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Con 'Il colibrì' la Festa racconta il romanzo della vita

La diciassettesima edizione della rassegna si apre con l’atteso film di Francesca Archibugi tratto dal libro di Sandro Veronesi con un cast di stelle
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Festa del Cinema di Roma, da ieri al 23 ottobre, edizione numero 17 (buona fortuna!). Riparte la manifestazione voluta nel 2006 da Walter Veltroni (allora sindaco). Diciassette anni dopo, siamo ancora qui a interrogarci sulla funzionalità dell’Auditorium (è il posto giusto per organizzare un festival del cinema? Forse no…) e sulla collocazione, sia geografica sia temporale, di un evento che va a posizionarsi poco più di un mese dopo Venezia. E la domanda, per chi di cinema campa per passione e/o dovere, è sempre la stessa: ci dice qualcosa, la Festa, sullo stato di salute del cinema e in particolare di quello italiano?

(ansa)

Il film con il quale la Festa si è inaugurata, Il colibrì di Francesca Archibugi, è una buona risposta, e per svariate ragioni. È un film con un cast importante (Pierfrancesco Favino, Nanni Moretti, Laura Moran…

Festa del Cinema di Roma, da ieri al 23 ottobre, edizione numero 17 (buona fortuna!). Riparte la manifestazione voluta nel 2006 da Walter Veltroni (allora sindaco). Diciassette anni dopo, siamo ancora qui a interrogarci sulla funzionalità dell’Auditorium (è il posto giusto per organizzare un festival del cinema? Forse no…) e sulla collocazione, sia geografica sia temporale, di un evento che va a posizionarsi poco più di un mese dopo Venezia. E la domanda, per chi di cinema campa per passione e/o dovere, è sempre la stessa: ci dice qualcosa, la Festa, sullo stato di salute del cinema e in particolare di quello italiano?

(ansa)

Il film con il quale la Festa si è inaugurata, Il colibrì di Francesca Archibugi, è una buona risposta, e per svariate ragioni. È un film con un cast importante (Pierfrancesco Favino, Nanni Moretti, Laura Morante, Kasia Smutniak, Bérénice Bejo, Benedetta Porcaroli) e tratto da un romanzo di successo e di altissima qualità, scritto da Sandro Veronesi e vincitore dello Strega nel 2020: quindi è anche una scommessa commerciale che si gioca già da oggi, con il film in sala distribuito da 01.

(ansa)
È un mélo classico, imperniato sulla vita difficile di un uomo (Marco Carrera/Favino) che si trova ad affrontare, nell’arco di decenni, una serie infinita di dolori: il cinema italiano entra così nell’agone di un genere che nel mondo, da Hollywood ad Almodóvar fino a tanto cinema orientale, è sempre di moda. Ed è un film che, per la quantità di storie e di personaggi che mette in campo, sembra “ambire” alla serialità: vedendolo ci siamo chiesti se una durata più diluita non gli avrebbe giovato, ed è curioso pensare che Francesca Archibugi sta girando in queste settimane una serie per Rai Fiction ispirata a La storia di Elsa Morante, romanzo a suo tempo portato in tv da Luigi Comencini. Del resto Archibugi nella sua carriera ha affrontato anche I promessi sposi, i romanzoni certo non la spaventano.
(ansa)
Colibrì è il soprannome che Marco, rampollo di una famiglia benestante, si porta appresso fin da piccolo: perché i colibrì sono uccellini minuscoli che battono freneticamente le ali per restare fermi nello stesso posto. Marco si è sempre lasciato vivere, adeguandosi alle situazioni e rifugiandosi nell’amore sognato (e, di fatto, solo epistolare) per Luisa, una ragazza francese conosciuta durante una vacanza. Ma la vita lo aspetta al varco: prima con il volto di Nanni Moretti, uno psicoanalista che contro ogni regola lo informa dei tradimenti e della follia della moglie; poi con lutti difficilissimi da elaborare.
(ansa)

Marco è costretto a un ininterrotto confronto con la morte e per certi versi la vera recensione del film l’ha scritta non più tardi di ieri, su queste pagine, Massimo Recalcati: la vita è una serie di esperienze che ci confrontano con l’enigma della fine e a essa ci preparano. In questo senso, Il colibrì è anche una riflessione sul tema del “fine vita”, molto attuale dopo il suicidio assistito di Jean-Luc Godard — e ripensando, per contrasto, ai suicidi solitari e dolorosi di Mario Monicelli e di Carlo Lizzani, per restare al cinema.
(ansa)

Se Il colibrì, con il suo narrare ad ampio respiro, piacerà al pubblico il nostro cinema avrà un riscontro importante e magari anche il box-office trarrà un sospiro di sollievo. Lo spettatore dovrà metterci del suo, perché il film è fatto di continui andirivieni nel tempo (infanzia di Marco, gioventù, maturità, vecchiaia…) non sempre di immediata comprensione. Tra i pregi, mettiamo due scene madri nelle quali Favino si confronta, all’inizio e alla fine, prima con un misuratissimo Nanni Moretti e poi con uno stupefacente Massimo Ceccherini. Tra i difetti, l’invecchiamento degli attori nel finale: con volti tanto noti, l’effetto-cerone è inevitabile, e rende l’ultima sequenza — di per sé commovente — un’eccessiva esibizione di make up.