Cannes, l’altro cattivo di Adam Driver: "Su un set silenzioso ho trovato i miei demoni"
dalla nostra inviata Arianna Finos , dalla nostra inviata Arianna FinosCANNES - Adam Driver, un antidivo a Cannes. L’attore di San Diego, 37 anni, il migliore della sua generazione per talento e coraggio, di sicuro è il meno narciso. Gioca di continuo in sottrazione, è riuscito a nascondere al mondo la nascita del figlio nei primi due anni, difficile vederlo a qualche evento. Ha saltato perfino - cosa inusuale per un Festival - la conferenza di Annette, il film di Leos Carax di cui costituisce la presenza più interessante. Volto asimmetrico, sguardo pensoso e fisico scolpito, retaggio dell’esperienza nei marines, si è fatto notare come il fidanzato sexy e problematico di una delle Girls della serie - si rivide in una scena di sesso e da allora non guarda mai i suoi film, non ha fatto eccezione la première al Palais - Ha stretto un sodalizio con Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, a Venezia gli attori vinsero la Coppa Volpi per Hungry hearts «è nata una grande sintonia, un’amicizia vera&raq…
CANNES - Adam Driver, un antidivo a Cannes. L’attore di San Diego, 37 anni, il migliore della sua generazione per talento e coraggio, di sicuro è il meno narciso. Gioca di continuo in sottrazione, è riuscito a nascondere al mondo la nascita del figlio nei primi due anni, difficile vederlo a qualche evento. Ha saltato perfino - cosa inusuale per un Festival - la conferenza di Annette, il film di Leos Carax di cui costituisce la presenza più interessante. Volto asimmetrico, sguardo pensoso e fisico scolpito, retaggio dell’esperienza nei marines, si è fatto notare come il fidanzato sexy e problematico di una delle Girls della serie - si rivide in una scena di sesso e da allora non guarda mai i suoi film, non ha fatto eccezione la première al Palais - Ha stretto un sodalizio con Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher, a Venezia gli attori vinsero la Coppa Volpi per Hungry hearts «è nata una grande sintonia, un’amicizia vera». A Cannes l’ultima volta era stata con Spike Lee per BlacKkKlansman. Driver ci accoglie su un balcone dell’hotel Majestic - gli incontri all’aria aperta dell’era covid - per parlarci del suo ruolo: uno stand-up comedian che s’innamora di una soprano (Marion Cotillard) e poi della loro figlia Annette: ma i suoi demoni trascinano le loro esistenze nel dramma. Un nuovo cattivo che vuoi vedere punito ma che non puoi odiare, un Kylo Ren che invece di imbracciare la spada laser canta e balla.
Quando ha deciso di fare questo film?
«Sette anni fa. L’ho deciso in cinque secondi, dopo aver letto il copione. Quando non decido all’istante significa che dopo ci saranno problemi. Avevo amato moltissimo Gli amanti del Pont-Neuf, lo avevo visto quando studiavo recitazione alla Juillard. Volevo lavorare con lui».
E com’è stato il set?
«Bello. Leos non parla molto, del tema che affronta il film o della sua visione. Sono i dettagli del set che ti rivelano chi è e cosa vuole da te. I film somigliano ai loro registi. Lui non è uno di quelli che dirige col megafono. Durante il set tutto era quieto. Qualche piccola notazione. Una situazione molto intima. È ossessionato da ogni piccolo dettaglio di inquadratura o passo di coreografia».
È anche produttore del film.
«A un certo punto è sembrato inevitabile. Adoro risolvere le difficoltà improvvise, i piccioni che svolazzano sul protagonista, l’adrenalina di sapere che se non finisci tutto in quei dieci minuti perderai tutti i tuoi soldi e quindi devi trovare una soluzione. Non sono un attore che si limita alle battute, il mio coinvolgimento è totale. Mi piace avere a che fare con la troupe, gente che viene da tutto il mondo».
Nel film oltre a fare il comico provocatore canta in ogni situazione.
«Abbiamo fatto moltissime prove a New York prima di girare, ma fin da subito è stato ovvio che più ancora che il canto erano importanti le intenzioni, le interpretazioni. Abbiamo registrato in studio per sicurezza, ma sapevamo già che puntavamo su performance dal vivo e il 90 per cento di quel che è nel film lo abbiamo fatto dal vivo. Come si fa a registrare in studio qualcosa che canti mentre corri in moto o sei su una barca? Quanto al canto, se dovessi cantare ora davanti a lei ora sarebbe imbarazzante. Ma per me lì contava l’interpretazione e non era diverso dalle altre sceneggiature, con Marion (Cotillard ndr) non potevamo cambiare le note, ma il nostro modo di cantare. Ogni film ha un suo linguaggio e questo non era tanto diverso. Al di là di cercare di cantare bene, la cosa che contava era la verità delle interpretazioni».
È un film sull’amore, la celebrità, la mascolinità tossica...come descrive tema del film?
«Ognuno vede le cose che vuole, ha una vita diversa e dà valore a un dettaglio piuttosto che a un altro. Certo, è una storia di paternità, d’amore tra un padre e una figlia, una parabola sulla celebrità e molto altro. I grandi film sono difficili da definire».
Alla Juilliard ha scoperto Carax, ma anche se stesso come attore. Una carriera clamorosa in dieci anni.
«Quando mi hanno preso in quella scuola non riuscivo a crederci, sono cresciuto in un luogo in cui non c’erano molti teatri o musei. Mio nonno aveva centinaia di videocassette, il cinema l’ho scoperto così. Mi sono innamorato del cinema anni Settanta e di grandi autori come Scorsese, Spike Lee, Carax, mai avrei immaginato che avrei potuto lavorarci».