, quando durante un comizio in Maryland in vista delle elezioni di novembre aveva candidamente liquidato la minaccia con un “pare che per aprile, in teoria, appena farà un po’ più caldo, sparirà, come per miracolo”. E un paio di settimane più tardi lo ribadiva, in conferenza stampa: “Sta scomparendo. Un giorno, come per miracolo, sparirà”, aggiungendo poche ore dopo che era l’ennesima truffa dei democratici per destabilizzarlo.
La ricerca? Denaro buttato
Poi però verso la metà di marzo – sostenendo di sapere “che era una pandemia ancora prima che la chiamassero pandemia” – implorava gli scienziati di accelerare i tempi per la realizzazione di un vaccino. E chiedeva insistentemente conferma ad Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseaes, costringendolo a contraddirlo. Così la Casa Bianca ha informato Fauci e gli altri scienziati che da quel giorno, prima di parlare, dovevano sottoporre tutti i loro interventi pubblici al vicepresidente Mike Pence. Il tentativo di imbavagliare la scienza – non una novità, invero – gli ha guadagnato un feroce editoriale di Herbert Holden Thorp, il direttore di "Science", ma non era che l’ultimo affronto. Come ricordava Holden Thorp, infatti, fin dal suo insediamento Trump non ha fatto mistero del fastidio che gli dà buttare denaro nella ricerca, riducendo di anno in anno i fondi a disposizione delle principali agenzie, dalla NASA alla NOAA, cui voleva azzerare i finanziamenti per gli studi sul cambiamento climatico, fino a quei National Institutes of Health cui chiedeva con tanta testardaggine di tirare fuori un vaccino dal cilindro.
Quando strizzava l'occhio ai no-vax
A proposito. Adesso guarda al vaccino come a una benedizione, ma c’è stato un tempo in cui – non era ancora presidente – Donald Trump strizzava l’occhio agli antivaccinisti. Quando l’inquilino della Casa Bianca era Barack Obama, il “genio mentalmente molto stabile”, come si è autodefinito un paio d’anni fa in polemica con la stampa, twittava ossessivamente a proposito della correlazione tra vaccini e autismo. Frasi impastate con il suo inconfondibile, esiguo vocabolario, come questa: “Un bambino sano va dal medico, viene pompato con una dose massiccia di molti vaccini, non si sente bene e cambia – AUTISMO. Molti casi così!” (28 marzo 2014). Poco importa che quella correlazione fosse stata ampiamente smentita da anni, e che fosse il risultato di un’unica ricerca fraudolenta. Per il futuro presidente degli Stati Uniti era oro colato, o forse solo merce elettorale, tanto da avvalorarla almeno una dozzina di volte tra il 2012 e il 2014.
Il riscaldamento globale: una truffa cinese
Un capitolo a parte lo merita il cambiamento climatico, che agli occhi di Trump ha un fattore sinistro e determinante in comune con la pandemia: la Cina. Se per settimane si è ostinato a chiamare the Chinese virus il coronavirus SARS-CoV-2, procurando parecchi mal di pancia persino al suo staff, il riscaldamento globale è “la truffa cinese” da sempre, un falso costruito da Pechino per “impedire all’industria americana di essere competitiva”. La fonte? Ma il suo ingombrante profilo Twitter, ovviamente, in data 6 novembre 2012. Poco più di quattro anni dopo, a meno di una settimana dall’insediamento, la truffa cinese è diventata il cavallo di Troia per dare il via libera a due nuovi oleodotti, e poi eliminare ogni riferimento al global warming dal sito della Casa Bianca, pretendendo che le agenzie per l’ambiente e per il clima si allineassero al nuovo corso. E nel giro di poche settimane insediava Rex Tillerson, ex amministratore delegato di ExxonMobil, una delle più importanti compagnie petrolifere del mondo, come Segretario di Stato e Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma con stretti legami con il mondo Oil&Gas, all’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA): il lupo a far da guardia alle pecore. Tempo un mese e Pruitt avrebbe dimostrato la sua riconoscenza con un’intervista alla CNBC in cui manifestava i suoi seri dubbi sulle responsabilità della CO2 di origine antropica nel cambiamento climatico, guarda caso.
Fuori dagli accordi di Parigi
Negli anni, il curriculum ambientale dell’Amministrazione Trump si è ingrassato via via con provvedimenti sempre più disastrosi, dall’allentare le regole sulla salvaguardia delle specie protette fino a rimuovere le leggi promosse da Obama in materia di emissioni inquinanti dei veicoli. Il resto è storia recente. Era il 4 novembre dello scorso anno quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente presentato alle Nazioni Unite i documenti per uscire dagli accordi di Parigi sul riscaldamento globale, per dare a dicembre un decisivo contributo al naufragio della Conferenza sul clima di Madrid.
Infine, è arrivato il coronavirus. Che ha dato inizio a una nuova, entusiasmante stagione dell’instancabile guerra di Trump con la scienza. E con il buon senso.
Ad aprile sparirà
Ma d’altra parte durante i mesi dell’emergenza da coronavirus il presidente americano ha inanellato una serie di svarioni da Guinness dei primati. Come il 10 febbraio, quando durante un comizio in Maryland in vista delle elezioni di novembre aveva candidamente liquidato la minaccia con un “pare che per aprile, in teoria, appena farà un po’ più caldo, sparirà, come per miracolo”. E un paio di settimane più tardi lo ribadiva, in conferenza stampa: “Sta scomparendo. Un giorno, come per miracolo, sparirà”, aggiungendo poche ore dopo che era l’ennesima truffa dei democratici per destabilizzarlo.
La ricerca? Denaro buttato
Poi però verso la metà di marzo – sostenendo di sapere “che era una pandemia ancora prima che la chiamassero pandemia” – implorava gli scienziati di accelerare i tempi per la realizzazione di un vaccino. E chiedeva insistentemente conferma ad Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseaes, costringendolo a contraddirlo. Così la Casa Bianca ha informato Fauci e gli altri scienziati che da quel giorno, prima di parlare, dovevano sottoporre tutti i loro interventi pubblici al vicepresidente Mike Pence. Il tentativo di imbavagliare la scienza – non una novità, invero – gli ha guadagnato un feroce editoriale di Herbert Holden Thorp, il direttore di "Science", ma non era che l’ultimo affronto. Come ricordava Holden Thorp, infatti, fin dal suo insediamento Trump non ha fatto mistero del fastidio che gli dà buttare denaro nella ricerca, riducendo di anno in anno i fondi a disposizione delle principali agenzie, dalla NASA alla NOAA, cui voleva azzerare i finanziamenti per gli studi sul cambiamento climatico, fino a quei National Institutes of Health cui chiedeva con tanta testardaggine di tirare fuori un vaccino dal cilindro.
Quando strizzava l'occhio ai no-vax
A proposito. Adesso guarda al vaccino come a una benedizione, ma c’è stato un tempo in cui – non era ancora presidente – Donald Trump strizzava l’occhio agli antivaccinisti. Quando l’inquilino della Casa Bianca era Barack Obama, il “genio mentalmente molto stabile”, come si è autodefinito un paio d’anni fa in polemica con la stampa, twittava ossessivamente a proposito della correlazione tra vaccini e autismo. Frasi impastate con il suo inconfondibile, esiguo vocabolario, come questa: “Un bambino sano va dal medico, viene pompato con una dose massiccia di molti vaccini, non si sente bene e cambia – AUTISMO. Molti casi così!” (28 marzo 2014). Poco importa che quella correlazione fosse stata ampiamente smentita da anni, e che fosse il risultato di un’unica ricerca fraudolenta. Per il futuro presidente degli Stati Uniti era oro colato, o forse solo merce elettorale, tanto da avvalorarla almeno una dozzina di volte tra il 2012 e il 2014.
Il riscaldamento globale: una truffa cinese
Un capitolo a parte lo merita il cambiamento climatico, che agli occhi di Trump ha un fattore sinistro e determinante in comune con la pandemia: la Cina. Se per settimane si è ostinato a chiamare the Chinese virus il coronavirus SARS-CoV-2, procurando parecchi mal di pancia persino al suo staff, il riscaldamento globale è “la truffa cinese” da sempre, un falso costruito da Pechino per “impedire all’industria americana di essere competitiva”. La fonte? Ma il suo ingombrante profilo Twitter, ovviamente, in data 6 novembre 2012. Poco più di quattro anni dopo, a meno di una settimana dall’insediamento, la truffa cinese è diventata il cavallo di Troia per dare il via libera a due nuovi oleodotti, e poi eliminare ogni riferimento al global warming dal sito della Casa Bianca, pretendendo che le agenzie per l’ambiente e per il clima si allineassero al nuovo corso. E nel giro di poche settimane insediava Rex Tillerson, ex amministratore delegato di ExxonMobil, una delle più importanti compagnie petrolifere del mondo, come Segretario di Stato e Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma con stretti legami con il mondo Oil&Gas, all’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA): il lupo a far da guardia alle pecore. Tempo un mese e Pruitt avrebbe dimostrato la sua riconoscenza con un’intervista alla CNBC in cui manifestava i suoi seri dubbi sulle responsabilità della CO2 di origine antropica nel cambiamento climatico, guarda caso.
Fuori dagli accordi di Parigi
Negli anni, il curriculum ambientale dell’Amministrazione Trump si è ingrassato via via con provvedimenti sempre più disastrosi, dall’allentare le regole sulla salvaguardia delle specie protette fino a rimuovere le leggi promosse da Obama in materia di emissioni inquinanti dei veicoli. Il resto è storia recente. Era il 4 novembre dello scorso anno quando gli Stati Uniti hanno ufficialmente presentato alle Nazioni Unite i documenti per uscire dagli accordi di Parigi sul riscaldamento globale, per dare a dicembre un decisivo contributo al naufragio della Conferenza sul clima di Madrid.
Infine, è arrivato il coronavirus. Che ha dato inizio a una nuova, entusiasmante stagione dell’instancabile guerra di Trump con la scienza. E con il buon senso.