Claudia Tranchese, da 'Gomorra' a 'Generazione 56k': "Voglio essere irriconoscibile"
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria TammaroQuando Claudia Tranchese - attrice, classe 1989, nata a Napoli - ha letto il copione di Generazione 56K, la serie di Netflix creata da Francesco Ebbasta e co-prodotta dai The Jackal, ha immediatamente chiesto di partecipare ai provini. L'ha fatto, dice, perché voleva cambiare. Nello stesso periodo, era impegnata sul set di Gomorra. "Ed ero sempre stanca", racconta. "Ma era una stanchezza bellissima. Sono abituata a impegnarmi fino in fondo per ottenere quello che voglio. E se sono stanca, significa che sto facendo qualcosa di buono". Nella sua visione, corpo e mente si muovono insieme. Passo dopo passo. Recitare è una missione, un impegno e, contemporaneamente, un'opera di puro artigianato. Le parole vanno provate e pesate; il copione va studiato e l'interpretazione va modellata come un vaso di argilla. "Per Generazione 56K", continua, "volevo creare un personaggio non stereotipato. Avevo paura di incastrarmi in una macchiet…
Quando Claudia Tranchese - attrice, classe 1989, nata a Napoli - ha letto il copione di Generazione 56K, la serie di Netflix creata da Francesco Ebbasta e co-prodotta dai The Jackal, ha immediatamente chiesto di partecipare ai provini. L'ha fatto, dice, perché voleva cambiare. Nello stesso periodo, era impegnata sul set di Gomorra. "Ed ero sempre stanca", racconta. "Ma era una stanchezza bellissima. Sono abituata a impegnarmi fino in fondo per ottenere quello che voglio. E se sono stanca, significa che sto facendo qualcosa di buono". Nella sua visione, corpo e mente si muovono insieme. Passo dopo passo. Recitare è una missione, un impegno e, contemporaneamente, un'opera di puro artigianato. Le parole vanno provate e pesate; il copione va studiato e l'interpretazione va modellata come un vaso di argilla. "Per Generazione 56K", continua, "volevo creare un personaggio non stereotipato. Avevo paura di incastrarmi in una macchietta".
E come è andata?
"Ho giocato con le sfumature. Ines ha sempre la battuta pronta, è veloce, immediata. Brillante. Ma è anche vanitosa. In ogni istante, è tante cose. Convinta, ma anche estremamente insicura".
La televisione offre più possibilità del cinema?
"A volte. Negli ultimi anni, c'è stata una tendenza molto precisa: quella delle storie sugli adolescenti. Ora c'è un'altra idea: raccontare i trentenni. Raccontare, cioè, quel periodo di passaggio tra la confusione dei vent'anni e l'età adulta, tra la spensieratezza e le responsabilità".
Lei ha affrontato questo cambiamento?
"Sì. Prima ero decisamente più istintiva. Adesso vedo le cose in un modo diverso. Provo ad analizzarle, e finisco per mettermi in discussione. Non ci sono certezze incrollabili".
Quello dell'attrice è un mestiere precario.
"Dopo la laurea, ho cominciato a fare piccole cose. E ricordo che, mentre ero sul set, mandavo foto e messaggi a mia madre e lei mi rispondeva segnalandomi bandi e concorsi pubblici. Questo è sicuramente uno dei lavori meno sicuri, è vero. Perché sai quello che fai sul momento, per un ruolo. Ma non sai che cosa aspettarti dal futuro. Dipende da te. Soprattutto, dipende dalle tue scelte".
Perché?
"Fanno la differenza. Devi saper dire di no, devi andare avanti e imparare a trovare il progetto giusto. Io non ho una carriera lunghissima alle mie spalle. Allo stesso tempo, però, ho fatto abbastanza esperienza. E so questo: la gavetta non finisce mai".
Mai?
"Io mi lascio molto coinvolgere dai personaggi. Anche nei provini. Ho sempre fatto così. E lo so: non è la norma, non è quello che fanno tutti. Con il tempo ho capito come tenere una certa distanza, e questa distanza aiuta a proteggerti".
Che cosa ha imparato?
"Che bisogna cambiare. Valutare ogni singolo caso. Non bisogna essere superficiali o approssimativi. Ogni progetto deve essere un'occasione per conoscersi meglio".
Oggi ci sono più ruoli interessanti?
"Nell'ultimo periodo sì. C'è un'attenzione maggiore per i personaggi femminili. Forse siamo sulla strada giusta per non fare sempre le stesse cose: la madre di, la moglie di, la donna forte, la donna con uno scopo preciso".
Di cosa c'è bisogno?
"Di consapevolezza. Le donne vanno raccontate per quello che sono: deboli, forti, insicure, con un lavoro, disoccupate, madri o senza figli, single o sposate. Al momento non c'è una caratterizzazione così profonda. Però, ecco, ci stiamo provando. E questo è un primo passo".
Come ha fatto a trovare un equilibrio tra Gomorra e Generazione 56K?
"Avevo paura di confondere le due cose. Ma non è stato così. I due ruoli, in qualche modo, hanno finito per compensarsi. La rabbia di uno bilanciava la spensieratezza dell'altro. Dopo aver interpretato Grazia, volevo interpretare Ines. E dopo aver interpretato Ines, avevo voglia di tornare a essere Grazia".
Ha sempre desiderato fare l'attrice?
"Sì. Quando ho smesso con la danza per un problema alla schiena, ho avuto qualche difficoltà. Il palco mi faceva paura. Ci sono tornata lentamente. Al liceo, ricordo, seguivo qualche corso di recitazione, ma facevo anche altro. Ho preso il tesserino da pubblicista e ho cominciato a scrivere".
Non era questo il suo obiettivo, però.
"Volevo provare. Solo questo. Preso il tesserino, sono andata avanti. Mi sono laureata in sociologia. Ho cambiato casa a 25 anni, e poi mi sono trasferita a Roma".
Perché?
"Per me Roma è sempre stata un altro mondo: era la capitale del cinema, rappresentava tutto quello che volevo, era la mia meta. Ho sempre voluto venire qui. Quando ero piccola, tifavo per la squadra della capitale. Nella mia cameretta avevo anche un poster di Francesco Totti".
E Napoli?
"Napoli mi ha sempre ricordato la mia infanzia, quello che ero, il mio paese. Avevo bisogno di evadere e di spostarmi. Non ho rimpianti, intendiamoci. Oggi però non serve trasferirsi per fare questo mestiere".
Che cosa cercava?
"Volevo essere tante cose, volevo cambiare in continuazione. Recitare mi ha permesso di tenere a bada questo desiderio. Non ho mai voluto fare altro. Alla fine sono sempre tornata qui. Non so dire perché".
Ed è stato difficile?
"Assolutamente. Non c'è mai nessuna certezza. E io, onestamente, non ho un'ossessione. Non voglio riuscire a tutti i costi. Sono contenta di quello che ho, di quello che faccio. Sono serena. E sono felice. Rispetto immensamente il pubblico e non do niente per scontato".
Qual è la prima cosa?
"Deriva tutto dalla fame, dalla voglia di fare. La fame riempie le distanze, ti avvicina ai tuoi obiettivi. Se impari a gestirla, può diventare il motore della tua ambizione. La fame può farti migliorare, può essere la tua guida e il tuo bastone. Nel nostro lavoro, però, c'è sempre qualcuno che decide, qualcuno pronto a valutarti. E questa è una cosa che devi ricordarti".
Recitare significa essere soli?
"Molti dicono di sì. Ma non sono d'accordo. Io amo collaborare con gli altri. Non c'è solo il copione. A volte bisogna rinunciare; e in quel caso sì, l'attore è solo. Soprattutto quando si parla di vita privata".
Che cosa serve per lavorare con gli altri?
"È importante ascoltare, e io ascolto sempre. Forse, ascolto troppo. Mi affido a chi mi circonda. Non vivo da sola il set e le scene. C'è il regista e c'è il resto del cast. Un ruolo non è una cosa che ti viene data; un ruolo è una cosa che va costruita".
E fa paura?
"Fa molta paura. E l'unico modo per superare questo terrore è riuscire, è essere soddisfatti dal risultato. Io voglio diventare quello che il regista ha in mente. E sì, è un pensiero che può spaventare. Perché hai davvero poco controllo. Ma io voglio essere questo: voglio essere irriconoscibile".