I cinque dischi della settimana: le pagelle di Ernesto Assante
di
Ernesto Assante
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di Ernesto Assante
Musica e artisti da conoscere o riscoprire, ascoltare o riascoltare
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George Ezra – Gold rush kid
Tre album, uno ogni quattro anni, in un percorso di crescita che lo ha portato a un successo clamoroso e internazionale. E il terzo, questo Gold rush kid è forse quello in cui George Ezra, ha trovato una sua forma di avvincente, interessante e originale equilibrio. In nome di una forma di pop che è naturalmente ‘inclusiva’, capace cioè di catturare sentimenti e suoni che sono tendenzialmente diversi, tra il folk, il soul, piccole dosi di rock e tantissima melodia, dove il collante di tutto è la sua grande, imponente, appassionante, coinvolgente voce. Tutta la prima parte dell’album è un perfetto esempio di come oggi si possa fare della musica pop elegante, con un suo particolare calore, con una grande forza emotiva, per fare della canzone uno strumento positivo, in grado di far star meglio chi ascolta. Leggero, elegante, levigato, il …!-->!-->
Tre album, uno ogni quattro anni, in un percorso di crescita che lo ha portato a un successo clamoroso e internazionale. E il terzo, questo Gold rush kid è forse quello in cui George Ezra, ha trovato una sua forma di avvincente, interessante e originale equilibrio. In nome di una forma di pop che è naturalmente ‘inclusiva’, capace cioè di catturare sentimenti e suoni che sono tendenzialmente diversi, tra il folk, il soul, piccole dosi di rock e tantissima melodia, dove il collante di tutto è la sua grande, imponente, appassionante, coinvolgente voce. Tutta la prima parte dell’album è un perfetto esempio di come oggi si possa fare della musica pop elegante, con un suo particolare calore, con una grande forza emotiva, per fare della canzone uno strumento positivo, in grado di far star meglio chi ascolta. Leggero, elegante, levigato, il pop di Ezra è di qualità superiore, indubbiamente gradevole all’ascolto la prima volta, meravigliosamente ‘amichevole’ negli ascolti successivi. Poi, però, Ezra non si accontenta di essere una voce da ‘feel good songs’ e la seconda parte dell’album è decisamente più profonda, cantautorale, introspettiva. Ed ecco che Gold rush kid diventa un’ album in cui le canzoni hanno un’importanza, non sono semplice e gioioso intrattenimento, ma provano a raccontare la vita, le emozioni, l’amore con una ricchezza espressiva maggiore. E c’è sempre la grande voce di Ezra a rendere tutto ancora più interessante. Voto 8
Calibro 35 – Scacco al maestro vol.1
Diciamolo subito: quest’album è bellissimo. E non perché ‘bellissime’ sono già le musiche originali firmate da Ennio Morricone, ma perché ‘bellissimo’ è l’approccio dei Calibro 35 alla materia, rispettosissimo e creativo al tempo stesso, in un ‘tributo’ che è un omaggio al genio di Morricone e alla straordinaria qualità della sua musica. I Calibro affrontano Morricone senza perdere la loro anima e senza maltrattare quella del Maestro, si concedono libertà perché la musica di Morricone è già animata dallo spirito della libertà, e lo fanno cercando di capirne il significato, le strutture, le forme, per poterle interpretare in maniera personale. Così “Scacco al maestro” li vede giocare con le musiche di Morricone come i ragazzini giocano con le costruzioni Lego, smontando una casa e ricostruendone un’altra con gli stessi materiali, trovando alle volte soluzioni inattese e sorprendenti, senza mai confondersi, senza mai esagerare, senza mai uscire da quello che è il mondo stesso di Morricone. Ci sono Matt Bellamy e Diodato, ci sono i quattro ‘calibri’ (Rondanini, Colliva, Cavina e Gabrielli), c’è il mondo di Morricone, ma c’è anche molto altro, ovvero l’idea che la musica possa scavalcare confini e superare limiti, divertendo chi la fa e chi la ascolta. Arte e godibilità in un unico insieme indivisibile. Cosa volere di più? Voto 9
Mississippi MacDonald – Do right, say right
Il suo nome è Mississippi, ma lui è inglese, completamente inglese, di Londra per la precisione. Ma è un bluesman, di quelli che non se ne fanno più tanti di recente. Uno di quelli che dice “non c’è cuore spezzato o momento di sfortuna che una sezione fiati, un organo Hammond o qualche buon riff di Albert King non siano in grado di curare”. Ed è in grado di dimostrarlo con un album come questo, che ha un titolo programmatico e un cuore pulsante: fare la cosa giusta, dire la cosa giusta, è per MacDonald leggere la realtà attraverso le lenti del blues classico, senza timore reverenziale verso i grandi che lo hanno preceduto, senza nostalgia per il passato. Se amate il blues e pensate che possa ancora curare qualche dolore, con un pizzico di incredibile gioia, ascoltate il suo ultimo singolo, Devil’s chain, talmente classico da sembrare scritto sessant’anni fa, perfettamente soul e blues, sostenuto dalla voce di Kerri Watt. E poi applicatevi a Do right, say right, uscito lo scorso novembre, è l’album che fa per voi, con tanto di sezione fiati, organo Hammond, chitarra elettrica in primo piano e una enorme dose di blues. Voto 7
John Mellencamp – Strictly a one-eyed jack
Per tanto tempo John Mellencamp è stato un curioso outsider, cantautore rock di stampo passionale, americano nel senso migliore del termine, vicino al mainstream ma al tempo stesso poco incline a seguire le regole del gioco e del mercato. Libero, sostanzialmente, perché il suo far musica non ha mai concesso molto alle mode e alle tendenze. Con il passare del tempo la sua libertà è andata crescendo, mentre diminuiva il suo ‘grip’ sul successo popolare, senza che la cosa gli creasse difficoltà o problemi. Anzi, se proprio dobbiamo dire la verità, Mellencamp è migliorato con il tempo, si è consolidato nelle sue certezze, nel suo linguaggio, trovando una propria cifra per la quale non è più un 'piccolo' Springsteen ma un cantautore con la sua solida caratura. E questo album, dove peraltro il Boss compare in ben tre brani, consente al settantenne John Mellencamp di dire la sua nella maniera che gli è più congeniale, mettendo insieme una narrazione affascinante e cinematografica, da grande cantautore, con il sapore familiare del migliore rock’n’roll. Voto 7 ½
Caterina Barbieri – Spirit exit
Sul tema ‘musica elettronica e femminile’ si potrebbe scrivere un interessante saggio, e per molti potrebbe essere affascinante vedere il documentario Sisters with transistors diretto da Lisa Rovner che ne racconta magnificamente la storia. Per ora accontentiamoci di segnalare l’album di Caterina Barbieri, italiana, dedita alla ricerca sonora in ambito elettronico in maniera originale e personale, e molto in vista sulla scena internazionale. Cresciuta nell’ambito di ricerca del conservatorio di Bologna, Caterina Barbieri ha molto lavorato in questi anni senza dimenticare le possibilità del sentimento, e il risultato è un album, Spirit exit, realizzato nell’isolamento forzato del lockdown a Milano, che brilla appunto sia per la grande ampiezza sonora che per la ‘spiritualità di cui è pervaso. Elettronica, totale e assoluta, ma dotata di un’anima che tende a risplendere. Voto 7 ½