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Monica Vitti, che sagoma: così la musa di Antonioni diventò la regina della commedia

Il 3 novembre la grande attrice compie 90 anni. Una carriera da interprete brillante decollata grazie a un'intuizione di Mario Monicelli
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Monica Vitti ci ha regalato alcune delle più belle risate della nostra vita. Ma di chi è il merito di quelle risate, oltre che di Monica Vitti essa e medesima?

Il merito è di Mario Monicelli, ma è un merito che viene da lontano, come Monicelli ha spesso raccontato. Dovete sapere che Monicelli era molto amico di Michelangelo Antonioni. Perché Monicelli, l’uomo che ci ha regalato I soliti ignoti e Brancaleone, era un intellettuale. Era imparentato con i Mondadori, aveva letto tutti i romanzi dell’Ottocento ed era appassionato di pittura e di fotografia. Queste ultime due passioni (ma forse anche i romanzi dell’Ottocento, chissà) lo portavano a frequentare Antonioni. Dovete anche sapere che Antonioni era molto spiritoso. Di un umorismo a volte feroce, ficcante. La storia di Mizoguchi la sapete, no? No? Beh, divaghiamo per trenta secondi: nel 1955 Francesco Maselli, detto Citto, esordisce nella regia con Gli sbandati. Citto…

Monica Vitti ci ha regalato alcune delle più belle risate della nostra vita. Ma di chi è il merito di quelle risate, oltre che di Monica Vitti essa e medesima?

Il merito è di Mario Monicelli, ma è un merito che viene da lontano, come Monicelli ha spesso raccontato. Dovete sapere che Monicelli era molto amico di Michelangelo Antonioni. Perché Monicelli, l’uomo che ci ha regalato I soliti ignoti e Brancaleone, era un intellettuale. Era imparentato con i Mondadori, aveva letto tutti i romanzi dell’Ottocento ed era appassionato di pittura e di fotografia. Queste ultime due passioni (ma forse anche i romanzi dell’Ottocento, chissà) lo portavano a frequentare Antonioni. Dovete anche sapere che Antonioni era molto spiritoso. Di un umorismo a volte feroce, ficcante. La storia di Mizoguchi la sapete, no? No? Beh, divaghiamo per trenta secondi: nel 1955 Francesco Maselli, detto Citto, esordisce nella regia con Gli sbandati. Citto è stato l’aiuto regista storico di Antonioni, gli deve tutto, o quasi. Ma quando comincia a rilasciare interviste, e tutti gli chiedono quali siano i suoi modelli, i registi ai quali si è ispirato, fa sempre il nome del giapponese Kenji Mizoguchi, il sommo raffinatissimo regista di La vita di O-Haru donna galante. Qualche tempo dopo Citto si trova a cena con amici e c’è anche Antonioni. Al momento del conto, si accorge – è sempre stato distratto – di aver dimenticato il portafogli. Si rivolge all’amico e maestro: “Michelangelo, puoi prestarmi diecimila lire?”. La risposta di Michelangelo è diventata leggenda: “Fattele da’ da Mizoguchi”.

Questo era Antonioni. Un regista che gira film serissimi e che nella vita è una sagoma. E nella vita sta con un’altra sagoma: Monica Vitti.

Monica è una ragazza buffissima, una mezza hippy ante-litteram, sempre vestita in modo bizzarro perché – freddolosissima – si mette sette o otto vestiti uno sopra l’altro (Sette sottane è il titolo di una sua vecchia autobiografia). All’Accademia il suo insegnante Sergio Tofano, ovvero il Signor Bonaventura, le consiglia di sviluppare il suo talento comico e la spinge a scegliersi un nome d’arte, perché chiamarsi all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli, al cinema, non aiuta. Ma bisogna pur mangiare e negli anni 50, giovanissima, Monica trova lavoro soprattutto come doppiatrice. “Con questa voce – raccontava sempre – me fanno fa’ solo le ladre e le mignotte”. Infatti in I soliti ignoti fa una ladra: doppia il personaggio di Norma, interpretato da Rossana Rory, una romanaccia come lei il cui vero nome è Rossana Coppa (altro cognome con cui non si va lontani). È lei, Monica, che ribatte a Gassman quando quello, pugile suonato, dice di essere in lizza per il titolo: “Sì, de commendatore! Co’ quella trippa che hai messo su”.

In Accattone di Pasolini invece non fa una mignotta, ma quasi: doppia Paola Guidi/Ascenza, la moglie separata e incazzatissima del protagonista, che di mestiere in fondo fa il pappone. Si campa così, dando quella voce così roca bassa e strana ad altre bionde che, pur belle e brave, non sono né più belle né più brave di lei. Poi arriva la svolta: la scelgono per doppiare Dorian Gray (vero nome Maria Luisa Mangini, non la finiamo più…) in Il grido, film di Antonioni. Michelangelo la vede al leggio e se ne innamora. Nasce la coppia più snob e glamour di Cinecittà anni 60, Monica diventa la Musa dell’incomunicabilità. Fanno assieme quattro film (L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso) in cui lei deve dire battute che farebbero scoppiare in lacrime una statua di marmo. Ma sono anche film bellissimi, e spesso le battute (come la leggendaria “mi fanno male i capelli”) fanno ridere solo i maligni. Perché nel cinema di Antonioni, così rarefatto e metafisico, hanno un senso.

Con Alain Delon sul set di 'L'eclisse' 

Nel frattempo, di tanto in tanto Monica e Michelangelo vanno a cena con Monicelli. Il quale la stuzzica: “Sei tanto simpatica e spiritosa, perché al cinema devi fare solo ‘sti personaggi mortaccini che ti scrive Michelangelo?”. Il quale Michelangelo, a sua volta, ridacchia e certo non la ostacola. Entra in scena, a questo punto, Luigi Magni: il futuro regista di Nell’anno del Signore e di La Tosca (ricordate questo titolo) ha avuto una bellissima idea per un film: una ragazza siciliana, nera come un tizzo, viene “sedotta e abbandonata” da un gaglioffo e lo insegue a Londra, dove è fuggito, per pretendere il matrimonio riparatore; poi, nella Swinging London degli anni 60, scopre che c’è altro nella vita. Magni scrive il film assieme a Rodolfo Sonego, Monicelli fa la regia e pensa: Monica non è né nera né siciliana, ma solo lei può fare questo ruolo. Detto e fatto: con una parrucca corvina, un abito funereo e un accento siciliano buffissimo (“Di mammo sono! Una motta stai baciando”), Monica diventa Assunta Patané, La ragazza con la pistola.

Per questo ruolo vince il David di Donatello, il Nastro d’argento, il Globo d’oro, la Grolla d’oro e il premio come miglior attrice al festival di San Sebastiano. Nel frattempo la storia ha fatto “bum”: è il ’68, Assunta Patané diventa un simbolo della ribellione e del femminismo dilagante. Da lì in poi, è tutta una risata.

Magni ritorna in questa storia quando nel ’73 propone a Monica un ruolo pazzesco: Tosca, quella di Puccini (e di Sardou). Non è un film-opera, naturalmente: è un musical, con le musiche di Armando Trovajoli. Vittorio Gassman è il perfido Scarpia e il 33enne Gigi Proietti è un poderoso Cavaradossi. Ambientato nella Roma papalina il giorno della battaglia di Marengo, La Tosca ripercorre fedelmente la trama di Sardou e quindi è un film-ecatombe, in cui muoiono tutti tranne il suggeritore. Ma Magni è un tale genio che il film fa anche morir dal ridere. Il problema è che bisogna cantare.

Monica Vitti con Gigi Proietti e Vittorio Gassman in 'La Tosca' di Luigi Magni 
Monica è intonata, ma la voce è quella che è. Una leggenda vuole che a un certo punto, durante la registrazione delle canzoni, Trovajoli la corregga e lei sbotti: “Arma’, pure te: m’hai scritto delle musiche che manco ‘a Callas!”. È invece storia – raccontata a chi scrive da Magni, in più occasioni – che Monica entri nel film anche come produttrice e sia sempre in moviola, durante il montaggio. “Montavamo la scena a Sant’Andrea della Valle, dove Monica e Gigi cantano ‘Mi’ madre è morta tisica’. A un certo punto, mentre ascoltavamo un’inquadratura di Gigi che intona ‘vabbè che ce voi fa’, questo è l’amore’ lei esclama: ‘Senti quanto strilla ‘sto fijo de ‘na mignotta’. Temeva che montassi solo primi piani di Proietti”. Purtroppo La Tosca si rivela un fiasco commerciale e l’idea di Magni e Trovajoli, per un musical italiano di ambientazione storica che rinverdisse i fasti di Rugantino, si ferma lì. Rimane, immortale, la canzone Nun je da’ retta Roma che diventa il marchio di fabbrica, la sigla di tutti gli spettacoli e di tutta la carriera di Gigi Proietti.

Nello stesso anno Monica interpreta Teresa la ladra e Polvere di stelle, dove pure canta, e che sono due grandi successi. Nel ’74 si leva lo sfizio di fare un breve ruolo in Il fantasma della libertà di Luis Buñuel. Non è un film comico ma la sequenza in cui c’è lei è divertentissima: lei e Jean-Claude Brialy sono due coniugi borghesi e pudichi, e hanno una bambina che un giorno porta a casa delle foto che le ha dato un signore al parco. Loro le sequestrano, e cominciano a guardarle. Noi spettatori non le vediamo – non ancora. Capiamo dalle loro reazioni indignate che sono foto oscene. “Guarda questa!”. “Mamma mia! Questa, poi…”. “Che vergogna”. “Che scandalo”. Vediamo finalmente, anche noi, le foto: sono monumenti, l’Arco di Trionfo, il Partenone, cartoline. Vedendole, i due si eccitano come adolescenti in calore. È una comicità surreale, come sempre in Buñuel, e Monica è perfetta. Perché lei è così: può essere realistica, ma da grande attrice ha mille corde, e sa farle suonare tutte. Cercatevi in rete un suo meraviglioso sketch preso da qualche varietà Rai degli anni 70, intitolato I crauti. Interpreta una canzoncina dadaista che parte appunto dai crauti (“I crauti son quella cosa / che si schiaffano dentro ai panini”…) e arriva alla descrizione di un delitto (“No proprio no non sapevo / che la pistola era carica”…) per concludersi con un paradosso geografico del tutto gratuito (“Ricordo una sera a Varazze / che venivo giù da Savona … / Non era Varazze / e non era nemmeno Savona / e non era nemmeno quella volta lì”). Una che fa ridere con i crauti, può far ridere in qualunque modo.

Monica non aveva, non ha limiti. Un genio vero. Rimane, con Mariangela Melato, l’attrice più eclettica e più moderna che abbiamo mai avuto.