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Alessio Forgione: "Il motore per i miei libri è la vergogna"

Alessio Forgione: "Il motore per i miei libri è la vergogna"
Classe 1986, lo scrittore autore di 'Giovanissimi' si racconta, dall'infanzia alla fuga da Napoli: "Dovevo andarmene per poter tornare"
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Dice Alessio Forgione - nato a Napoli, classe 1986 - che scrivere rende la vita complicata, difficile, "ma è impossibile farne a meno". Nelle parole vivono mille vite, si nascondono infinite storie e il mondo diventa un posto più piccolo, alla portata di tutti. "Leggere ti permette di evadere; mette da parte la realtà, e la spinge via, lontano. Leggendo puoi andare ovunque, in qualunque luogo. Non ci sono un passato e un futuro, e non ci sono confini. Quando scrivi, invece, stai affrontando una sfida: devi riuscire a rendere semplici le cose che, invece, sono complicate". Forgione parla di fatica, di convinzione, di vocazione. "Le storie mi sono sempre piaciute". Da bambino, ha trovato in Moravia una via di fuga, un posto speciale in cui crescere e immaginare. Nei suoi libri ha messo la sua vita, le sue esperienze, la sua verità. "Sento il bisogno di scrivere, è un'ossessione; è come la partita della domenica".

Qual è il punto di partenza?
"Secondo me, il motore di ogni cosa è la vergogna. Quando mi vergogno, sono più preciso e più attento. Una storia prende il sopravvento sulle altre proprio per questo: per l'imbarazzo che provo".

È una sensazione che passa, prima o poi?
"No. Quando ho visto Napoli mon amour e Giovanissimi nelle vetrine delle librerie, mi sono sentito a disagio. Non credo che sia autoanalisi, no. È un po' come lavare i piatti dopo averli accumulati, dopo aver visto crescere la pila nel lavandino della cucina".

Uno dei temi ricorrenti dei suoi romanzi è il talento.
"Il talento è una grande comodità, in un certo senso. Perché ti dà la possibilità di fare delle cose, ma non ti dà nessuna certezza. Marocco, il protagonista di Giovanissimi, è un bravo calciatore. Ma la differenza la fanno l'impegno, l'insistenza e la perseveranza".

Vale lo stesso per chi scrive?
"Chi scrive è arrogante, perché sa di avere qualcosa da dire; ma chi scrive deve essere anche estremamente umile, perché deve tornare indietro, modificare, rileggere, cancellare. E scrivere, secondo me, non ti completa come persona: manca sempre qualcosa".

Che cosa significa essere giovani a Napoli?
"A Napoli si diventa adulti più velocemente. A 8 anni conoscevo già l'eroina e la camorra. Ma a Napoli è difficile maturare davvero: chi ha 20 anni non riesce ad essere totalmente indipendente, non riesce a staccarsi dalla sua famiglia".

Però?
"Però, come diceva Elsa Morante, il mondo verrà sicuramente salvato dai ragazzini. Non dagli adulti, non dai vecchi. Quando si cresce, le cose non riescono più a sorprenderti, perché sei più consapevole. Da giovane, ogni cosa è una meraviglia, ogni cosa è ancora possibile".

Napoli, ha detto, è stata un buon genitore per lei. In che senso?
"I genitori devono lasciarti un po' stare, e devono darti la possibilità di crescere, di sbagliare. Per questo motivo Napoli è un buon genitore: non ti cura, non ti spinge in avanti, ma ogni tanto ti strattona. Ed è sempre presente. È un mondo. È una sorta di divinità. Nei romanzi ambientati a Napoli, è una domanda che ritorna e che non ha mai una risposta precisa".

Perché a un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi a Londra?
"Perché qui non c'era niente per me e non volevo andare in un'altra città italiana. Dopotutto, come dice Raffaele La Capria, il vero problema di Napoli è proprio l'Italia. Sono andato a Londra perché dovevo. E andando a Londra mi sono sentito ancora più napoletano. Non volevo viaggiare, conoscere il mondo, conoscere le persone. Ma a Napoli non c'era niente: è questa la realtà".

Alla fine è tornato.
"Per finire il mio romanzo. Mancavano tre mesi alla pubblicazione. Volevo rivederlo, aggiustarlo, rileggerlo; volevo perfezionarlo. Ma tornare a Napoli era anche un'esigenza fisica".

Per chi si scrive?
"Sempre per sé stessi, secondo me. Io voglio scrivere il libro migliore per la storia che ho in mente. A me piacciono quei romanzi che hanno qualcosa di più, che sono pregni di passione e di vita vissuta".

Quanto è importante essere onesti?
"Molto. Quando si è onesti con sé stessi si riesce ad arrivare in un non-luogo, dove anche il dettaglio più personale può parlare a tutti. Gli esseri umani, dopotutto, sono sempre esseri umani: e anche se sono diversi, hanno qualcosa in comune".

"Non credo nell'ispirazione", ha detto. Perché?
"Se scrivi solo quando sei ispirato, devi essere felice, nel giusto stato d'animo. E invece deve esserci un atteggiamento diverso. Questo è un lavoro. Devi scrivere ogni giorno. Devi sbagliare, devi tornare indietro, devi avere il coraggio di cancellare. Più che uno scrittore, mi sento un artigiano".

Napoli fa paura secondo lei?
"Sì. Perché il destino dell'umanità è quello di diventare Napoli: un'enorme periferia confusa, senza confini, piena di degrado, di sporcizia, di incuria. Napoli fa paura perché abbiamo paura di noi stessi".

Suona piuttosto estremo.
"Non è vittimismo, è denuncia. È raccontare la realtà. I napoletani non sono perfetti. Ma i pregiudizi resistono. Quando si parla di un napoletano, si parla prima della sua città e della sua provenienza. Solo successivamente viene considerato come essere umano".

Di cos'è sicuro?
"Di non voler essere catalogato. Non voglio scrivere sempre la stessa cosa. Non voglio essere lo scrittore delle periferie. Voglio essere uno scrittore, e voglio poter scrivere liberamente".