Trent'anni o giù di lì: le voci dell'Italia di domani

Francesco Di Napoli, dalla pasticceria al set: "Sono attore per caso, ma ho imparato a gestire la vergogna"

Protagonista in 'La paranza dei bambini' e 'Romulus', a 20 anni, racconta la sua imprevista ascesa: "Quando reciti sei libero"
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La storia di Francesco Di Napoli – attore napoletano, classe 2001 – è la storia di un ragazzo che trova la sua strada per caso, che impara a conoscersi giorno dopo giorno e che nella recitazione scopre un nuovo mondo. Quando è stato contattato per La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, era al lavoro, in pasticceria. “Mio cugino aveva fatto i provini qualche giorno prima e aveva dato il mio numero di telefono alla responsabile casting. In un primo momento non volevo crederci. Mi sembrava uno scherzo. Nel mio quartiere, nel Rione Traiano, il cinema non è di casa: non c’è un set ogni giorno. Ci sono poche cose, e non tutte sono così belle”.

Di Napoli parla con onestà. Non cerca la cosa giusta da dire, dice quello in cui crede. “Ho saltato il primo provino per La paranza dei bambini. Ma poi, quando ho incontrato Claudio, ci siamo immediatamente trovati bene. Lui ha visto qualcosa in me, e per me lavorare con lui è stato incredibile”. Dopo aver passato un anno a Roma per le riprese di Romulus, la serie di Matteo Rovere, Di Napoli è tornato a casa, nel suo quartiere. “Spesso ho pensato di trasferirmi. Ma per adesso va bene così”.

Perché?
“Perché la mia normalità è casa mia, è stare a Napoli. Quando sono andato alla Festa del cinema di Roma mi sono sentito sommerso, quasi fuori posto”.

Com’è stato per lei lavorare a un film come “La paranza dei bambini”, così vicino alla realtà?
“Io e gli altri ragazzi conoscevamo quella faccia di Napoli. La cosa più difficile, forse, è stata raccontarla con i sentimenti, mettendoci gioia e disperazione. Ogni mattina dovevo ritrovare me stesso, il mio centro. E ho scoperto di saper piangere a comando”.

È stato difficile?
“In un certo senso no. Claudio ci ha fatto vivere insieme per sette mesi. Uscivamo, andavamo in pizzeria. Si è creato un legame vero, genuino. Sul set, ci dava massima libertà. Io non ho mai letto il copione”.

Com’è stato, invece, lavorare a “Romulus”?
“Diverso. C’erano tantissime persone. I vestiti, il trucco e il set sono stati di grande aiuto. Ho dovuto imparare le mie battute in protolatino, certo. E anche quelle degli altri attori, per poterli seguire”.

Che cosa ha imparato recitando?
“Sono sempre stato timido. Durante le riprese de La paranza dei bambini, ho lavorato con un acting coach. E ho imparato a dire qualsiasi cosa, a convivere con la vergogna, a padroneggiarla”.

Perché ha deciso di fare l’attore?
“Quando ero più piccolo, non avevo nessun sogno particolare. Volevo essere un astronauta, un calciatore. Qualunque cosa. Ma non volevo essere il pasticciere più bravo del mondo, per esempio. Mi aspettavo qualcosa, questo sì. Non so dirle cosa. Ma nulla del genere. È successo”.

Che scuola ha frequentato?
“Ho fatto l’Alberghiero. Le mie professoresse dicevano sempre che imparavo velocemente le cose, ma che non avevo nessuna voglia. A volte ci penso”.

E che cosa si dice?
“Se non avessi lasciato la scuola, non sarei mai andato a lavorare in pasticceria e non avrei mai avuto la possibilità di recitare ne La paranza dei bambini”.

Rimpiange qualcosa?
“No. La mia infanzia e la mia adolescenza sono stati due momenti importantissimi per me. Quando ero piccolo, adoravo il calcio. Poi però me ne sono completamente disinnamorato”.

Perché?
“Mio fratello giocava. Era stato scelto dalle giovanili del Parma, ma il presidente della sua vecchia squadra non voleva; aveva chiesto di essere pagato. Gli ha tolto quell’incredibile occasione. Da allora, non guardo più nemmeno una partita”.

Che cosa serve per essere un bravo attore?
“Devi conservare una scintilla di naturalezza in quello che fai; è la naturalezza che crea un contatto vero, effettivo, con chi ti guarda. Devi imparare a preservare, a mettere da parte. Anche economicamente. Questo è un lavoro precario. E devi imparare a dire di no”.

Incontri che ricorda con affetto?
“Quando ho conosciuto Kim Rossi Stuart. Ricordo che abbiamo parlato a lungo. Ha trovato il tempo per ascoltarmi. E questa cosa mi ha colpito moltissimo”.

Che cosa significa, per lei, essere un attore?
“Vivere la vita degli altri, ma senza avere vere responsabilità. Puoi essere chiunque, qualunque cosa. E non dover affrontare nessuna conseguenza. Quando reciti, sei libero”.