Edoardo Leo e il ritratto di Gigi Proietti, un uomo che non è mai stato una maschera
di Arianna Finos , di Arianna FinosLa carriera artistica di Gigi Proietti è iniziata a tre anni, con la recita di una poesia sui gradini di un altare, la notte del 24 dicembre 1944. La chiesa piena applaudì, lui prese coraggio e iniziò a ringraziare. Quella carriera così lunga e ricca si è chiusa in un’altra vigilia, inserita questa volta nel film che ne consegna l’ultima interpretazione: Io sono Babbo Natale. E’ stata la pre-apertura, ieri, della Festa di Roma.
L’ultimo saluto cinematografico di Luigi Proietti, in questa rassegna che è una straordinaria occasione per ricordarlo, lo si ritrova nell’appassionato documentario che Edoardo Leo gli ha dedicato: Luigi Proietti detto Gigi. Tre anni di lavorazione, una lunga intervista realizzata al Globe, il teatro che ha creato, materiali antichi di repertorio e personali. Gli inizi da chitarrista, il manifesto di un veglione da cantante “dalla voce più melodica e moderna”, il duetto …
La carriera artistica di Gigi Proietti è iniziata a tre anni, con la recita di una poesia sui gradini di un altare, la notte del 24 dicembre 1944. La chiesa piena applaudì, lui prese coraggio e iniziò a ringraziare. Quella carriera così lunga e ricca si è chiusa in un’altra vigilia, inserita questa volta nel film che ne consegna l’ultima interpretazione: Io sono Babbo Natale. E’ stata la pre-apertura, ieri, della Festa di Roma.
L’ultimo saluto cinematografico di Luigi Proietti, in questa rassegna che è una straordinaria occasione per ricordarlo, lo si ritrova nell’appassionato documentario che Edoardo Leo gli ha dedicato: Luigi Proietti detto Gigi. Tre anni di lavorazione, una lunga intervista realizzata al Globe, il teatro che ha creato, materiali antichi di repertorio e personali. Gli inizi da chitarrista, il manifesto di un veglione da cantante “dalla voce più melodica e moderna”, il duetto televisivo con Arnoldo Foà genuinamente travolto dal quel ventenne che è già un mostro, le sperimentazioni in teatro e in tv, il passaggio al Sistina, le folle che ogni sera attendono di farsi ipnotizzare, A me gli occhi, please. E poi i racconti della sorella Anna e delle figlie Carlotta e Susanna, di vecchi amici e di colleghi come Alessandro Gassmann e Marco Giallini, Paola Cortellesi e Fiorello. Il film è prodotto dallo stesso Edoardo Leo, con Fulvio e Paola Lucisano e Paola Ferrari: “Tutti conoscono Gigi, spero di far conoscere un pezzetto in più di Luigi”, racconta il regista in una pausa dal set nella provincia romana.
Quando vi siete conosciuti?
“Nel ’97, sul set dello sceneggiato Avvocato Porta di Franco Giraldi. L’incontro con lui è stato determinante nella mia vita. I miei mi hanno ostacolato a inizio carriera, ma quando ho detto che lavoravo con Proietti hanno pensato che facevo per davvero”.
Come fu quel primo incontro?
“Io ero intimorito, una forma di riverenza che ho conservato fino alla fine, non sono mai riuscito ad avere un rapporto confidenziale. La prima volta che recitai una scena con lui, avevo una specie di monologo, lui era sdraiato sul letto. Alla fine aprì un occhio e disse “a ragazzi', sei bravo”. Mi ha diretto a 28 anni in Dramma della gelosia ed è stato incredibile. Non esser stato suo amico, né aver fatto il suo laboratorio mi è sembrata la condizione privilegiata per non fare un santino, un’apologia. Nel doc parlo anche delle sue cadute, mi sembrava giusto. Volevo raccontare qualcosa di profondo, che ha a che fare con le sue radici. Per questo iniziammo un documentario su A me gli occhi please, che ha cambiato la storia del teatro italiano. Quando glielo proposi, Gigi pensava di non meritare un documentario sulla sua vita. Eppure non conosco collega che, guardandolo, non diventava subito spettatore".
Cos’ha scoperto facendo il documentario?
“Quanto tutta la comicità che Proietti ci ha regalato fosse frutto di uno studio profondissimo, figlio del lavoro che ha fatto sul teatro di ricerca, sulla sperimentazione. Molte cose frutto della creatività verbale, molte di quelle improvvisazioni sonore che lui metteva a disposizione della commedia erano figlie di uno studio profondissimo. Che poteva smontare i classici perché i classici li conosceva benissimo, poteva permettersi di parodiare Otello perché lo sapeva a memoria e l'aveva capito. Non si tratta di comicità, si tratta di qualcosa che va molto oltre. Era maniacale nello studio, una volta glielo disse Vittorio Gassman, e lui rispose “da quale pulpito”".
E invece umanamente?
“Sapevo della generosità, della sua umiltà. La cosa che ho scoperto è la fragilità, alcune insicurezze di cui quello che sul palco era un gigante si cibava prima di entrare in scena”.
Nel film si vedono molte immagini sul suo lavoro di sperimentazione, e il passaggio dal teatro d'impegno all'occasione del Sistina e la forte reazione del pubblico. Quando ha capito che il suo teatro valeva quanto i classici?
“Già A me gli occhi, please è diventato un classico. La differenza è che gli altri classici si possono rifare, il suo no, è un unicum. E’ stato uno spartiacque fondamentale perché Proietti ha saputo raccontarci davvero che cosa significhi essere popolare. Nella seconda parte della vita lui fa costruire un teatro, il Globe, in cui non si esibisce, per una profonda istanza che lo ha divorato: ridare senso al termine popolare”.
La sua vita era il teatro, il cinema veniva dopo.
“Il suo era un impegno totalizzante. Non solo per la sua ricerca artistica ma per l’esigenza vitale di spendersi per un pubblico che era lì, presente, e che assisteva come a una messa. Fedeli di generazioni diverse lo hanno seguito per quarant’anni. E lo spettacolo di Gigi proseguiva dopo, nelle cene, e poi negli incontri, con le sue barzellette. Il cinema non ha il pubblico dal vivo e Gigi, dopo A me gli occhi, please, 2500 persone tutte le sere per due anni, aveva assunto una dimensione da rockstar. Quella esperienza ha segnato un solco da cui difficile tornare indietro. Fellini dice: Proietti sul palco è come vedere il fuoco, non ti chiedi quale è il processo cosa lo genera, lo guardi e basta”.
Marco Giallini dice che Proietti rappresentava Roma, più di altri attori. Che Roma rappresentava?
“Una Roma che non c’è più. Aveva avuto la fortuna di vivere nel centro di Roma, da via Giulia fino al Tufello, poi l'Appia e la Cassia. Aveva vissuto la Roma dei night club, colorata, divertente, spensierata, i suoi racconti arrivavano da li. Non si è mai atteggiato a rappresentante di niente e nessuno. Ma per i romani è una istituzione ed è incredibile la quantità di murales e manifesti che i romani hanno autoprodotto per tappezzare la città con le sue immagini. Ha travalicato la propria professione e è diventato uno di loro. Gli volevano bene. E non poterlo salutare nel novembre del 2020 è stata una frustrazione enorme”.
C’è una scena nel doc in cui lei insegue in motorino il manifesto di un bus col cellulare, sotto la pioggia.
“Stavo andando al lavoro, due giorni dopo il funerale, ho alzato gli occhi, ho visto il bus con “Grazie Gigi" e senza rendermene conto ho iniziato a seguirlo, era come se una parte di me non volesse lasciarlo andare”.
Nel doc Proietti dice che la recitazione è molto morale. Lo era anche lui, mai una polemica, anche quando ha perso il Brancaccio. E una romanità senza sbruffoneria, furberia, vizi.
“La parola furbo è quella più distante dal vocabolario di Proietti. Il padre era di una onestà morale incredibile e lui gli deve molto come esempio. Non ha mai fatto cose “paracule”, sempre devoto alla missione: non a caso il suo laboratorio non si pagava, voleva far venire a teatro i ragazzi delle borgate. E mentre altri si affannano a parlare di cultura, lui i teatri li ha fatti costruire, come il Globe. Lo ha fatto senza proclami, senza appartenenze politiche, semplicemente con la cultura del lavoro e credo sia una delle migliori eredità che ci lascia. La stessa di quando in scena ci spiegava come si fanno gli inchini al pubblico. Una lezione che non dimenticherò mai; ci sei tu che ti stai inchinando agli spettatori, non loro a te”.
Ha fatto un grande lavoro di documentazione.
“Ci sono voluti tre anni, senza il Covid forse Gigi lo avrebbe visto. Mi ha aiutato Sagitta aprendo cassetti chiusi da tempo, malgrado il pudore di quella famiglia. E’ una mia produzione, abbiamo voluto tutto il materiale perché questo fosse non solo un documentario: nella mia testa vorrei che fra 50, 60 anni chi si troverà davanti alla figura di Proietti, vedendolo, capisca che gigante è stato”.
Nessuno rifarà "A me gli occhi, please"?
"Credo ci voglia del tempo. Per rifare Petrolini ci sono voluti 50 anni. Gigi lo si scopre su YouTube, ovunque. Flavio Insinna mi ha detto una cosa che condivido, “bisognerebbe fare come i grandi calciatori, ritirare la maglia. E vedere solo le cose del principale”.
Il personaggio che lo divertiva di più?
“Credo che fare Toto era la cosa che lo divertiva di più in scena. Ma quando parlavo nel suo studio mi faceva vedere cose del passato che aveva dimenticato, e quando si riguardava e si piaceva erano cose che avevano a che fare con il tetatro di ricerca, che era la sua missione, poteva rifarlo per cento anni e ogni volta modificarlo. E il gramelot dei comici dell'arte, le tirate verbali, la parlata veloce cercando fiati in luoghi che sembravano impossibili. L’ultimo ricordo bello con lui è quando gli ho fatto vedere le prime cose del doc e si è illuminato, mi ha portato nello studio, “guarda che ho trovato…”, e mi ha dato accesso ai materiali. Ho capito che si stava divertendo”.
Qualcuno dirà: perché il doc su Proietti lo ha fatto lei?
“Mi verrebbe da dire: perché non è stato fatto prima”.
Dove si vedrà?
“Alla Festa di Roma, poi in sala. Vorremmo anche proiettarlo nei luoghi simbolo della sua vita, al Tufello, al Globe, in giro per la città. Spero di far venire all’Auditorium tutte le persone che hanno lavorato con lui e non hanno potuto salutarlo, e spero che quel funerale, a distanza di un anno, si trasformi in una festa per tutti".