Emanuela Fanelli: "Non credo di essere fortunata. Forse sono solo un'attrice simpatica"
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria TammaroEmanuela Fanelli – nata a Roma, classe ’86 – è una dei due volti di Una pezza di Lundini (in onda su Rai 2 ogni martedì alle 23.45). Interpreta un ruolo, come ci tiene a precisare. Fa l’annunciatrice e la spalla; è la protagonista di segmenti straordinari che prendono in giro un particolare modo di raccontare e di essere. Dopo A piedi scarzi, riproposizione in chiave romanissima del cinema di periferia, è arrivata Simonetta – La truccatrice della Magnani, affondo raffinato alla fiction della televisione pubblica.
Non riesce a trattenersi, Fanelli: quando parla, se le viene una battuta, deve dirla; e la dice ridendo, divertita; la dice con naturalezza, sentitamente, senza ripensamenti. È spontanea, ma è spontanea in modo intelligente, serio, centrato: conosce il peso delle parole; e conosce soprattutto l’importanza dei tempi: quando dire e non dire; quando insistere e quando lasciar perdere. La sua carriera,…
Emanuela Fanelli – nata a Roma, classe ’86 – è una dei due volti di Una pezza di Lundini (in onda su Rai 2 ogni martedì alle 23.45). Interpreta un ruolo, come ci tiene a precisare. Fa l’annunciatrice e la spalla; è la protagonista di segmenti straordinari che prendono in giro un particolare modo di raccontare e di essere. Dopo A piedi scarzi, riproposizione in chiave romanissima del cinema di periferia, è arrivata Simonetta – La truccatrice della Magnani, affondo raffinato alla fiction della televisione pubblica.
Non riesce a trattenersi, Fanelli: quando parla, se le viene una battuta, deve dirla; e la dice ridendo, divertita; la dice con naturalezza, sentitamente, senza ripensamenti. È spontanea, ma è spontanea in modo intelligente, serio, centrato: conosce il peso delle parole; e conosce soprattutto l’importanza dei tempi: quando dire e non dire; quando insistere e quando lasciar perdere. La sua carriera, dice, è arrivata piano piano, costruita giorno dopo giorno. Non vuole dirsi fortunata (è una parola che, confessa, sta provando a usare con parsimonia); ma è convinta di essersi trovata nel posto giusto al momento giusto.
'Una pezza di Lundini' si rivolge a un pubblico molto giovane rispetto alla media Rai. State svecchiando la tv?
“Mamma mia...”
Cosa?
“Quanto mi reputa intelligente. Non so dirle se io e Valerio Lundini, con il nostro lavoro, stiamo svecchiando la televisione. Noi facciamo le nostre cose. Io scrivo, mi preparo, mi organizzo. Simonetta, per farle un esempio, non si può fare all’improvviso; ci vuole tempo”.
Ma lei che cosa ne pensa di questa tv?
“Non ho una percezione precisa, le dico la verità. Non avevamo nessun obiettivo in mente all’inizio. Tutto quello che volevamo fare era un programma piacevole, con i nostri interessi e le nostre passioni. Una cosa che, insomma, avremmo visto volentieri”.
Non ci sono altri programmi che le piacciono?
“Dovrei dirle una frase antipatica”.
Quale?
“Vedo poco la televisione. Spesso vado sulle piattaforme e scelgo un film o una serie. È da tanto che non aspetto un programma davanti alla tv come invece facevo da piccola o da adolescente”.
No?
“Quando eravamo più giovani, i programmi avevano un’altra struttura. E parlavamo decisamente a pubblici diversi. Oggi non è così; oggi mi sembra quasi tutto livellato per un pubblico – chiamiamolo così – medio. Che forse non apprezza nemmeno queste proposte e che, addirittura, non esiste”.
Qualcuno si è mai lamentato di una vostra battuta?
“No, non ci è mai capitato. O almeno: non è mai successo a me. Forse perché non hanno il mio numero di telefono... Ma quella che prendiamo di mira è la retorica di fondo, il modo che molti, non un solo programma, hanno di parlare di un determinato argomento”.
In che modo?
“Diciamo anche cose terribili, ma le diciamo con un obiettivo preciso: ribaltare un modo di raccontare e di vedere il mondo. Per esempio: ultimamente, quando si presenta una donna, c’è l’abitudine di dire: la bellissima e bravissima. E tra i due aggettivi spesso c’è una pausa, e in quella pausa risuona forte: non ti vedo solo come un corpo. È una cosa che mi fa ridere. Perché non è spontanea, e si nota”.
Siamo più attenti a quello che diciamo?
“Sono anni che stanno cambiando tante cose, e soprattutto che ci stiamo interrogando su tante questioni. Prima davamo per buoni certi atteggiamenti; e lo facevamo per inerzia, senza pensarci”.
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Ed è un bene o un male?
“Le rispondo da persona che vive nel 2021. Guardo alcune cose mentre accadono. E potrebbero essere un’occasione. Appena si solleva un tema, però, se ne parla prendendo immediatamente una posizione. Non lo affrontiamo nemmeno e c’è già chi dice: questa è la cosa giusta da dire, questa è la cosa giusta da pensare”.
Che cosa manca?
“In questo periodo, mi mancano le opinioni”.
Quali?
“Non i tweet o i post sui social, intendiamoci. Adesso tutti hanno la possibilità, concretamente, di dire quello che pensano. Prima, però, si leggevano o si ascoltavano persone che non solo esprimevano la propria opinione, ma che mettevano in dubbio le certezze, che si ponevano e ponevano delle domande”.
Lei chi vorrebbe sentire?
“Le persone più intelligenti di me. E anche quelle con cui non sono d’accordo. E lo voglio fare per una ragione banalissima: per costruire la mia opinione”.
Ha mai evitato di dire qualcosa?
“Nel mio lavoro, a Una pezza di Lundini, no. Io seguo il mio gusto, quello che secondo me fa ridere. Non mi va di essere maleducata. Cerco di essere sempre chiara. Ma non didascalica: odio il didascalismo”.
Oggi su che cosa ci concentriamo?
“Spesso si discute di dichiarazioni che non vengono fatte da figure istituzionali, che in qualche modo sono tenute a un certo contegno e a un certo comportamento. Ci concentriamo su frasi che vengono dette da comici, opinionisti, persone qualunque”.
Ed è un problema?
“Io faccio umorismo in tv, e sono sicura che prima o poi dirò una cavolata. Sono sicura che, prima o poi, toccherà a me finire nelle tendenze di Twitter. E non lo dico perché sono una mitomane. Lo dico perché so di poter dire una cavolata. E io rivendico il mio diritto di dire cavolate”.
Perché?
“Perché non deve essere una cavolata che dico a dovermi definire; non è quella cavolata che cancellerà le altre cose che ho detto e che ho fatto, cose magari buone, gentili e carine. La mia è un’opinione, e un’opinione può non essere condivisa”.
Abbiamo paura della nostra fallibilità?
“E io rivendico anche quella. La rivendico sempre, anche nella mia vita. Siamo carne e fiato, come dice Gianna Nannini. Tutti sbagliano, anche i campioni di moralismo”.
Una volta era diverso?
“C’eravamo tanto amati è un capolavoro ed è uno dei miei film preferiti, e lei dirà: grazie al... Scola, Age e Scarpelli hanno scattato una fotografia di un momento che io, personalmente, non ho vissuto; hanno scelto di raccontarlo in un certo modo, facendo parlare tante voci, con un’idea chiara di quello che volevano dire. Oggi, invece, anche i personaggi che ci inventiamo in tv o al cinema devono essere infallibili, portatori di messaggi eticamente inattaccabili. Tra quaranta o cinquant’anni, quando rivedranno i nostri film, che cosa penseranno le persone? ‘mmazza oh, che campioni di moralità che c’erano nel 2021!”
Lei che cosa vuole sentire?
“Tutte le voci, anche quelle orribili. Non ha senso, nell’intrattenimento e nella finzione, aderire a un unico modello. Perché, semplicemente, non è questa la realtà. Anche chi si indigna, alla fine, dice cavolate”.
Secondo lei, dove nasce questo cortocircuito?
“Forse stiamo vivendo una fase in cui, se accettiamo le brutture degli altri, dobbiamo accettare anche le nostre, e diventa terribile. Insopportabile”.
“Vorrei essere bravissima”, ha detto in un'intervista. Oggi ci si accontenta di tutto?
“In questo momento che ho due spicci di notorietà, mi capita di essere chiamata e cercata per ruoli e lavori. E non è fortuna, secondo me. Non credo di essere stata solo fortunata. Ho lavorato per arrivare dove sono. Giovanni Benincasa, autore di Battute? e di Una pezza di Lundini, mi ha dato una possibilità. Sono stata fortunata in altro, nel tempismo”.
In che senso?
“Ho iniziato a fare provini intorno al 2015. Ci sono stati momenti in cui ho lavorato di più e altri in cui ho pensato di lasciar perdere. Sono passati sei anni. Non sono né pochi, né tanti. Sono abbastanza. Non ho avuto modo di ancorarmi alla rabbia o alla delusione. Ho fatto il mio percorso, e ho capito il valore vero delle cose che succedono in questo ambiente. Non penso: sono un fenomeno, ora se ne sono accorti tutti. Io voglio continuare a migliorare. Quest’anno, per esempio, sono più brava dell’anno scorso. E l’anno prossimo, forse, sarò ancora più brava”.
E come si fa?
“Provo a essere onesta. Provo a fare le cose che, come le dicevo, mi fanno ridere. E provo anche a concentrarmi sul presente. Mi piaceva molto fare la maestra, ero contenta. Il lavoro che faccio oggi è sempre stato la mia passione. Quando non riuscivo a farlo, però, non ero triste. È importante ricordarsela, questa cosa: c’è sempre un modo, alla fine, per essere felici”.
Perché le piace così tanto questo lavoro?
“Questo è un mestiere che fa tanto soffrire, ma che soddisfazione quando senti l’applauso del pubblico: dovrei rispondere così, no? Una bella risposta impegnata. E invece la verità un’altra, ed è piuttosto semplice: sono felice. Ma felice davvero”.
Fa parte del cast di 'Siccità' di Paolo Virzì.
“Lavorare con lui è sempre stato uno dei miei sogni. Spesso, vede, si finisce per livellare tutto, per ridurre tutto a stereotipi. Con i ruoli femminili, poi, ancora di più. Con Virzì no. I suoi personaggi somigliano a persone vere. E poi sa dirigere gli attori: ti mette nella giusta posizione per dare il massimo, e si fida. Si fida moltissimo”.
Ma lei si sente più comica, più attrice o più presentatrice?
“Sicuramente non sono una presentatrice. Non è il mio lavoro e, per adesso, non mi interessa. Quando scrivo, scrivo cose comiche. Perché mi fanno ridere e perché mi vengono naturali. Io non sono mai Emanuela Fanelli; interpreto sempre un personaggio. Forse sono solo un’attrice simpatica. Tutto qua”.