Cannes senza picchi tra cinefili e provocazioni: promossi e bocciati
di Emiliano Morreale , di Emiliano MorrealeCannes. Venendo da un’Italia ancora cauta e timorosa, a Cannes sembrava di arrivare in una sorta di caos euforico. Niente distanziamento, alcune sale con obbligo di tampone e altre no, voci su possibili cluster ed excusatio non petita di Frémaux, forfait di delegazioni e divi che restano a casa. Il festival però è andato avanti, in una strana sospensione temporale. Vedendo i film in concorso, a ogni abbraccio, a ogni scena di massa, a ogni dialogo, si sobbalzava. E continuamente ci si chiedeva: questo film quando è stato scritto, quando è stato girato? Prima del lockdown, durante? Di film che tematizzassero esplicitamente la quarantena alla fine solo uno, il belga Les intranquilles di Joachim Lafosse, in cui a essere recluso è un artista bipolare che non vuol prendere il litio, con conseguenze immaginabili per i suoi famigliari. Ma pareva di vedere presagi e metafore ovunque.
Cannes. Venendo da un’Italia ancora cauta e timorosa, a Cannes sembrava di arrivare in una sorta di caos euforico. Niente distanziamento, alcune sale con obbligo di tampone e altre no, voci su possibili cluster ed excusatio non petita di Frémaux, forfait di delegazioni e divi che restano a casa. Il festival però è andato avanti, in una strana sospensione temporale. Vedendo i film in concorso, a ogni abbraccio, a ogni scena di massa, a ogni dialogo, si sobbalzava. E continuamente ci si chiedeva: questo film quando è stato scritto, quando è stato girato? Prima del lockdown, durante? Di film che tematizzassero esplicitamente la quarantena alla fine solo uno, il belga Les intranquilles di Joachim Lafosse, in cui a essere recluso è un artista bipolare che non vuol prendere il litio, con conseguenze immaginabili per i suoi famigliari. Ma pareva di vedere presagi e metafore ovunque.
Mai come quest’anno l’oziosa arte del pronostico è difficile, cercando di scrutare i gusti dei giurati e in particolare del presidente Spike Lee. Un premio ad Asghar Fahradi, che col suo A hero torna ai migliori livelli di quindici anni fa, sarebbe un riconoscimento alla sua opera. Un riconoscimento non dovrebbe sfuggire a Lingui, film semplice e onesto sulle difficoltà di una madre e una figlia in Ciad, e magari a Haut et fort, sui ragazzi marocchini che sognano e praticano il rap come unica via di protesta e fuga. Ma in un festival di profilo medio-basso, quasi senza obbrobri e picchi, il rischio è che a vincere sia il fascino del tema forte, e non la ricerca artistica. Il film più amato dai critici è probabilmente il giapponese Drive my car, da un racconto di Murakami. Si è vista lì la scena più forte del festival. Semplicemente il monologo finale di Zio Vanja, uno dei più celebri e sublimi pezzi del teatro: ma messo in scena in una maniera nuova che non sveliamo, e che ha lasciato gli spettatori folgorati.
In ogni festival ci vuole il film-provocazione e, sosteneva un direttore di grande esperienza, anche un film-trash, che convogli e lasci sfiatare l’ira del pubblico cinefilo. Qui coincidevano coi più balordi, Titane di Julia Ducournau e (in misura minore) Benedetta: storia rispettivamente di una donna-uomo-automobile iperviolenta, e di una badessa lesbica nel ’600, a Pescia. I personaggi femminili erano in larga maggioranza (non le registe, solo 4), il che significa una scelta difficile per il premio alla miglior attrice: da Renate Reinsve a Vicky Krieps di Bergman’s Island all’onnipresente (e mutevole) Léa Seydoux vista in tre film in concorso. Tra i maschi spicca Adam Driver, che il primo giorno di festival si è visto cantare, ballare, far monologhi tenendo in piedi Annette di Carax.
Promossi:
Tre piani di Nanni Moretti
Drive my car di Ryusuke Hamaguchi
Bocciati:
Benedetta di Paul Verhoeven
Titane di Julia Ducournau