Era annunciato come l’immancabile film-scandalo del festival e in effetti, per chi si accontenta, può andare. Sesso e religione, violenze assortite, una statuetta della Madonna trasformata in dildo. Alla base c’è la vera storia di Benedetta Carlini, badessa di Pescia dal 1591, visionaria mistica processata per la relazione con una giovane suora.
Ma rispetto alla credibilità storica e alla vicenda, già raccontata da Judith Brown nel libro Atti impuri - Vita di una monaca lesbica nell’Italia del Rinascimento, pubblicato in Italia da Il Saggiatore nel 1989, il regista Paul Verhoeven, 82 anni, si prende molte libertà. I dialoghi e i personaggi sono contemporanei, così come il discorso su sesso, donne, potere e denaro. Quest’ultimo è forse il vero tema: nel film tutto si vende e si compra ed è deciso dalle differenze di classe.
Ma lì l’umor nero era applicato alla borghesia laica francese, e tenuto sottotraccia; qui il bersaglio della religiosità controriformista è banale, e la volontà metaforica sull’oggi sfocata. Del resto, anche la provocazione gira a vuoto: chi si vorrebbe provocare con una vicenda di suore lesbiche, per la quale non c’è neanche bisogno di riandare a Sade o al classico del romanzo gotico The Monk, ma basta farsi un giro su qualunque sito porno? Il difetto maggiore del film è però la volontà di abdicare all’ambiguità, la quale sembra emergere continuamente e venir soffocata da Verhoeven con il solito cattivo gusto (che sarà anche la sua cifra estetica, ma non è particolarmente eccitante né originale).
Voto: 2 stelle e mezza su 5