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Giulio Pranno: "Per fare l'attore non basta il talento, ci vuole anche fortuna"

Classe 1998, ha lavorato con Salvatores in 'Tutto il mio folle amore' e 'Comedians', poi con Mordini in 'La scuola cattolica'
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Giulio Pranno - classe 1998 - non usa mezzi termini. Dice sempre quello che pensa, e quello che pensa, spesso, può suonare come una sentenza inappellabile: il mondo va così, gli attori dovrebbero fare in questo modo; è importante rischiare e sentirsi a disagio. La sua, però, non è arroganza: è la schiettezza di chi ha una passione profonda, e vuole fare bene il suo lavoro. Fin dal primo film (Tutto il mio folle amore) con Gabriele Salvatores, Pranno ha dato il massimo, e si è prestato, piegato, offerto alla visione del regista. È un attore, dice, e gli attori devono fidarsi.

Venezia 78, 'La Scuola cattolica' e il delitto del Circeo

Quando La scuola cattolica di Stefano Mordini è stata vietata ai minori di 18 anni, si è sentito confuso. "Mi è dispiaciuto, certo. E non ho capito completamente le motivazioni. È sembrata quasi una privazione artistica.…

Giulio Pranno - classe 1998 - non usa mezzi termini. Dice sempre quello che pensa, e quello che pensa, spesso, può suonare come una sentenza inappellabile: il mondo va così, gli attori dovrebbero fare in questo modo; è importante rischiare e sentirsi a disagio. La sua, però, non è arroganza: è la schiettezza di chi ha una passione profonda, e vuole fare bene il suo lavoro. Fin dal primo film (Tutto il mio folle amore) con Gabriele Salvatores, Pranno ha dato il massimo, e si è prestato, piegato, offerto alla visione del regista. È un attore, dice, e gli attori devono fidarsi.

Venezia 78, 'La Scuola cattolica' e il delitto del Circeo

Quando La scuola cattolica di Stefano Mordini è stata vietata ai minori di 18 anni, si è sentito confuso. "Mi è dispiaciuto, certo. E non ho capito completamente le motivazioni. È sembrata quasi una privazione artistica. Ma io non sono un distributore e non sono nemmeno un regista: il film, in qualche modo, ha avuto una certa visibilità e le persone sono andate al cinema per vederlo".

Ora ci saranno delle conseguenze.
"L'ha detto anche Stefano: le distribuzioni e i produttori, davanti a una cosa del genere, saranno sempre più spaventati, rischieranno sempre di meno, e certe storie verranno semplicemente ignorate dagli artisti".

Come è arrivato a questo film?
"All'inizio ho fatto il provino per il ruolo di Angelo Rizzo. Per Mordini non ero pronto: avevo bisogno di tempo con lui, per provare e riprovare. Io però ero già sul set di Comedians di Gabriele Salvatores, e non era possibile dividermi in questo modo. A quel punto ci siamo salutati. E per me, dico la verità, era finita lì".

Invece?
"Invece a novembre le riprese di Comedians sono finite, e sono stato richiamato da Mordini per il ruolo di Andrea Ghira. Ci sono volute 24 ore: il giorno dopo mi sono ritrovato sul set, pronto per girare. Sono stato contento, ovviamente. La scuola cattolica era un film che mi interessava fare".

Che cosa ha pensato del Massacro del Circeo dopo questa esperienza?
"C'è poco da pensare: è una delle pagine più nere della nostra storia. Non ci sono punti di vista o opinioni. Da allora sono cambiate tante cose. E sono cambiate a tantissimi livelli, per la legge e per le singole famiglie".

Che tipo di rapporto ha con il pubblico?
"Mi interessa molto il parere degli altri, e voglio confrontarmi con le cose che sono difficili e lontane da me. Non mi piacciono i ruoli banali. Questo lavoro, per me, deve essere una sfida".

In che senso?
"Per qualcuno forse sono pazzo. Non voglio fare solo cinema d'autore; ma voglio personaggi ben sviluppati, interessanti, con qualcosa di particolare. In molte serie teen, la scrittura non è così approfondita ed è un peccato".

Chi scrive, spesso, è troppo grande per capire?
"No, non credo. Non sono d'accordo. Skam, che è la mia serie teen preferita, è molto realistica. Non è stato difficile rivedermi in alcuni personaggi e nelle loro storie. È un problema di tempi e di richieste. Quando ci sono dei giganti come Netflix o Amazon, bisogna produrre velocemente e bisogna sempre tenere in mente il pubblico generalista".

Il nuovo film di Salvatores è 'Tutto il mio folle amore'

Com'è stato il primo incontro con Gabriele Salvatores?
"Me lo ricordo benissimo. Era il provino di Tutto il mio folle amore. Con me c'era mio zio. Siamo arrivati un po' in anticipo, e così siamo andati al bar. Lì abbiamo incontrato Salvatores; abbiamo passato un po' di tempo insieme, e poi ci siamo salutati. Anche freddamente, se posso: dovevo ancora fare il provino. Dopo averlo fatto, però, ci siamo immediatamente ritrovati".

Non ci sono mai stati problemi?
"No, e non ho mai avuto un ripensamento. Le cose sono andate bene fin dal primo minuto. Mi sono sentito al sicuro, con Gabriele. Mi sono fidato. Non mi sono mai preoccupato".

Quanto è difficile fidarsi degli altri?
"In questo mestiere, fidarsi degli altri è fondamentale. Se non lo fai, non riesci ad abbandonarti e a dare tutto te stesso. Se non ti fidi, difficilmente la scena prenderà la giusta direzione. Il regista fa la differenza tra un buon film e un brutto film: se manca il regista, mancano le basi".

Perché, allora, fare l'attore?
"Amo il rischio. E amo mettermi alla prova. Prima di conoscere Gabriele, avevo fatto dei provini anche per il Centro Sperimentale e per la Gian Maria Volontè. E quando non sono stato preso, ho cominciato a pensare a un piano B".

Aveva paura?
"Non volevo diventare uno di quegli attori che iniziano a lavorare a 35, 40 anni, che non riescono mai a trovare un buon ruolo, e che alla fine ripiegano su workshop e corsi".

Alla fine ce l'ha fatta.
"E ora sto male quando non sono su un set o su un palco. Questa, forse, è la mia unica possibilità".

Questo è un lavoro per i talentuosi o per i fortunati?
"Servono entrambe le cose, talento e fortuna: sembra banale dirlo, ma è così. Anzi, in questo momento del cinema italiano, conta molto di più la fortuna. Il talento, spesso, non è così fondamentale. A volte hanno molto più peso l'aspetto fisico e il seguito sui social".

La verità qual è?
"Che non si diventa bravi nel giro di una notte, e sicuramente non si diventa bravi nel giro di un film. Molti sembrano essere convinti del contrario. Un milione di follower non significa avere automaticamente un milione di spettatori paganti. Il pubblico vuole storie belle, non solo grossi nomi. Ma forse sono io a non aver capito niente".

Lei che uso fa dei social?
"Li uso per seguire colleghi e amici, per tenermi aggiornato, e per parlare dei film. Forse, non li utilizzo bene. Perché non mi faccio tanti problemi e dico sempre quello che penso".

E che cosa pensa del cinema italiano di oggi?
"C'è spazio, e c'è voglia di futuro. Si stanno raccontando storie nuove, più moderne, e vengono coinvolti attori giovani. Il rischio di provincialismo c'è sempre, e forse si producono troppi film: a volte manca l'attenzione e manca, soprattutto, il tempo".