✕

Amadeus, Jovanotti, Fiorello, a Sanremo la "Generazione Deejay". Linus: "La radio ti insegna il mestiere"

(agf)
Dal Festival alle altre tv, sono tanti i personaggi usciti dal "vivaio" di Radio Deejay
4 minuti di lettura

Nelle prime due serate del Festival il direttore artistico e conduttore di Radio Deejay, Linus, non ha seguito molto: dall'1 al 2 febbraio era impegnato a coordinare la diretta che in 40 ore ha celebrato i 40 anni dell'emittente di via Massena a Milano. Sono intervenuti al telefono anche Amadeus, Fiorello, Jovanotti, protagonisti quest’anno a Sanremo e esponenti di spicco della “Generazione Deejay”.  

Che impressione le fa vederli sul palco lei che li conosce così bene?

E’ una dinamica che conosciamo ormai da qualche anno, molti dei personaggi che hanno fatto la gavetta da noi sono poi diventati nomi di primo piano dello spettacolo italiano: Gerry Scotti che va nel prime time di Canale 5 da 30 anni, penso a Fiorello che negli stessi anni ha fatto tante cose importanti, lo stesso Lorenzo Jovanotti. Amadeus ha avuto un percorso più umile, con un po’ più di gavetta, senza che questo possa sembrare un diminui…

Nelle prime due serate del Festival il direttore artistico e conduttore di Radio Deejay, Linus, non ha seguito molto: dall'1 al 2 febbraio era impegnato a coordinare la diretta che in 40 ore ha celebrato i 40 anni dell'emittente di via Massena a Milano. Sono intervenuti al telefono anche Amadeus, Fiorello, Jovanotti, protagonisti quest’anno a Sanremo e esponenti di spicco della “Generazione Deejay”.  

Che impressione le fa vederli sul palco lei che li conosce così bene?

E’ una dinamica che conosciamo ormai da qualche anno, molti dei personaggi che hanno fatto la gavetta da noi sono poi diventati nomi di primo piano dello spettacolo italiano: Gerry Scotti che va nel prime time di Canale 5 da 30 anni, penso a Fiorello che negli stessi anni ha fatto tante cose importanti, lo stesso Lorenzo Jovanotti. Amadeus ha avuto un percorso più umile, con un po’ più di gavetta, senza che questo possa sembrare un diminuitivo: non è Fiorello ma ha altre doti, ha saputo costruirsi con il tempo fino a meritarsi la medaglia di tre Festival consecutivi con così tanto successo. Ma la televisione ha sempre pescato dalla radio, da Mike Bongiorno a Corrado, da Renzo Arbore a Maurizio Costanzo hanno tutti imparato il mestiere alla radio. Questa "generazione Deejay" è un po’ il proseguimento di quelle generazioni, figlia dell’epoca delle radio cosiddette private nate nel 1975. La differenza è che Deejay ha saputo dare spazio ai personaggi più di altre, e il risultato è questo.

Linus 

Com’era Amadeus, lei aveva l’impressione che sarebbe diventato così bravo a condurre?

La forza di Amadeus è la consapevolezza e la voglia di arrivare. A differenza di Jovanotti, cha ha puntato tutto sulla musica aggiungendo poi tutto un universo, o di Fiorello che si è concentrato sull’aspetto dell’intrattenimento comico, lui sapeva di non avere le caratteristiche del personaggio comico o musicale ma di essere il personaggio radiofonico. Ma da quando lo ricordo è sempre stato attento a fare le sue scelte, arrivò alla radio infilando in tasca a Cecchetto una cassetta con una sua conduzione e ancora nessuno lo conosceva. Ha conquistato ciò che ha passo dopo passo, con un lavoro operaio, consapevole di non avere una cifra artistica eclatante: una modalità in cui mi metto anch’io. Non mi ha mai sorpreso vederlo arrivare a questo livelli perché si capiva che sarebbe stato lento ma inesorabile.

Ha seguito Sanremo?

Sì, anche se non completamente, diciamo al 70 per cento. Un po’ per curiosità e un po’ per dovere, come tutti gli anni.

Che impressione le ha fatto?

Nell’insieme buona, nel senso che quando ripenso al Festival mi rimane in mente qualcosa di visivamente gradevole e tutto sommato una bella atmosfera. Poi a voler entrare un po’ più nel particolare, sono state un po’ deludenti le canzoni, magari il tempo mi smentirà ma non credo, a sentore anche di molti colleghi: tolte tre o quatto cose tutto il resto domani sarà già evaporato, temo.

Qual è il motivo di tanta delusione, la struttura delle canzoni, le performance: cosa esattamente?

Secondo me un po’ tutto, a essere sincero. Non mi sembra che la musica italiana stia attraversando un grande periodo, ci sono tanti ragazzi superstar soltanto perché le dinamiche del mercato li hanno già eletti a grandi personaggi senza che abbiano già fatto qualcosa di veramente clamoroso. Certo, sono belli, determinati e simpaticissimi però non vedo nessun De Gregori, Battisti, Jovanotti o Cremonini tra i ragazzi di oggi, almeno tra quelli che girano sul palco dell’Ariston. Varrebbe la pena di fare autocritica e gavetta prima di sentirsi personaggi.

La sala stampa prima e le giurie popolari poi hanno sempre premiato Mahmood e Blanco. Loro la convincono? 

La loro esibizione mi ha commosso, sono due tra gli artisti migliori della nuova scena musicale italiana. Preferisco parlare di quelli che mi piacciono piuttosto che di quelli che mi piacciono meno. La canzone di Mahmood è molto bella ma tra i due penso che il futuro più grande ce l’abbia Blanco, poi non so come il suo stile si evolverà perché ciò che fa è legato alla sua età ma sicuramente ha grandi potenzialità. La cosa bella del Festival è che le due cose più forti e importanti siano anagraficamente agli estremi, Blanco di 18 anni e Morandi che ha iniziato a cantare 60 anni fa.

Nella giornata dei duetti e delle cover i giovani si sono confrontati con la tradizione dei grandi cantautori. Con che risultato?

E’ giusto che portino qualcosa di proprio altrimenti sarebbe una riproduzione meccanica. Ma nel confronto ti rendi conto che ciò che manca a questi ragazzi è proprio la capacità di scrittura. Per fare un cantante ci vogliono le canzoni, la personalità e l’esperienza: loro hanno grande personalità ma gli mancano gli altri due elementi. Il problema è che se a 20 anni diventi famoso scrivendo delle cose non così indimenticabili ti abitui a quel livello lì e invece Dalla per arrivare al successo ha dovuto lavorare per anni alla Rca. Ora c’è questa fretta e i cantanti rischiano di perdersi presto.

Perché con tante potenzialità non avete avuto un ruolo nel festival?

Come radio il limite sta nel fatto che siamo concorrenti del mondo Rai, ci sarebbe una sollevazione delle reti radio di Viale Mazzini. Per cui, per quanto affascinante, è una cosa poco percorribile.

E da direttore artistico?

Credo non me lo abbiano mai chiesto perché non ho quella popolarità così trasversale che mi legittimerebbe, poi chi dell’ambiente mi conosce sa che come lo ha fatto Amadeus lo potrei forse fare anche io. Però Amadeus si è costruito i gradi facendo televisione in tutti questi anni, io di tv ne ho fatta molto poca e quel mondo lì non si ricorda quasi che io esiste. Ormai non credo che possa accadere.

Dovesse incontrare Amadeus cosa gli direbbe su questo festival?

C’è una cosa del festival degli ultimi anni, credo da Fazio in poi, che francamente comincia un po’ a stancare: la retorica. L’obbligo di mettere in bocca alle persone discorsi sempre politicamente corretti o comunque legati a una certa contingenza culturale. Non dico che il Festival dovrebbe parlare solo di musica ma non c’è bisogno di cadere ogni volta in questi momenti forzati. Se l’attualità lo impone, allora ha senso: ad esempio mi sarei aspettato una celebrazione più importante di Monica Vitti e francamente avrei fatto a meno del monologo della ragazza di colore che mi è sembrato un po’ tirato per i capelli. Forse però sta diventando una scelta obbligata per via dei social che ti chiedono questi temi. Salvo poi massacrarti quando li affronti perché lo tratti male.

Quindi la tv è schiava dei social.

Questa cosa è un po’ scappata di mano. Certi temi sono talmente delicati che non possono essere ridotti a temi da stadio. Ad esempio io non ho visto l’intervento di Checco Zalone, ero in diretta in radio, non mi permeterei mai di commentare le cose che ha detto mentre altri lo fanno senza problemi: un gioco molto pericoloso perché certi argomenti vanno affrontati con più profondità. E’ un’anomalia di questi tempi.