Yotobi, dai social al palco: "Ho trasformato una passione in lavoro: ci vuole costanza"
di Gianmaria Tammaro , di Gianmaria TammaroA tre anni, Karim Musa, vero nome di Yotobi, si è trasferito a Torino con la famiglia. Prima abitava in Puglia. “Onestamente? Ricordo pochissimo di quel periodo: le vacanze estive, i viaggi in macchina, le tantissime cose che portavamo giù e quelle che, poi, portavamo su. Ma a 18 anni ho smesso: mi annoiavo troppo”.
Il suo canale YouTube ha quasi 16 anni, più di 240 milioni di visualizzazioni totali e circa 1.5 milioni di iscritti. È uno dei più vecchi della piattaforma di Google in Italia. Ha anche un altro canale, dedicato interamente ai videogiochi, e uno su Twitch, dove ha più di 364mila follower. Nel corso del tempo, Yotobi ha saputo cambiare format e argomenti rivoluzionando completamente il suo linguaggio. Prima le recensioni, poi i monologhi, infine un late show. Ora ha unito tutte queste cose e ha trovato una strada alternativa.
Nei suoi video si rivolge direttamente al pubblico, analizza quello di cui parla e soprattutt…
A tre anni, Karim Musa, vero nome di Yotobi, si è trasferito a Torino con la famiglia. Prima abitava in Puglia. “Onestamente? Ricordo pochissimo di quel periodo: le vacanze estive, i viaggi in macchina, le tantissime cose che portavamo giù e quelle che, poi, portavamo su. Ma a 18 anni ho smesso: mi annoiavo troppo”.
Il suo canale YouTube ha quasi 16 anni, più di 240 milioni di visualizzazioni totali e circa 1.5 milioni di iscritti. È uno dei più vecchi della piattaforma di Google in Italia. Ha anche un altro canale, dedicato interamente ai videogiochi, e uno su Twitch, dove ha più di 364mila follower. Nel corso del tempo, Yotobi ha saputo cambiare format e argomenti rivoluzionando completamente il suo linguaggio. Prima le recensioni, poi i monologhi, infine un late show. Ora ha unito tutte queste cose e ha trovato una strada alternativa.
Nei suoi video si rivolge direttamente al pubblico, analizza quello di cui parla e soprattutto parte dalla sua idea di intrattenimento: una via di mezzo tra approfondimento e comicità. Adora le storie, e adora ripercorrerle e raccontarle. Il montaggio è uno degli elementi fondamentali del suo lavoro: non dà un altro ritmo e non stravolge il contenuto; ma costruisce un equilibrio perfetto tra tempi e toni.
Il 3 settembre Yotobi sarà uno degli speaker del TEDx di Barletta. “Quando me l’hanno proposto, ho detto subito di sì. L’ho fatto perché volevo provare cose nuove, anche lontano dalla mia comfort zone. E poi l’ho fatto perché volevo chiudere un cerchio con i miei cinque anni di spettacoli di stand-up comedy”.
Ha già scelto il tema del suo monologo?
“Sì e non sarà su di me. O meglio: non sarà solo su di me. Non è un monologo sulla mia vita e sulla mia carriera: c’era il rischio di ripetere qualcosa. È un monologo su altro. Su un tema decisamente più ampio”.
Lei non ama particolarmente le interviste.
“Non ne ho fatte moltissime, è vero. Ma dobbiamo guardare il quadro più ampio: le ho fatte nel corso di quindici anni di YouTube. Le persone che hanno appena cominciato a seguirmi forse non lo sanno nemmeno, ma ci sono. La verità, poi, è anche un’altra”.
Quale?
“Non c’è molto da raccontare (ride, ndr). Anche per questo ho deciso di non fare un monologo sulla mia vita: sarebbe durato tre o quattro minuti”.
Com’è cambiato il suo rapporto con YouTube? Continua a essere una passione o con il tempo è diventato unicamente un lavoro?
“Adesso è entrambe le cose. Nel 2006 non si poteva ancora guadagnare con le pubblicità. Io ho iniziato a ricevere i primi soldi intorno al 2012. E parliamo di cifre veramente basse. Poi, certo, è diventato un lavoro. O meglio: l’ho trasformato in un lavoro. Serve essere costanti. Devi parlare delle cose che ti interessano davvero”.
Il suo rimane un mestiere estremamente precario.
“I guadagni possono essere molto diversi. Oggi YouTube è il mio lavoro principale, ma non è l’unico. Resiste il desiderio di raccontare qualcosa”.
Quindi YouTube sta davvero attraversando una crisi?
“In realtà dipende da chi crea contenuti. Adesso la soglia dell’attenzione si è abbassata. Le persone non hanno né il tempo né la voglia di vedere un video di venti o trenta minuti. Una volta era diverso. Una volta, ogni momento era buono per vedere un video di YouTube. Oggi ci sono gli shorts e le stories su Instagram: tutto arriva più velocemente. In Italia siamo rimasti un po’ indietro”.
In che senso?
“In Inghilterra e negli Stati Uniti i canali YouTube continuano ad andare bene. Le loro visualizzazioni sono più o meno identiche. E poi c’è una nuova tendenza: vengono creati video-saggi, di quaranta o cinquanta minuti. E le persone li vedono. Anche se sono così lunghi. Da noi, invece, si fa decisamente più fatica”.
Il pubblico è cambiato?
“In parte sì. Ma non è solo colpa dello spettatore. Anche il sistema ha la sua dose di responsabilità. Pensiamo, per esempio, alle serie tv: se le distribuisci interamente in un solo giorno, e le persone si abituano a questa cosa, tornare indietro diventa difficile. E non è nemmeno soltanto una questione di età. Io e i miei amici, quando andavamo a scuola, guardavamo già tutte le serie senza fermarci”.
Cos’è cambiato, allora?
“Il problema non è la fruibilità; il problema è il tipo di serie e di film che vengono prodotti. Tutti con lo stampino, estremamente simili, di una qualità media piuttosto bassa. Le piattaforme hanno bisogno di riempire i loro archivi e di distribuire sempre cose nuove”.
Le dirette su Twitch, però, vanno piuttosto bene.
“Perché abbiamo bisogno di intrattenimento, e ne abbiamo bisogno costantemente. Per questo motivo Twitch e i podcast hanno avuto così tanto successo. Qualcuno dirà che non è vero, per carità: ma i numeri parlano chiaro. Fino a qualche anno fa, le persone aspettavano la sera per vedere o per ascoltare qualcosa; adesso, invece, fruiscono costantemente di serie, podcast e video. Non vogliamo rimanere da soli con i nostri pensieri”.
Il rapporto con il pubblico è diverso?
“Anche in questo caso dipende. E dipende dal singolo creator e dalla singola piattaforma. A me sembra identico. Forse la gente, oggi, preferisce scrivere commenti più lunghi e analitici su YouTube proprio per dimostrare la propria dedizione. Un video di venti minuti è quasi un impegno. Su Twitch e TikTok è tutto più estemporaneo, invece. E anche i commenti, volendo, sono così: più brevi e immediati”.
Lei continua a essere molto riservato. Durante le sue dirette, parla pochissimo dei suoi colleghi.
“In passato ho commentato alcune scelte di altri creator e le clip sono state ricaricate su YouTube: non cerco nessuno scontro o dramma; non è quello che mi interessa, e decontestualizzare le mie parole non aiuta. Quindi preferisco evitare”.
Di solito le dirette più seguite sono di sera; lei, invece, preferisce il primo pomeriggio. Perché?
“Non volevo sovrappormi ad altri ragazzi che conosco. Io, poi, ho bisogno di determinati spazi. Anche per questo non faccio più dirette di sera. Cambiare adesso potrebbe essere controproducente”.
Nel corso della sua carriera ha stretto amicizie particolari? Con altri creator, per esempio.
“Certo. A uno dei miei ultimi spettacoli, prima della pandemia, ho incontrato Luna Lombardi: faceva la social media manager, e adesso lavora con me. Si occupa di qualunque cosa: regia, scenografia, social. Alcuni dei miei migliori amici, poi, fanno il mio stesso mestiere: IlGattosulTubo e il gruppo dei Termosifoni. Su GTA RP ho conosciuto Francesco Di Nucci e Pasquale Salzano. Ho visto due live di Pasquale, che su Twitch si fa chiamare SoloUmido, e mi sono innamorato del suo stile”.
Ha mai pensato di lavorare in televisione?
“Il mio linguaggio non si sposa benissimo con quel tipo di impostazione. Anche quando ti danno massima libertà, devi trattenerti e cambiare. Non riesco nemmeno a lavorare come autore. Vedo i programmi che scrivono altri creator, e a volte sono veramente terribili: nessuno però dice niente; ci accontentiamo. Per me il risultato è fondamentale. Faccio quello che faccio perché ci tengo, non punto solo ai numeri; voglio fare qualcosa di interessante”.
Quindi non le interessa?
“Non dico di no a prescindere; dico di no dopo aver parlato con le persone e aver valutato la proposta che mi hanno fatto. Fino a oggi, non c’è stata nessuna occasione per cambiare”.
Quanto sono importanti, per lei, i videogiochi?
“Fondamentalmente sono semplice intrattenimento. Ma è un intrattenimento che seguo da sempre, fin da bambino. I videogiochi sono stati l’evoluzione naturale dei giocattoli. Quando ero piccolo, disegnavo il Super Nintendo e ci giocavo così. Mi abbandonavo totalmente all’immaginazione. Anche durante il periodo del liceo giocavo tantissimo: da solo o con i miei amici. E per il mio rendimento scolastico è stato un po’ un problema. Adesso siamo arrivati a un punto particolare. I videogiochi hanno uno sviluppo artistico straordinario. Pensiamo alla grafica, al coinvolgimento di scrittori e attori, alla musica. I videogiochi, oggi, sono la sintesi di diverse cose. Di diversi linguaggi”.
Ha preso in considerazione la possibilità di svilupparne uno?
“Ogni tanto sì. Sono un grande appassionato di videogiochi indipendenti, soprattutto quelli horror. Nella maggior parte dei casi, gli sviluppatori indipendenti fanno un videogioco perché vogliono farlo, non per i soldi. E a volte hanno delle idee veramente belle. Chi lo sa, vedremo: è un processo molto lungo”.
Che cosa pensano i suoi genitori del suo lavoro?
“Mi hanno sempre sostenuto. Sotto questo punto di vista sono stato veramente fortunato. Mio padre era un po’ preoccupato per me quando andavo al liceo. Però quando mi sono diplomato mi ha dato totale carta bianca. Per tre anni ho lavorato in Rai, e nel frattempo andavo avanti con il mio canale YouTube. Alla fine ho deciso di licenziarmi per impegnarmi al massimo con i miei video. Non ho mai finito l’università. Quando sono arrivati i primi, veri soldi i miei genitori mi hanno consigliato di andare avanti. E adesso sono i miei fan numero uno: mia madre è sempre la prima a commentare i miei video”.
L’ha mai criticata?
“Non direttamente, no. Ma riesco a capire quando un video non le è particolarmente piaciuto”.
Lo dicevamo anche prima: questo è un mestiere precario. È quello che vuole continuare a fare, anche in futuro?
“I contenuti che fai invecchiano con te. Se vuoi andare avanti, puoi farlo. Ma devi ricordarti che il pubblico non è sempre lo stesso; devi cambiare e adattarti. Io sto cominciando a stare bene, anche dal punto di vista economico, solamente adesso, dopo 15 anni di impegno”.
Nessun piano B, allora?
“Mi piacerebbe lavorare dietro le quinte e aiutare i creator con i loro video. Oggi i network e le agenzie non mettono bocca su queste cose. Ma discutere con un creator, secondo me, può essere utile. Soprattutto come spinta per migliorare”.
Non le piacerebbe fare solo stand-up comedy?
“Non lo so; è molto difficile fare solo stand-up comedy. Non tutti ci riescono. Mi interessa: non dico di no. Ma è veramente complicato”.
Ci sono ancora pregiudizi sul suo lavoro?
“È sicuramente più accettato, ma non tutte le persone sanno con precisione quello che fai. C’è un’idea molto confusa di chi lavora su Internet. Per qualcuno YouTube e Twitch sono identiche, e non è così. All’esterno, poi, arrivano sempre le stesse cose: le challenge, i balletti... Ora tutti parlano delle lezioni di corsivo: una cosa che è stata inutilmente ingigantita”.
Come definisce il suo lavoro?
“Mi tengo largo, molto largo. Di solito dico che faccio il videomaker, così non devo spiegare niente”.
È felice?
“Lavorativamente sì. Per il resto, ecco, dipende molto dal periodo. Se vogliamo fare una media diciamo che sono abbastanza felice: meglio non esagerare”.