Trent'anni o giù di lì: le voci dell'Italia di domani

Eleonora Trucchi 

Eleonora Trucchi: "C'è bisogno dei giovani. Il potere non può restare sempre nelle stesse mani"

La scrittrice era nella squadra che ha lavorato alla serie Baby. "È importante cominciare a considerare chi ha più di 20 anni come un adulto"

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"Molti scrittori vivono questa pandemia come un blocco. La mancanza di contatto con gli altri può farti perdere qualunque motivazione. Io, invece, ho provato a viverla diversamente". Eleonora Trucchi viene da Vallecrosia, Liguria, tra Ventimiglia e Sanremo. È nata nel 1992 e fa la sceneggiatrice. Quando parla del suo lavoro, si appassiona: cita scrittori e riferimenti; descrive il suono delle parole come se si trattasse di una sinfonia. È concreta, schietta, ambiziosa.

Era nella squadra che ha scritto Baby, la serie di Netflix. E insieme ai suoi colleghi si è confrontata con le critiche. Ora, come tutti, è ferma. Presa tra due fuochi: quello della voglia di tornare a lavorare, al cinema, in sala, a vedere e a raccontare storie; e quello più freddo, insipido, dell'attesa. "Abbiamo dovuto tutti mettere in discussione qualcosa", dice. "Quello in cui stiamo vivendo adesso è un mondo che non avevamo mai immaginato, un mondo che fa paura: e che, proprio per questo, può rappresentare un'occasione narrativa".

Non una limitazione?
"Chi fa parte della mia generazione è cresciuto con la consapevolezza di doversi spostare, di dover viaggiare, di dover cambiare. Abbiamo sviluppato contatti e connessioni in tutto il mondo. Fermarci ci ha permesso di riconsiderare le nostre priorità: e di conoscere a fondo il presente".

Quella che doveva essere solo una parentesi è diventata la nuova realtà.
"In questo momento si avverte una certa frustrazione. Perché non c'è una nettezza nelle decisioni: sono a metà, incomplete e incerte. Non sappiamo cosa fare, non sappiamo, soprattutto, cosa aspettarci".

Che cosa significa "essere giovani"?
"Spesso mi sento dare della giovanissima. Ma io oramai ho quasi 30 anni - non sono più, come dicono, giovanissima. Mi sento una donna adulta. Tutti i ragazzi provano la stessa necessità: quella di essere presi seriamente in considerazione. Quando sento parlare di gioventù immatura, ancora bambina, resto perplessa".

Perché?
"Perché è quello che dicono di noi le altre generazioni, quelli più grandi, quelli che - forse - non vogliono nemmeno fare lo sforzo di capirci. E invece c'è una necessità enorme di giovani. E c'è una necessità enorme di scardinare queste categorie e questi luoghi comuni".

Essere giovani oggi è più difficile?
"Non lo so. Ma i ragazzi oggi vivono in una realtà complessa e hanno un bagaglio di esperienze particolare, unico. È importante cominciare a considerare chi ha più di 20 anni come un adulto".

Facciamo un passo indietro. Ripartiamo dall'inizio.
"Quando ho finito il liceo, ero in crisi. Non sapevo cosa fare. Mi era sempre piaciuto scrivere, ma avevo paura".

Di cosa?
"Non ero sicura di essere brava abbastanza. Ero indecisa. Scrivere, per me, non è mai stata una cosa alla portata di tutti: non è così immediata, istantanea; così facile. Ho deciso di iscrivermi a Filosofia perché, tra le tante facoltà, mi è sembrata la più interessante. Purtroppo, le università italiane hanno un approccio molto teorico: e manca, spesso, la pratica. E io volevo fare qualcosa del genere - qualcosa di pratico. Non mi interessava insegnare, non mi interessava fermarmi. Volevo andare avanti; volevo fare. E così ho provato a partecipare a questo master alla Silvia D'Amico".

Quando le hanno detto di averla accettata?
"Ero in viaggio, in Turchia, in un parcheggio assolato. Ho deciso di provarci, di buttarmi. Pronta a cambiare, pronta soprattutto a fallire. E invece, per fortuna, poi è andata bene. E sono rimasta a Roma".

Crede che ci sia un problema con l'istruzione italiana?
"È evidente per tutti quelli che hanno studiato all'Università. Devi arrivare al master per trovare una certa praticità. Se parliamo di costi e di tempi, parliamo di investimenti molto importanti. E non solo per i ragazzi, ma anche per le famiglie. Quando arrivi nel mondo del lavoro, sei paradossalmente già vecchio. E non hai nessuna esperienza, e te lo dicono: assumiamo solo chi ha esperienza".

A lei e al resto del collettivo GRAMS è andata piuttosto bene.
"In realtà anche noi, all'inizio, ci siamo sentiti dire di no tante volte. Abbiamo tutti fatto una lunga, lunga gavetta. Abbiamo fatto altri lavori, per mantenerci. Siamo stati fortunati solo alla fine, quando abbiamo ricevuto la fiducia di Fabula, che ha prodotto Baby, e di Netflix, che l'ha distribuita".

Eccezione o regola?
"In Italia, una cosa del genere è difficile che succeda. C'entra tanto la mentalità americana di Netflix. L'esperienza conta, ma non è tutto. Se hai un'idea buona, forte, puoi avere la tua occasione. In Italia si sente il bisogno di nuove energie, di nuove idee, ma c'è anche una certa resistenza. Una certa paura".

Qual è il problema?
"C'è un discorso di gerarchie, di anzianità. E le vecchie generazioni non aiutano le più giovani, non si impegnano nel formarle; e le nuove generazioni si trovano costrette in una vera e propria lotta per emergere".

Ma è solo un problema generazionale o è legato anche al genere?
"Di base, c'è un problema sui giovani. Non importa il genere. È un problema generazionale e culturale: è l'idea di dover mantenere il potere sempre nelle stesse mani. Manca quasi la voglia di rischiare. Ma se non si rischia, non si vince".

Il sessismo non è ovunque?
"Non tutti gli ambienti sono sessisti - ovviamente -. Ma sì, certo: è difficile trovare una donna in un ruolo di comando. Perché c'è una certa prevenzione, un certo scetticismo, nei confronti delle donne".

Vale la pena di rimanere in Italia?
"È una cosa che mi chiedo spesso. C'è sempre il sogno di lavorare all'estero, in un sistema diverso, che ha problemi diversi, non questi. Io sogno di rimanere in Italia. E penso che, per ora, ne valga la pena".

Perché ha scelto proprio questo mestiere?
"Quando scrivi, hai la sensazione di poter rimodellare la materia. Quando scrivi, riesci ad evocare un'emozione che senti dentro di te, nel profondo, e a darle una nuova forma. Le parole sono simboli, sono segni: sono elementi che, combinati insieme, creano elementi diversi. Le parole sono ritmo, sono musica. Con le parole, si può dare vita a qualcosa di nuovo".

Quando si capisce, però, di aver scelto il mestiere giusto?
"È una domanda senza risposta. All'inizio, è difficile capire se insistere o lasciar perdere. Quante persone con un talento enorme non sono state capite? E quante persone senza talento sono state apprezzate?".

Quanto è importante l'ossessione per chi scrive?
"Quando fai questo lavoro, finisci per pensare sempre alla stessa cosa: alla storia e ai personaggi. Quando finisci di girare, sfebbri. Pensi di essere guarita. Ma ci sono anche dei momenti altissimi, in questa febbre: trovi un'energia incredibile. Mi serve ancora qualche anno per capire se ne è valsa la pena: se la mia ossessione ha un senso oppure no. In questo sì: sono ancora giovane".