✕
Sophie Marceau e André Dussollier nel film di François Ozon 'Tout s’est bien passé' 

Cannes, quei figli forti che sorreggono padri e madri

Ascolta l'audio

Al festival trionfano le piccole storie piuttosto che gli affreschi monumentali. In cui, a farla da padrone, sono i ragazzi che, prima di costruire il proprio futuro, devono pensare a salvare i propri genitori
2 minuti di lettura

Quante speranze e quanti fardelli il cinema consegna ai figli. A voler cercare un filo rosso nell’ampia e variegata schiera di film in questa edizione di Cannes nel guado della pandemia, lo si rintraccia in storie intime più che negli affreschi monumentali. E non solo perché in questo festival dimezzato mancano le grandi produzioni. C’è voglia di raccontare, ma anche di guardare, storie di famiglia. Si mettono al centro rapporti tra padri (e madri) e figli, in cui spesso ai ragazzi si affida il compito di sorreggere e guidare i genitori, malati nel corpo o nello spirito, in un rovesciamento dei ruoli. Tocca a loro risolvere i problemi, disegnare il futuro su piccola o larga scala, che si tratti dei conti casalinghi o della salvezza del pianeta. Sono opere concepite e realizzate spesso prima — qualcuna durante — la clausura, condizione che ha intensificato, a volte fatto riscoprire a volte esplodere, i legami affettivi.

…

Quante speranze e quanti fardelli il cinema consegna ai figli. A voler cercare un filo rosso nell’ampia e variegata schiera di film in questa edizione di Cannes nel guado della pandemia, lo si rintraccia in storie intime più che negli affreschi monumentali. E non solo perché in questo festival dimezzato mancano le grandi produzioni. C’è voglia di raccontare, ma anche di guardare, storie di famiglia. Si mettono al centro rapporti tra padri (e madri) e figli, in cui spesso ai ragazzi si affida il compito di sorreggere e guidare i genitori, malati nel corpo o nello spirito, in un rovesciamento dei ruoli. Tocca a loro risolvere i problemi, disegnare il futuro su piccola o larga scala, che si tratti dei conti casalinghi o della salvezza del pianeta. Sono opere concepite e realizzate spesso prima — qualcuna durante — la clausura, condizione che ha intensificato, a volte fatto riscoprire a volte esplodere, i legami affettivi.

Matt Damon e Lilou Siauvaud nel film di Tom McCarthy 'Stillwater' 
Ci sono figli che giudicano i padri. In Annette, musical di Leos Carax, Adam Driver è uno stand-up comedian divorato dal successo il cui unico sentimento duraturo è per la figlia Annette che, assistendo ai suoi misfatti, lo condannerà negandosi come oggetto del suo amore. In A Chiara di Jonas Carpignano, la quindicenne protagonista rifiuta le regole e la vita a cui sono costretti i genitori, l’amato padre che scopre essere uno spacciatore per la ’ndragheta, madre e sorella maggiore che le chiedono di accettare, tacere. Ed è ancora lo sguardo del figlio a essere al centro di A hero, dell’iraniano Asghar Farhadi, su un buon samaritano esaltato e demolito dai media, in un racconto che guarda a Ladri di biciclette per l’adulto e a un bambino per cui il padre resta l’eroe del titolo. In Tre piani di Nanni Moretti sono le donne e soprattutto i figli a sbloccare le vite congelate dei condomini nelle tre storie: la ragazza libera il padre all’ossessione su quanto sia successo con l’anziano a cui l’aveva affidata per andare in palestra; il figlio del giudice, che sbaglia e viene allontanato, ha la forza di costruirsi da solo una seconda possibilità; la bimba, saluta con il sorriso una mamma che se ne è andata ma che c’è, che comprende e ama.


Genitori che, fino all’ultimo, pesano sulle spalle dei figli. François Ozon in Tout s’est bien passé (“È andato tutto bene”) racconta di un commerciante d’arte, padre egoista e disattento che si è goduto la vita e che ora — malato — impone alla figliala gestione della sua eutanasia in Svizzera, senza curarsi dei rischi.

Padri peccatori in cerca di un riscatto non sempre possibile. In La ragazza di Stillwater di Tom McCarthy, Matt Damon è un uomo dal passato turbolento e dal cattivo carattere che fa di tutto per salvare la figlia adolescente, reclusa in carcere a Marsiglia, una giovane che forse ha le sue stesse tare. Il discorso si amplifica per Sean Penn che dirige e interpreta, in Flag day, John Vogel, il criminale realmente esistito la cui vita è stata funestata da un intenso e tormentato rapporto con la figlia. In questo ruolo Penn ha scelto la sua, di figlia, Dylan (ma c’è anche il secondogenito Hopper), da cui si immagina lui stesso abbia parecchio da farsi perdonare. Il tema ricorre anche declinato nel genere: thriller, musical, horror: Titane della promettente regista francese Julia Ducorneau — uscito nelle sale francesi ha provocato fughe e malesseri tra gli spettatori — racconta di una ragazzina che ha odiato il padre, è diventata un’assassina e ora ne trova un altro, in un pompiere, che in lei vuole riconoscere il figlio perduto.

Matt Damon e Lilou Siauvaud nel film di Tom McCarthy 'Stillwater' 

Ai tempi della generazione-Greta Thunberg non poteva mancare la storia di un ragazzino che vende oggetti e gioielli dei genitori, si scoprirà per finanziare un movimento ambientalista, e mettersi al servizio della salvezza del pianeta: è La croisade di Louis Garrel.

La fotografia d’insieme di una generazione dalla forza vitale e l’immaginario inquinato — a cui più di ogni altra la clausura ha condizionato futuro e possibilità — la regala Futura del trio Alice Rohrwacher, Pietro Marcello e Francesco Munzi. Un’inchiesta dei ragazzi di tutta Italia sul tema del futuro che è una chiamata alla responsabilità degli adulti.