Francesca Mazzoleni: "Sacrifici, fatica e attese: solo così l'idea giusta diventa una storia"
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria Tammaro"Ho scelto questo lavoro in maniera abbastanza istintiva: non ho mai pensato di fare altro". Francesca Mazzoleni è una regista, è nata a Catania nel 1989. Ha diretto Succede, il film basato sull'omonimo romanzo di Sofia Viscardi, e Punta Sacra, un documentario (fresco di nomination ai Nastri d'argento e già candidato al David di Donatello) che unisce la denuncia sociale al racconto del reale. Ha un'idea precisa di cinema: guarda ai grandi autori, ai film che sono unici, profondi, personalissimi.
Come tutti, cerca un modo per tenere insieme commercialità e ricercatezza. Parla di ascolto, di sincerità, di autocritica. E di rabbia. Ogni cosa, suggerisce, parte proprio da lì. "Molti registi hanno un carattere particolare, vogliono mettere in ordine le cose, la vita", dice. "Io sono una persona estremamente curiosa. Mi dispero quando penso di non avere abbastanza tempo. La regia ti permette di appro…
"Ho scelto questo lavoro in maniera abbastanza istintiva: non ho mai pensato di fare altro". Francesca Mazzoleni è una regista, è nata a Catania nel 1989. Ha diretto Succede, il film basato sull'omonimo romanzo di Sofia Viscardi, e Punta Sacra, un documentario (fresco di nomination ai Nastri d'argento e già candidato al David di Donatello) che unisce la denuncia sociale al racconto del reale. Ha un'idea precisa di cinema: guarda ai grandi autori, ai film che sono unici, profondi, personalissimi.
Come tutti, cerca un modo per tenere insieme commercialità e ricercatezza. Parla di ascolto, di sincerità, di autocritica. E di rabbia. Ogni cosa, suggerisce, parte proprio da lì. "Molti registi hanno un carattere particolare, vogliono mettere in ordine le cose, la vita", dice. "Io sono una persona estremamente curiosa. Mi dispero quando penso di non avere abbastanza tempo. La regia ti permette di approfondire, di viaggiare, di vedere il mondo da un'altra prospettiva".
I registi sono persone egocentriche?
"I registi vivono l'ossessione di creare dei mondi interi seguendo unicamente le proprie regole. Poter vedere pezzettini di noi, in storie che non parlano proprio di noi, è una cosa incredibile".
Che lavoro facevano i suoi genitori?
"Mio padre ha vissuto gli anni Settanta e gli anni Ottanta come artista delle avanguardie, conosceva Moravia e Pasolini".
E sua madre?
"Mia madre è una scrittrice. È stata la musa di mio padre. Per loro, l'arte e la ricerca dell'arte sono la normalità. Anche io, ogni tanto, sono finita in qualche opera di mio padre".
Quest'esperienza le è servita?
"Forse mi ha preparato a livello mentale. Per esempio, ero già pronta alla discontinuità in questo lavoro: di poter lavorare un giorno e di dover rimanere ferma il giorno successivo".
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È stato importante, per lei, il Centro Sperimentale?
"Sì. Mi ha dato la possibilità di imparare, di accorciare i tempi degli errori. Ma è tutto nelle mani dei maestri, alla fine. E io, in questo, sono stata fortunata perché ho incontrato Daniele Luchetti. La sua visione di cinema mi ha aiutato molto. Non tutti i bravi registi sono bravi insegnanti. La scuola - non sempre, non per forza - ti permette di confrontarti con le persone che stimi".
Che lavoro è il lavoro del regista?
"Questo è un lavoro fatto di sacrifici e di fatica, e di lunghe attese. Devi lavorare costantemente, soprattutto quando non c'è un film da dirigere. La cosa più difficile è saper trovare l'idea giusta e riuscire a trasformarla in una storia. Bisogna cercare, imparare, essere sempre pronti a studiare. La ricerca è una cosa che prescinde dalle scuole, dall'istruzione; è una cosa che deve fare parte di te sempre".
I giovani, dice qualcuno, sono viziati.
"Forse, la generazione di oggi deve imparare l'importanza della fatica, di essere testardi. Ci sono tanti mezzi, forse troppi. E c'è un enorme spaesamento".
In cosa?
"Noi siamo cresciuti con la consapevolezza di non poter esordire prima dei 40 anni. E siamo cresciuti con l'idea di dover fare molta gavetta, di doverci impegnare in altri ruoli. Adesso, invece, intorno ai trent'anni puoi già girare il tuo film".
Ed è un male?
"In parte è una cosa positiva, perché c'è una considerazione diversa per i più giovani; in parte, però, è una cosa negativa, perché spesso si esordisce senza sapere a quale mondo si appartiene".
Da che cosa deriva questa ingenuità?
"Spesso manca l'esercizio dello sguardo: saper tradurre quello che ci circonda in una storia. E forse manca il contatto con la realtà. Bisogna essere abbastanza onesti con sé stessi, e capire i propri limiti. Per questo è importante parlare con gli altri".
E invece quanto è importante essere autocritici?
"Siamo i primi a doverci giudicare in questo lavoro. Il mondo è violento, e noi dobbiamo prepararci alla violenza del mondo".
Cosa resta della giovinezza?
"Gran parte delle idee e dei guizzi che si hanno a vent'anni sono molto più potenti di quelle che vengono dopo, da adulti. Quando sei un ragazzo, hai un contatto più immediato con il mondo: forse più precario, più incerto; ma sicuramente più genuino, viziato da pochi pregiudizi. Hai un punto di vista diverso sulla vita. E quella spontaneità e quella forza non ritornano: vanno preservati".
Come sono cambiati i giovani?
"Uno degli aspetti tipici dell'adolescenza, e cioè la voglia di uscire dalle regole, di ribellarsi, di non accettare quello che ci viene detto, forse è un aspetto meno sentito per questa generazione. Non era così, quando ero adolescente io".
Perché, secondo lei?
"Forse sono stati i social a mediare. Offrono un canale immediato con gli altri e ti fanno sentire apparentemente meno solo, meno incompreso; puoi trovare qualcuno come te, con i tuoi stessi pensieri e le tue stesse idee. E poi il rapporto che questa generazione ha con i genitori è totalmente diverso da quello che avevamo noi. Ci si ribella in maniera diversa. L'istituzione è meno forte, meno presente, e i genitori sono meno severi e insistenti".
Quanto è importante la rabbia, in questo mestiere?
"La rabbia è la scintilla primordiale, è quello che - a volte - può farti andare avanti. Dovremmo incazzarci ogni giorno. E non solo nel mondo del cinema".
Perché ci sono così poche registe?
"Manca una consapevolezza di fondo. Fino ad oggi, siamo stati abituati a pensare ad alcuni mestieri come a mestieri maschili. Spesso si associa la regia e il controllo del set al comando, alla forza, a tutti elementi che vengono associati all'uomo. E invece è un lavoro di coordinazione e mediazione; tutto deriva dalla capacità di far entrare gli altri nel tuo mondo, e questa è una peculiarità meravigliosamente femminile. A suo modo, universale".
Di che cosa c'è bisogno?
"Mi piacerebbe ribaltare il punto di vista sui personaggi maschili. Secondo me, la cosa più interessante, ora, è avere personaggi maschili raccontati dalle donne. Tutti, alla fine, devono poter raccontare tutto".
Servono le quote rosa?
"Le quote rosa servono nelle scuole, nelle accademie. Bisogna lavorare sui ragazzi e sulle ragazze. Dobbiamo entrare in una nuova fase, una fase di mezzo, di transizione: una fase pensata per dare più fiducia alle donne. Una donna che dirige un film copiando gli uomini, perdendo il proprio punto di vista, forse è anche più pericolosa del maschilismo: perché non rispetta sé stessa, non rispetta la sua individualità".
Che cosa significa essere una regista oggi?
"Non bisogna seguire le mode, secondo me. Il rischio è di arrivare sempre in ritardo. Dobbiamo vivere il momento, il presente, e non lasciarci influenzare. Fare cinema oggi deve partire da un assunto. E cioè stare attenti al mondo che ci circonda, alla nostra risposta, a quello che pensiamo: non a quello che gli altri ci chiedono. Un racconto intimo può essere universale".
Dove inizia il lavoro e dove finisce la vita privata?
"Spesso non riesco a separarmi dalle mie storie. Confondo le due cose, i due piani. La mia vita e il lavoro. Prendo ispirazione dall'una per l'altro, e non riesco a staccare completamente. Forse, se quello che faccio non fosse il mio lavoro, per il quale sono pagata, continuerei a farlo a comunque. Perché è quello che sono. Stare bene, in modo semplice, in un certo senso, mi fa paura. Capire di poter fare a meno di questo lavoro mi spaventa. E stare male, spesso, diventa quasi un rifugio: è parte fondamentale della ricerca".