Monica Vitti, l'icona e la donna di un secolo aspro
di Alberto Crespi , di Alberto CrespiOra che Monica Vitti è morta davvero, dopo altre due morti di cui tra poco parleremo, è forse arrivato il momento di porsi una domanda che non riguarda l’attrice (sul cui talento si spera non si aprano dibattiti) ma la donna, l’icona, l’immagine e la presenza che Monica lascia di sé.
Partiamo dal fatto che Monica è nata invisibile e se n’è andata invisibile. Da ragazza non si piaceva, non si sopportava e – parole sue – intorno ai 15 anni ha deciso di fare l’attrice “per non morire”, per sopportare il peso dell’esistenza diventando altro da sé. Il primo passo fu cambiare il nome: come Maria Luisa Ceciarelli sarebbe arrivata al massimo al teatrino…
Ora che Monica Vitti è morta davvero, dopo altre due morti di cui tra poco parleremo, è forse arrivato il momento di porsi una domanda che non riguarda l’attrice (sul cui talento si spera non si aprano dibattiti) ma la donna, l’icona, l’immagine e la presenza che Monica lascia di sé.
Partiamo dal fatto che Monica è nata invisibile e se n’è andata invisibile. Da ragazza non si piaceva, non si sopportava e – parole sue – intorno ai 15 anni ha deciso di fare l’attrice “per non morire”, per sopportare il peso dell’esistenza diventando altro da sé. Il primo passo fu cambiare il nome: come Maria Luisa Ceciarelli sarebbe arrivata al massimo al teatrino della Barafonda che Fellini ricostruisce in Roma, come Monica Vitti si poteva conquistare il mondo e oltre. Eppure, anche l’iangresso nel cinema avviene nel segno dell’invisibilità: il doppiaggio. Molti piccoli ruoli, quasi sempre – ancora parole sue – “da ladra o da mignotta, co’ ‘sta voce che me ritrovo”. Grazie alla voce, però, c’è l’incontro con Michelangelo Antonioni mentre doppia Dorian Gray in Il grido. È l’inizio di una grande avventura sentimentale e artistica, in cui però Monica è pur sempre la Musa. Un ruolo che probabilmente le va stretto, anche se i film sono bellissimi.
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L’invisibilità, ovviamente, ritorna verso la fine del secolo scorso: una malattia crudele la esclude dalla vita professionale e, pian piano, dalla vita tout court. Oltre vent’anni di silenzio, fino ad oggi. Nel mondo del cinema non si sapeva nemmeno dove fosse. Per anni si è detto che era in una clinica svizzera, poi alla fine si è saputo che quasi sicuramente era a Roma, chiusa in casa, a due passi da Piazza del Popolo. Il marito, Roberto Russo, ha difeso eroicamente la sua privacy. Tra la Musa dell’incomunicabilità e il lungo viaggio nel silenzio ci sono, però, vent’anni di carriera lungo i quali Monica Vitti non si nega nulla. E sono quelli che contano. Vediamone alcuni momenti. Anticipando che l’ultimo è il più importante, anche se non è un film.
Nel 1968 è La ragazza con la pistola nell’omonimo film di Mario Monicelli. Da siciliana sedotta e abbandonata si trasforma in bionda emancipata della Swinging London. È un film che trasuda di tutti gli umori del ’68 pur sfiorandolo appena. Monica Vitti entra nel dibattito sociale: è di fatto un film femminista, Assunta Patané incarna in modo grottesco tutte le istanze del movimento.
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Nel 1970 interpreta un’altra popolana in Dramma della gelosia di Ettore Scola. Qui l’istanza femminista, o femminile (può una donna desiderare due uomini contemporaneamente? Può amarli e “appartenerli”, nel senso che loro appartengono a lei, come dice Adelaide Ciafrocchi nel film?), si incrocia con l’ideologia di Oreste Nardi (Mastroianni), che da bravo compagno vorrebbe farsi dare la linea da Ingrao perché si sente intorcinato su se stesso “come un involtino”. Il ’68 è appena passato e i rovelli ideologici sono ancora estremamente concreti.
Nel 1974 è una borghese parigina in Il fantasma della libertà di Luis Buñuel. La scena è indimenticabile. Una bambina porta a casa delle foto che un uomo laido le ha regalato al parco. I genitori (Monica e Jean-Claude Brialy) prima la sgridano, poi osservano le foto (che noi spettatori ancora non vediamo). Esclamazioni di sdegno, poi pian piano cominciano a eccitarsi. La macchina da presa va finalmente alle loro spalle e anche noi vediamo le foto: sono cartoline, monumenti, l’Arco di Trionfo, Montmartre, il Partenone. La scena è breve e potrebbe sembrare solo una gag, come sempre in Buñuel non c’è spiegazione e al tempo stesso tutto si spiega: la borghesia gode della propria repressione mentre tenta di sconfiggerla, il sesso cova sotto gli abiti irreprensibili ma quando si libera è grottesco, malato. Forse non è un caso che i coniugi si chiamino Foucauld (Michel Foucault, nel ’74, è già famoso).
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Nel 1975 in Qui comincia l’avventura, è una motociclista con casco e tuta di cuoio che “seduce” la stiratrice Claudia Cardinale e parte con lei alla conquista del mondo. È il film di Carlo Di Palma che Ridley Scott ha spudoratamente copiato in Thelma e Louise. La ribellione continua. Nel frattempo, Monica diventa l’unica star femminile della commedia all’italiana, dove spesso fa coppia con Alberto Sordi. Quello è un universo più riconoscibile, che forse non le basta. Grazie al talento e al fisico, che la rende diversissima da un monumento come la Magnani e dalle “maggiorate” Loren-Lollo eccetera, si costruisce negli anni una statura internazionale. Oltre che con Buñuel lavora con Losey, con Jancso, con Cayatte. È l’unica attrice italiana con quella dimensione, proprio perché non sembra italiana: sottile, bionda, con quel viso così particolare, non ha nulla di “mediterraneo”. Diventa pian piano un’icona universale.
Il 3 maggio 1988 muore per la prima volta: Le Monde pubblica la notizia del suo suicidio, per poi spedirle un mazzo di rose rosse sperando di farsi perdonare. Chissà le risate. Poi, dopo le ultime apparizioni nel corso degli anni 90, sparisce. Entra nel XXI secolo senza saperlo, evitandosi la rete, i social, i reality, i talent, tutta la paccottiglia mediatica di cui vivono molte sue presunte eredi. Senza volerlo, si affianca ai grandi misteri della società dello spettacolo: Kubrick, Mina, Salinger, Marlon Brando, Terrence Malick. Ma oggi, quando la notizia della sua morte arriva il giorno dopo la morte di Tito Stagno, emerge un altro ricordo.
La notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969: Armstrong e Aldrin sbarcano sulla Luna, Tito Stagno e Ruggiero Orlando litigano sul momento dell’allunaggio. La Rai organizza una nottata no-stop per seguire l’evento e Monica Vitti è lì, in studio, assieme a Michelangelo Antonioni. Sono la coppia più intellettuale e più internazionale dello spettacolo italiano. A lei chiedono se andrebbe mai, sulla Luna, e lei risponde: “Sarebbe bellissimo partire dalla Luna e arrivare sulla Terra, per trovare un mondo straordinario come quello in cui viviamo”. A lui chiedono se girerebbe un film, sulla Luna, e Antonioni risponde come se fosse la cosa più normale del mondo: “Nel ’63 Kennedy mi chiamò per propormi proprio la stessa cosa, peccato l’abbiano ucciso”! Forse Monica Vitti veniva davvero dalla Luna. Forse era stata mandata in missione per esplorare il nostro pianeta, e con il suo talento a volte aggressivo a volte surreale, spesso “lunare”, lo aveva percorso in lungo e in largo. Alla fine, ciò che rende unica Monica Vitti è che puoi immaginarla dovunque: accanto a Karl Valentin nei cabaret della Berlino anni 20, accanto a Juliette Greco nelle caves esistenzialiste, accanto ad Angela Davis fra le Black Panthers (la sua voce, proprio in una situazione simile, doppia un personaggio in Zabriskie Point), sulle barricate del Maggio, nelle manifestazioni femministe, dovunque. A differenza di altre attrici pur fantastiche come Anna Magnani o Mariangela Melato o Sophia Loren, Monica Vitti è stata il volto di un’epoca non solo italiana. Dovunque la mettevi, nel Novecento, ci stava bene: icona perfetta di un secolo aspro, violento, esigente che l’ha voluta tutta per sé.