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Sul set di 'Il ragazzo invisibile - Seconda generazione' 

Gabriele Salvatores, il regista che è diventato un genere. Senza paura di affrontarli tutti

Nella sua carriera iniziata quasi quarant'anni fa ha attraversato ogni tipo di storia ma non significa che sia una specie di surfer tra i generi, volubile, spinto volta a volta dalla curiosità del momento o desideroso di farsi notare per la sua originalità
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Se c'è una cosa che caratterizza Gabriele Salvatores rispetto alla maggioranza dei registi italiani è, senza alcun dubbio, la curiosità. Mentre gli altri cineasti tendono ad attestarsi nella tipologia di film in cui riescono meglio (in genere la commedia o il dramma), una benefica curiosità induce il neo-settantenne Gabriele a sperimentare senza interruzione generi e stili cinematografici diversi: dal 1983 allorché, giovane regista teatrale, si "convertì" allo schermo, fino a oggi. Salvatores si è prodotto con uguale convinzione nel film on-the-road, che gli ha regalato i primi successi (Marrakech Express, Turné, ma anche il recentissimo Tutto il mio folle amore), nel film di guerra (sui generis: Mediterraneo, per cui ha vinto l'Oscar alla migliore opera straniera), nel giallo (Quo vadis, baby?, diventato poi il "pilot" di una miniserie televisiva), nel crime movie (Io non ho paura, Come Dio comanda, E…
Se c'è una cosa che caratterizza Gabriele Salvatores rispetto alla maggioranza dei registi italiani è, senza alcun dubbio, la curiosità. Mentre gli altri cineasti tendono ad attestarsi nella tipologia di film in cui riescono meglio (in genere la commedia o il dramma), una benefica curiosità induce il neo-settantenne Gabriele a sperimentare senza interruzione generi e stili cinematografici diversi: dal 1983 allorché, giovane regista teatrale, si "convertì" allo schermo, fino a oggi. Salvatores si è prodotto con uguale convinzione nel film on-the-road, che gli ha regalato i primi successi (Marrakech Express, Turné, ma anche il recentissimo Tutto il mio folle amore), nel film di guerra (sui generis: Mediterraneo, per cui ha vinto l'Oscar alla migliore opera straniera), nel giallo (Quo vadis, baby?, diventato poi il "pilot" di una miniserie televisiva), nel crime movie (Io non ho paura, Come Dio comanda, Educazione siberiana), nella fantascienza (Nirvana) e, caso più unico che raro per la produzione nazionale, addirittura nel film di supereroi (Il ragazzo invisibile e Il ragazzo invisibile - Seconda generazione).

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Grazie a una indipendenza di scelte predisposta con cura - la casa di produzione Colorado Film, da lui fondata assieme a Maurizio Totti e Diego Abatantuono, gli dà una libertà sconosciuta alla maggior parte dei colleghi - Salvatores si è potuto concedere progetti cinematografici anche azzardati; e spesso con ottimi esiti. Nella sua produzione hanno trovato posto il film sperimentale, sia nel soggetto (il fantastico-grottesco di Denti) sia nei modi di ripresa (Quo vadis, baby?, dove si misurò con le tecniche digitali); le nuove tendenze culturali (Nirvana, prossimo alle atmosfere della narrativa cyberpunk di William Gibson, è il film italiano di sci-fi più premiato dal pubblico); un esempio di documentarismo sociologico come il collettivo Italy in a Day - un giorno da italiani, selezione da migliaia di riprese di anonimi videomaker sparsi per la Penisola.

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E, ancora, la multimedialità: in contemporanea col debutto del primo Ragazzo invisibile, uscirono un libro e una graphic-novel dallo stesso titolo. E se l'esperimento riuscì solo in parte, il tentativo di emanciparsi da un certo provincialismo del nostro cinema era senz'altro apprezzabile. Quanto osservato fin qui, tuttavia, non significa che Salvatores sia una specie di surfer tra i generi, volubile, spinto volta a volta dalla curiosità del momento o desideroso di farsi notare per la sua originalità. Perché, in realtà, Gabriele rappresenta un genere cinematografico in sé: il "genere Salvatores". Il tratto ricorrente della sua personale poetica, quello più evidente e commentato, riguarda - come ognun sa - il viaggio, strettamente connesso col tema del cameratismo maschile (sostanziato, questo, da una serie di character affidati ai suoi attori-feticcio, nonché amici, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Claudio Bisio...). Viaggio che si connota essenzialmente come un itinerario erratico, da intraprendere di preferenza in compagnia però senza una meta precisa.

Secondo alcuni per sfuggire a una realtà inaccettabile, ma che non si è in grado di cambiare: tanto da far denominare "trilogia della fuga" Marrakech Express, Turné e Mediterraneo, idealmente seguìti da Puerto Escondido e girati uno dopo l'altro tra il 1989 e il 1992. Ma, forse, la definizione è impropria. Più che una fuga, nei film di Gabriele il viaggio è una ricerca dell'"altrove", motivato (ancora una volta) dalla curiosità e da un certo spirito di avventura, simile a quello che il regista esercita nel paradigma dei "possibili" cinematografici. Per comprenderne la natura varrà la pena di evocare qualche verso di Charles Baudelaire: "Ma i veri viaggiatori sono solo coloro che partono/per partire... con i cuori leggeri come palloni... e, senza sapere perché, dicono sempre:/"Andiamo!".

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Un altro tratto caratterizzante, forse più impercettibile, è che i film del regista -  appartengano o meno al genere fantasy - esorbitano dalle convenzioni più consolidate del realismo cinematografico: sono sempre un po' - come dire? - dei film "sogna(n)ti". Fino dall'opera prima per il cinema, Sogno di una notte d'estate, che parafrasava Shakespeare in chiave contemporanea, passando per la maggior parte dei titoli già citati. Del resto, non sarà estranea a questa tendenza fiabesca ed evocativa la scelta di ambientare le sue storie in zone di confine (il paese del Nordest di Come Dio comanda, la Moldavia di Educazione siberiana) o in un luogo un po' misterioso e magico qual è Trieste, teatro delle imprese del ragazzo invisibile e della prima parte di Tutto il mio folle amore. E tuttavia Salvatores è riuscito a rendere fiabesca anche una città pragmatica come Milano, che nella commedia Happy Family ha trasfigurato e idealizzato in riprese notturne per le strade deserte della metropoli estiva. Oltre a riservarle, nello stesso film, una sequenza in bianco e nero di genere documentaristico che non ha nulla da invidiare alle poetiche "sinfonie metropolitane" dedicate a Berlino o a Mosca da maestri del cinema muto come Ruttmann e Vertov.