La ragnatela Marvel sugli Oscar: è l'anno dei cinefumetti

Con 'Black Panther' per la prima volta un blockbuster di supereroi entra nella categoria del miglior film. Ma in gara c'è anche 'Spider-man: Un nuovo universo' (miglior film animato) e 'Avengers: Infinity War' (effetti visivi)

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Sarà l'edizione dei Super Oscar? Per la prima volta un cinefumetto, Black Panther, è candidato come miglior film e in altre sei categorie, ha buone chance anche il nuovo uomo ragno animato (Spider-Man: Un nuovo universo) senza dimenticare la nomination per gli effetti visivi a Avengers: Infinity War. Ma la ragnatela della Marvel sarà sulla cerimonia dell'Academy, domenica notte, sotto altre forme di partecipazione. C'è dietro la potenza della Disney, certo. Ma anche una nuova generazione di votanti con la riforma dell'Academy e il non trascurabile dato che Black Panther è stato il primo blockbuster "all black" che ha consacrato un regista come Ryan Coogler (Fruitvale station) e una squadra di attori/artisti di formidabile talento. Da Chadwick Boseman a Michael B. Jordan, da Lupita Nyng'o a Danai Gurira, a Letitia Wright a Daniel Kaluuya. E ancora Hannah Beachler e Ruth E. Carter.
 


'Black Panther', il trailer


Nel 2014 l'Academy consacrava migliore film Birdman, in cui Alejandro González Inárritu faceva prendere le distanze al personaggio di Michael Keaton - l'ex Batman di Burton - dal supereroe che era stato. Che ci fosse qualche preconcetto contro i cinefumetti lo si era capito con l'esclusione, nel 2008, di Il cavaliere Oscuro di Christopher Nolan dalla categoria di film e regia: anche per questo "incidente" poi fu allargata la rosa dei film candidati, facendo entrare titoli più popolari, ma anche fumettoni piaciuti alla critica come Logan (candidato però per la sceneggiatura non originale) e Wonder Woman non ce l'hanno fatta. Dieci anni dopo ecco le candidature di Black Panther, il film che è più piaciuto alla critica e con un incasso record che l'avrebbe reso perfetto per l'Oscar popolare, se non fosse che la nuova categoria è stata rinviata all'anno prossimo. Non tutti sono stati felici della scelta, c'è chi parla di svilimento dei premi e chi la collega al fatto che la Disney è proprietaria della Abc, il canale che trasmette gli Oscar.

Ruth E. Carter (ap)

Ci sono alcune categoria in cui una statuetta a Black Panther è possibile: quella alla costumista Ruth E. Carter e alla scenografa Hannah Beachler, che potrebbero essere le prime vincitrici afroamericane nelle rispettive categorie. In Black Panther gli abiti e le scenografie sono centrali nel disegnare il mondo pan-africano inventato per rappresentare e celebrare l'universo nero evitando stereotipi. Vale per molti aspetti del film. I costumi identificano le singole tribù suggerendone le tradizioni, i costumi, la struttura sociale, ci hanno lavorato 30 stilisti ed esperti cappeggiata da Ruth E. Carter (già candidata per Malcolm X di Spike Lee e Amistad di Steven Spielberg). Il team ha cercato nei mercati e nelle biblioteche di New York, a Nairobi, a Mumbai, ma anche dal fumetto alla base del film. Con un occhio all'Afropunk contemporaneo, a uno stilista stimato come il nigeriano Duro Olowu che ha vestito Michelle Obama. Ad esempio Shuri, la sorella del re T'Challa, indossa perle di argilla (non di vetro) perché sono così quelle che fanno i bambini, il rosso con cui si dipingono il corpo le guerriere del Dora Milaje - come le Amazzoni del regno di Dahomey - viene da un misto di argilla rossa e burro di karité usato dal popolo Himba sub-sahariano.

(ap)

Il film Marvel Black Panther non è solo una celebrazione del power nero, ma anche uno sguardo su una nazione africana che è miracolosamente sfuggita alla colonizzazione grazie a un meteorite precipitato nello spazio: Wakanda è una comunità ricca e nascosta, tecnologicamente avanzata grazie all'energia fornita da un materiale preziosissimo che si chiama vibranio, letteralmente caduto dal cielo: fornisce l'energia necessaria per ogni aspetto ed elemento della società, dai futuristici palazzi, alle armi, ai vestiti. Un lavoro straordinario della scenografa Hannah Beachler - che nel curriculum la scenografia di Moonlight (premio Oscar 2017) e di Lemonade di Beyoncé - e la costumista Ruth E. Carter che hanno saputo  dato una versione suggestiva dell'afrofuturismo: termine nato  negli anni Novanta: letteratura, musica e creatività di artisti come Jimi Hendrix. Sun Ra e Jean-Michel Basquiat, che hanno lavorato con i temi dello spazio per attaccare il razzismo.

C'è un'artista italiana dietro il nuovo Spider-Man "Un eroe afro-latino per parlare ai più giovani"


Ma le possibilità di agguantare la statuetta di miglior film sono poche. Molte più chance ha da questo punto di vista: Spider-Man: un nuovo universo, candidato per il miglior film animato (insieme ad altri pregevoli come L'isola dei cani di Wes Andersone e Mirai del giapponese Mamoru Hosoda): ha già vinto ai Golden Globe e ai Critics Choise. In questo Spiderman che si chiama Morales, ha una madre ispanica e un padre afroamericano, c'è un pezzo d'Italia: nella squadra c'è l'artista italiana Sara Pichelli. E ci sono rumors che molti dei protagonisti della saga potrebbero essere sul palco del Dolby Theatre in questa edizione senza un presentatore ufficiale. Del resto molti divi della squadra sono stati candidati o hanno vinto i premi dell'Academy: da Cate Blanchett la sorella cattiva di Thor (ben due statuette e otto nomination), per la nuova entrata Captain Marvel, Brie Larson vincitrice con Room, Gwyneth Paltrow, ex musa di Shakespeare in love. Sono stati candidati Robert Downey Jr, Mark Ruffalo, Samuel L. Jackson, Ben Kingsley. Premiato come il cattivo per un ruolo supereroico è stato quello postumo a Heath Ledger, disturbante Joker entrato nella storia del cinema, Oscar meritatissimo. Altro Oscar, quello per il make up, per Suicide Squad, meritatamente conquistato dagli italiani Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, con Christopher Nelson.

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Al di là delle speculazioni sulla potenza della Disney, la presenza di Black Panther agli Oscar è di quelle che hanno segnato una nuova epoca per il cinema hollwyoodiano: un protagonista supereroe nero (sì, c'era stato Blade ma le dimensioni produttive erano ben altre), emblema dell'America afro, con un incasso totale di 700 milioni in Usa, sono andati in massa anche gli appartenenti a quelle minoranze, e con la conquista del resto del mondo: e 1 miliardo e 346 milioni di dollari, cifra che ha spazzato via ogni stereotipo che voleva gli attori afroamericani incapaci di attrarre spettatori di altri Paesi. Quello con Chadwick Boseman, Lupita Nyong'o, Michael B. Jordan, Forest Whitaker, Angela Bassett e Danai Gurira è, infatti, un film all black, manifesto visivo dell'orgoglio nero, opera afrofuturista con personaggi femminili altrettanto iconici rispetto a quelli maschili. E i paesaggi mozzafiato del Continente africano, richiami al colonialismo, esaltazione delle tradizioni ancestrali. Con uno sguardo ai due secoli di storia americana. Il villain Erik Killmonger - un fantastico Michael B. Jordan - è cresciuto in una California segnata dal pestaggio di Rodney King e dal processo a O.J. Simpson, e consegna la battuta migliore alla fine del film, tra le braccia del cugino T'Challa: "Seppelliscimi nell'oceano con i miei antenati che saltavano dalle navi, perché sapevano che la morte è meglio della schiavitù".

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C'è chi storce il nasto nell'onda del politicamente corretto che avvolge questi tempi (Viggo Mortensen, non certo un attore sospettabile di razzismo, che ha pronunciato la parola "nigger" durante una conferenza causando una serie di contraccolpi che hanno minacciato anche il percorso da Oscar di Green Book). Ma vale la pena di ricordare che a gennaio del 2018 era partita una campagna su Facebook per boicottare Black Panther: un sedicente gruppo di fan Dc Comics - la casa editrice di Batman & Co. - aveva lanciato un tentativo di boicottaggio sul tomatometro, il punteggio assegnato dall'aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes con la scusa che la Disney aveva aizzato la stampa contro i film della Dc Comics. I tempi sono cambianti, ma quelli vecchi non sono molto lontani, basti ricordare cosa diceva John Wayne in una intervista a Playboy del 1971 che è stata ritirata fuori dai media americani in questi giorni, in cui diceva di "credere nella supremazia bianca fino a quando i neri non saranno educati alla responsabilità. Non credo nel dare autorità e posizioni di leadership e giudizio a persone irresponsabili".