VENEZIA – Alla Mostra Nicole Kidman aveva portato le inquietudini della moglie intellettuale, il corpo nudo allo specchio accarezzato dallo sguardo di Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut. Era il 1999. Con Bird era tornata esplorando l’incontro tra una moglie con – forse – il consorte morto, incarnato in un ragazzino. Chiude la trilogia, oggi, con Babygirl, firmato dalla olandese Halina Rejin, un film omaggio ai thriller erotici anni Novanta, da Adrian Lyne a Paul Werhoeven, con cui la autrice aveva lavorato - The black book – come attrice.
Viste le premesse quindi, dimentichiamoci scandalo e trasgressione, più vorrei ma non posso. Del resto l’idea è nata quando Rejin ha saputo da un’amica che in venticinque anni di matrimonio non aveva mai avuto un orgasmo con il marito. La prima scena di Babygirl offre un plastico rumoroso amplesso tra i due coniugi, Nicole Kidman e Antonio Banderas: lei, quando lui s’addormenta, si masturba davanti al pc, guardando video di giovani sottomesse.
Questo è il gran segreto: alla CEO di un’azienda di automatizzazione dei processi di spedizione, consapevole dell’immagine che deve avere in un mondo in cui nelle posizioni di potere come la sua le donne sono poche. Oltre alla prestigiosa carriera, la nostra sa anche gestire una splendida vita familiare, con il marito regista teatrale (con cui non solo non condivide gli orgasmi, ma neanche gli spettacoli e quando lui le chiede che segno resterà di lui come regista lei risponde “irrilevante, come tutti”), e con le due figlia.
La primogenita, lesbica e piuttosto aggressiva e critica nei confronti della madre, pronta a metterla in difficoltà e a prenderla in giro, quando scopre i segni delle “punturine” sul viso della donna, la secondogenita ancora in una fase Heidi il tuo nido è sui monti. L’arrivo di uno stagista con il fascino di Henry Dickinson (Triangle of sadness, A murder at the end of the world), cambia tutto. Il primo incontro per strada, il giovane calma un cane arrabbiato, con dolcezza e fermezza. In ufficio lui chiede di essere il suo stagista e lei è in qualche modo costretta ad accettarlo, nasce un rapporto segreto che tra imbarazzi e ripensamenti, ma anche tenerezza e allegria, da una parte la libera, dall’altra la rimette in discussione. Lei diventa una “babygirl” che si vuole sentir dire cose fare, un po’ cagnolina, un po’ gatta, ma lui non ha quel cinismo studiato e le idee feticisticamente chiare del Mickey Rouke di Nove settimane e mezzo, di certo non ha la follia respingente e persecutoria di Glenn Close in Attrazione fatale, con tanto di coniglio bollito.
E non c’è una punizione finale per la donna che rompe i tabù, per il cuculo che ha fatto l’uovo nel nido familiare altrui, per il marito poco attento.“Il film parla di sesso, dei nostri desiderio più intimi, di segreti, famiglia. verità consenso: il linguaggio nel sesso è complicato. – racconta Kidman - Vediamo la storia di una donna che spero sia liberatoria. Spero che parli di amore verso sé stessi e di liberazione. E’ stato bello ritrovarsi con questo materiale con una regista donna. Attraverso il suo sguardo. A Cannes qualche tempo fa avevo detto che per bilanciare l’equilibrio avrei voluto girare di più con cineaste”.
Chiede quante sono le donne in concorso quest’anno, le dicono “cinque” ed esulta: “Stiamo facendo la differenza”. A chi le chiede come sia stato mettere il suo corpo a disposizione del film, tante le scene di nudo risponde: “Si tratta di una questione di fiducia. Io non penso nei termini del corpo ma di come posso raccontare la storia, aiutare la visione del regista. E io sono sempre stata al servizio del regista, pur con risultati diversi. E ora siamo qui, molto emozionati con questo film in cui credo ad attendere il giudizio”.
Interviene Antonio Banderas: “Per molti anni sono venuto a Venezia con film che oggi non si potrebbero più fare, criticati perché non conformi al politicamente corretto. Adesso siamo arrivati a una forma di autocensura. Quando ho letto questa sceneggiatura mi sono detto: c’è ancora qualcuno che pensa in modo diverso, che ha il coraggio di mettere schermo cose che noi tutti pensiamo. Noi siamo prigionieri dei nostri istinti siamo animali, c’è qualcosa nella natura che non è democratico: nessuno chiede di essere umano, animale di nascere. Siamo semplicemente aggrappati a ciò che siamo. Tutti siamo ormai catalogati, l’arte dovrebbe essere altro: perciò sono felice di essere qui”.
Sottolinea che si tratta anche di un confronto generazionale in materia di sesso e rapporti. C’è una scena nel film in cui il marito descrive il sadomasochismo come il frutto di una fantasia maschile, qualcosa di sgradevole. Il giovane uomo lo guarda e gli spiega che non è così. C’è un modo diverso di abbracciare la libertà, la diversità, l’identità sessuale nelle nuove generazioni. Questo film non è uno scandalo – né le scene lo sono, né le pulsioni del personaggio lo sono – piuttosto è un vorrei ma non posso, perché alla fine la protagonista – pur regalandoci una battuta folgorante (“se voglio farmi umiliare da qualcuno lo pago”), non va fino in fondo al suo desiderio, non lo abbraccia veramente. Ma l’impressione è che il pubblico cercato dalla regista sia piuttosto quello di persone come la famosa amica che le fece la confessione che ha messo in modo il film.