Lucio Dalla, caro amico scrivici ancora non ci basti mai
di Gino Castaldo , di Gino CastaldoQuell'impareggiabile "ragno" peloso di Lucio Dalla era solito arrampicarsi sulla vita con la morbidezza del genio. E' morto quando nessuno si aspettava che morisse, il primo marzo di dieci anni fa, poggiato su un divano, scomparendo all'improvviso da un mondo che aveva riempito con una valanga di canzoni, con una vitalità da cento uomini messi insieme e un amore sconfinato che si poggiava su cose, barboni, presepi, opere d'ingegno, santi, barche, motociclette, musiche e cieli stellati.
Lui ragazzo prodigio che a sedici anni girava per locali jazz, lasciato libero da una affettuosissima mamma che aveva compreso l'unicità sorprendente del suo piccolo ragno, che ti salutava con le sue piccole mani e le dita corte che guizzavano sulle chiavi del clarinetto e avevano imparato perfino a suonare il pianoforte, lo strumento nobile che avrebbe bisogno di dita lunghe e affilate, lui che neanche voleva cantare, avvolto di musica e bizzarrie teat…
Quell'impareggiabile "ragno" peloso di Lucio Dalla era solito arrampicarsi sulla vita con la morbidezza del genio. E' morto quando nessuno si aspettava che morisse, il primo marzo di dieci anni fa, poggiato su un divano, scomparendo all'improvviso da un mondo che aveva riempito con una valanga di canzoni, con una vitalità da cento uomini messi insieme e un amore sconfinato che si poggiava su cose, barboni, presepi, opere d'ingegno, santi, barche, motociclette, musiche e cieli stellati.
Lui ragazzo prodigio che a sedici anni girava per locali jazz, lasciato libero da una affettuosissima mamma che aveva compreso l'unicità sorprendente del suo piccolo ragno, che ti salutava con le sue piccole mani e le dita corte che guizzavano sulle chiavi del clarinetto e avevano imparato perfino a suonare il pianoforte, lo strumento nobile che avrebbe bisogno di dita lunghe e affilate, lui che neanche voleva cantare, avvolto di musica e bizzarrie teatrali, e forse non l'avrebbe fatto se non avessero insistito Gino Paoli, Sergio Bardotti, e tutti quelli che continuavano a vedere in lui il talento del cantautore di razza, che a rivelarsi ci mise tempo, dopo una gavetta lunga, dopo incertezze e ripensamenti, lui così sgraziato, ventenne che negli anni Sessanta che scoppiavano di ormoni adolescenziali di anni ne dimostrava quaranta, e per sfondare dovette aspettare l'occasione della vita, un pezzo originariamente intitolato Gesubambino, testo di Paola Pallottino e musica scritta dallo stesso Lucio quasi in trance, con la consapevolezza che misteriosamente in quel pezzo c'era tanto di se stesso anche se apparentemente parlava di altro, di una sedicenne ragazza madre con un padre ignoto che veniva dal mare e un bimbo da allattare.
Nel tempo di una canzone/4 - '4 marzo 1943': così a Sanremo '71 nasce il vero Lucio Dalla
È il pezzo che, dice la vulgata, fu censurato perché potesse entrare in gara a Sanremo nel 1971, fino a cambiare titolo e generare un ennesimo colpo di genio, unico al mondo, ovvero intitolare la canzone con la sua reale data di nascita: 4/3/43. In realtà le cose andarono diversamante. In una intervista che ci concesse nel 1980 per La Repubblica, ritrovata recentemente, Lucio dava una versione completamente diversa. Si trattò, raccontava, di un autocensura, anzi per l'esattezza fu la casa discografica, la Rca, a essere impaurita e chiedere a Lucio di modificare titolo e alcuni versi, ancora prima di presentare la canzone al festival.