Schiaffo all'Oscar, così Will Smith cancella anni di battaglie per la diversità
di
Antonio Monda
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di Antonio Monda
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La serata degli Academy Award doveva essere una celebrazione delle minoranze e dell'amore fraterno. E invece è stata travolta dall'istinto primordiale
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Ce l’aveva quasi fatta, l’Academy, a trasformare la cerimonia degli Oscar in una celebrazione di minoranze, diversità e amore fraterno, ma poi una battuta che ai più è sembrata innocua su Jada Pinkett Smithha fatto scatenare il marito Will Smith, il quale è salito sul palco e ha colpito Chris Rock con uno schiaffo, complice anche il brutto allestimento in sala, che prevedeva nelle prime file, e soltanto per le star più grandi, dei divanetti. Non solo: tornando al proprio posto, Smith ha urlato due volte a Rock «tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua fottuta bocca».
Ce l’aveva quasi fatta, l’Academy, a trasformare la cerimonia degli Oscar in una celebrazione di minoranze, diversità e amore fraterno, ma poi una battuta che ai più è sembrata innocua su Jada Pinkett Smithha fatto scatenare il marito Will Smith, il quale è salito sul palco e ha colpito Chris Rock con uno schiaffo, complice anche il brutto allestimento in sala, che prevedeva nelle prime file, e soltanto per le star più grandi, dei divanetti. Non solo: tornando al proprio posto, Smith ha urlato due volte a Rock «tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua fottuta bocca».
Il comico ha incassato in maniera sorprendente, al punto da suggerire una messa in scena, ma c’è da dubitarne: l’acredine tra le due grandi personalità afroamericane risale a qualche anno fa, all’epoca della campagna #oscarsowhite, e nel 2015 Rock, in qualità di conduttore della serata, aveva già fatto infuriare Sean Penn per una battutaccia gratuita e volgare su Jude Law.
Will Smith con la moglie Jada Pinkett Smith (reuters)
Il clamoroso gesto sera costringe anche a una serie di riflessioni: cosa sarebbe successo se uno dei contendenti sul palco fosse stato bianco? E come porsi di fronte al fatto che l’uomo difende — e in questi termini — l’onore della donna? Il fatto che tutto ciò sia avvenuto di fronte a una platea planetaria ha un effetto devastante rispetto a tante battaglie di stampo femminista e contro il razzismo: cause inoppugnabili e nobili, ma troppo spesso gestite in maniera maldestra, se non ipocrita. La sorte ha voluto che Smith fosse poi il vincitore del premio come miglior attore, e quando è salito sul palco si è distinto per uno dei discorsi di ringraziamento più lunghi e insensati della storia degli Oscar, nel quale si è scusato con l’Academy ma non con Rock, ha parlato con toni da predicatore evangelico in lacrime della necessità di essere “ambasciatore dell’amore”, e quindi ha ripreso a ridere e a scherzare come se non fosse successo nulla.
Poco prima, per celebrare il quindicesimo anniversario della vittoria della sceneggiatura di Juno, era salito sul palco Elliot Page, che all’epoca era una ragazza chiamata Ellen Page: il mondo dello spettacolo è basato sulla rappresentazione, ma anche la decisione di coinvolgerla, tesa a sottolineare il doveroso rispetto di ogni scelta e diversità, è stata alla fine travolta dalla prevalenza degli istinti primordiali, mentre l’obbedienza alla correttezza politica sfociava in scelte al confine del demenziale. Privilegiare Coda su West Side Story e Licorice Pizza è semplicemente ridicolo, e il riconoscimento alla regia a Jane Campion risulta soprattutto un attestato dei suoi bei film degli esordi. Troy Kotsur, premiato come non protagonista per Coda, è bravo e ammirevole, ma siamo sicuri che il fatto di essere “diversamente abile” non abbia giocato un ruolo fondamentale per la sua vittoria? Ed era veramente il migliore in lizza? Eppure questo trionfo della correttezza politica era partito con qualche buona battuta, come quando nel monologo iniziale le tre conduttrici hanno scherzato sul fatto che con lo stesso compenso avevano scritturato tre donne al posto di un uomo.
Insieme alla ridicolizzazione planetaria di una linea dolciastra e farisaica, l’altro dato emerso dalla serata è stato il compattarsi di tutti gli studios per minimizzare il trionfo di Netflix: rispetto alle nomination, la nuova, potentissima major ha portato a casa pochi premi e ne ha fatto le spese anche Paolo Sorrentino a cui è stato preferito Drive my car, film notevole ma non per questo migliore del candidato italiano. Ma come al solito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: la linea anti-Netflix ha finito per premiare come miglior film Coda, prodotto da Apple, altro colosso emergente e a sua volta con un’attività primaria fuori dal cinema. Per cercare di contenere la durata poco oltre le tre ore, la scadente regia televisiva ha tagliato i tempi delle candidature dei premi considerati minori, offendendone i vincitori e spezzando il ritmo, con l’effetto di levare il pathos: non sempre il breve è più efficace del lungo.
In questa serata folle e claudicante, comunque migliore di quella minimalista dello scorso anno, rimangono nonostante tutto alcuni momenti di vero cinema: il trionfo della meravigliosa Jessica Chastain negli Occhi di Tammy Faye, e l’arrivo in palcoscenico di Francis Ford Coppola, Al Pacino e Robert De Niro per celebrare il cinquantesimo anniversario del Padrino, capolavoro che dal 2024 non sarebbe eleggibile perché non rispetta le quote relative alle diversità e alle minoranze.