(ansa)

Sanremo 2020, la serata più bella: con le cover la musica si riprende il festival

Il commento / Amadeus ha fatto uno show che ha molti pregi e merita il successo che sta ricevendo, perché è il meglio della tv generalista

5 minuti di lettura
Non è un festival qualsiasi. E quelle che animano la terza serata di Sanremo non sono cover. Sono interpretazioni, riletture, altre opere realizzate prendendo a pretesto gli originali. Il rischio valeva la candela, e la serata è stata spesso sorprendente, qualche volta difficile da digerire, come sempre interminabile, ma in sostanza bella, ancora una volta. 

Il punto è che Sanremo che guarda dentro se stesso è un gioco di specchi che ha dell’assurdo, perché produce memoria di se stesso per le edizioni future, e per Techetechetè, e dopo un inizio esplosivo comincia l’altalena, alle volte si entra con Alice nel sottosopra, altre si plana su un tappeto volante, poi ci sono buchi neri che sembrano non finire e improvvisamente squarci di luce o nebbie siderali. Se ci si lascia andare il gioco diventa piacevole, proprio perché niente è come dovrebbe essere e nulla è davvero come sembra. Prendete, ad esempio, la versione di Vacanze romane dei Matia Bazar riletta in versione “double bass” da Masini e Arisa: il brano è apparentemente “intoccabile”, e le due voci degli interpreti non possono pensare di scendere su quel territorio e vincere. Quindi ne prendono l’anima elettronica, la “rapiscono” per non restituirla e la fanno diventare loro. Hanno una caratteristica comune, grande potenza vocale e qualche ottava alta dove gli altri cantanti non arrivano. Usano tutte le armi che hanno per trasformare un brano etereo in colosso di marmo, lucido e potente. Discutibile? Forse, ma giusto, originale, appassionato, soprattutto quando Masini mette il turbo.


Non è altrettanto ben riuscita, mentre sulla carta poteva essere sorprendete, L'edera riletta da Riki con Ana Mena, ma sono i rischi del caso. Su 24 versioni non tutto può essere come quella di Anastasio di Spalle al muro di Renato Zero con la PFM: grande musica, l’orchestra e la band insieme che sembrano far rivivere i fasti del progressive migliore, ma in un formato rap di inaudita potenza. Anastasio gioca in un campionato diverso dagli altri, in termini di creatività, di espressività, di intelligenza, campionato in cui è in ottima compagnia con Rancore che spacca la scena con Dardust e una parte dei La Rappresentante di Lista, il meglio della nuova musica italiana per spazzare via ogni forma di nostalgia, e di Junior Cally che si merita addirittura i complimenti di Vasco stesso per come ha interpretato (compreso il riferimento alle Sardine) Vado al massimo.

Parliamo di musica, dunque, in un festival nel quale, senza alcuna forma di equivoco, la musica è un elemento del tutto. Negli ultimi due anni è stata per molti versi maggiormente protagonista di quanto non lo sia quest’anno, Baglioni aveva riportato le canzoni al centro del plot narrativo del Festival, mentre Amadeus ha deliberatamente montato uno show, in cui la musica, la gara, le canzoni fanno in realtà da filo conduttore, non sono il centro attorno al quale tutto ruota. Nella serata delle interpretazioni, con ben ventiquattro canzoni in gara, la musica invece riesce a prendere il centro, non foss’altro che per questioni di tempo, perché incastrare le canzoni tra un numero e l’altro, e tutti gli ospiti, Benigni compreso, mantenendo il formato delle prime due serate, avrebbe significato finire non prima delle 3 del mattino. 



Ma sarebbe sbagliato, è sbagliato, pensare che il filo conduttore musicale nel Sanremo di Amadeus sia secondario, soprattutto dopo che da qualche anno le canzoni sono tornate a essere interessanti, in alcuni casi belle, testimonianza di una realtà musicale del paese che è decisamente cambiata. Le canzoni sono un elemento del tutto in termini di durata, ma sono l’elemento che tiene insieme il festival e lo trasforma, a seconda degli anni, in un successo o in un fallimento. E la serata delle interpretazioni, dove la creatività degli artisti è libera dai condizionamenti del mercato, della promozione, delle novità discografiche, è alla fin fine la più bella serata musicale del festival, dove ognuno dice la sua ricordando grandi storie, grandi canzoni. 

E dato che l’Italia musicale sta attraversando un momento estremamente positivo, interessante, in cui il rinnovamento dei temi, dei suoni, degli autori e degli interpreti, è meravigliosamente in atto, il Festival ne prende atto e lo porta al grande pubblico. Vedere le tre giovani e brave Levante, Maria Antonietta e Francesca Michielin sul palco a cantare insieme, vedere Rancore con La Rappresentante di Lista e Dardus, vedere Anastasio con la Pfm, vedere Elettra Lamborghini con Myss Keta, Simona Molinari con Raphael Gualazzi, Junior Cally con i Viito, vedere Elodie con Ahem Ahmad, Diodato con Nina Zilli e accanto a loro Achille Lauro e Annalisa, Piero Pelù, Irene Grandi con Bobo Rondelli, Le Vibrazioni e i Canova, i Pinguini Tattici Nucleari, Tosca e Silvia Perez Cruz, i Solis String Quartet, Nigiotti con Cristicchi, Morgan con Bugo, Jannacci con Mandelli, Gabbani vestito da primo astronauta italiano sulla lìLuna, non è normale nei programmi di prima serata dei sette canali televisivi generalisti italiani, anzi, ricordiamocelo, è sostanzialmente impossibile, soprattutto tutti insieme in un'unica serata. E molti di loro, visto il tema della serata, cantano dei classici bellissimi, li stravolgono, li modificano, li fanno diventare altro. 



Si, d’accordo, qualcuno dirà che si può fare di più, come recita la canzone, che si può fare meglio, ma non è vero, per i prossimi undici mesi non accadrà di nuovo, è accaduto questa sera e sul palco di Sanremo. Quindi dire che la musica al Festival non è importante, non è bella, non è nuova, è una bugia, bella e buona. Dire che Sanremo è vecchio e ripetitivo non è vero, anzi l’edizione di quest’anno è quella che ha un cast più simile a quello del Primo Maggio di ogni altra edizione precedente. Ed è giusto che accanto a questi ci siano Fausto Leali e Michele Zarrillo che rompono il ghiaccio con grandissima forza, Ornella Vanoni, Rita Pavone, Alberto Urso, Giordana Angi, Riki, Ana Mena, Marco Masini, Arisa, Amedeo Minghi, che ci sia Mika che prima ci fa divertire poi canta De Andrè sul palco del Festival, che ci sia ancora Tiziano Ferro che ha grande pazienza, è votato alla causa, e canta a mezzanotte e mezza, che ci sia Bobby Solo che arriva nel pieno della notte per cantare con Alketa Una lacrima sul viso perché anche loro, ognuno a suo modo, rappresentano la musica italiana, la canzone italiana, tutti i colori, le armonie, rappresentano il pubblico che è vasto, vario, diverso e merita di poter ascoltare quello che ama, anche se è diverso da quello che qualcun altro ama.

E quando salgono in scena Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa, Emma, anche solo per presentare il loro straordinario concerto, che le vedrà per la prima volta insieme sullo stesso palco il prossimo 19 settembre a Campovolo per manifestare contro la violenza sulle donne, per raccogliere fondi per i centri antiviolenza, è chiaro a tutti che si parla di musica, non di altro, di quella musica che ci cambia la vita, che ci fa scoprire cose importanti e ci fa innamorare di pensieri e idee, così come ci fa divertire e ballare.



E’ veramente il Festival della Canzone Italiana, e ben venga anche la cultura con Benigni che legge “Il cantico dei cantici”, che non è esattamente una cosa abituale nelle prime serate televisive italiane, così come la politica, nel senso della vita civile di noi tutti, che è entrata attraverso le canzoni di Lula e Martinelli che parlavano dell’Ilva di Taranto, o di Levante che ha parlato di chi soffre perché la sua diversità non viene accettata, o di Junior Cally contro il populismo, con uno schiaffo a Salvini e una carezza alle Sardine, ben vengano Emma D’Aquino che ha ricordato, cosa che non accade in prima serata sulle nostre reti generaliste, che i giornalisti muoiono ogni giorno per consentire a noi di sapere cosa accade nel mondo, o Rula Jebreal che ha ricordato che molte donne soffrono e muoiono per la violenza degli uomini. O Alketa Vejsiu che dice alcune semplici verità parlando di immigrazione, di integrazione, ricordando la storia dell’Albania. Tutte cose che normalmente non si sentono nei programmi di prima serata sulle reti generaliste.

Perché far finta che non sia così e pensare che il Festival di Amadeus che peraltro è seguito da un pubblico oceanico che non ha mollato dopo la prima puntata, sia modesto, mediocre, nostalgico, vecchio? Non è vero, il democratico Amadeus ha fatto uno show che ha molti pregi e merita il successo che sta ricevendo, perché è il meglio della tv generalista, senza porcherie, volgarità, battutacce, anzi avendo tanti contenuti seri e importanti. Ha un solo grandissimo difetto, quello di essere interminabile, una cattiveria senza possibilità di redenzione per chi l’ha deciso. Ma non disperiamo, può sempre essere ancora più lungo….