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Alla scoperta del nuovo mondo. I Nirvana e i trent'anni di Nevermind

Il 24 settembre del 1991 il gruppo di Seattle pubblicava il suo capolavoro. Viaggio in quelle dodici canzoni che restano ancora incontaminate
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Poche altre volte nel corso della popular music del '900 una svolta è stata così chiara. In luce. Preparata a lungo ma sbocciata di colpo sotto gli occhi del mondo. Poche altre volte è stato tutto così palese, chiaro, netto. Ecco il futuro, il nuovo canone. Ecco il nuovo mondo. Perché fino al settembre del 1991 c'era un territorio che fino a quel momento era sfuggito alle mappe. Non segnalato. Sotto gli occhi di tutti eppure non visto. Quella terra di mezzo tra il pop e il punk era stata solo lambita, osservata da lontano, intuita. Quella terra il cui gigantesco portale d'ingresso si chiama Nevermind, il cui architetto è Kurt Cobain, i cui costruttori sono i Nirvana. Tra pop e punk significa: canzoni perfette edificate a partire dall'imperfezione. Significa una delle incarnazioni più pure della forma canzone vomitata fuori dal disordine, dalle crepe dell'anima, dal disadattamento. E anche dal cinismo e dalla strafott…

Poche altre volte nel corso della popular music del '900 una svolta è stata così chiara. In luce. Preparata a lungo ma sbocciata di colpo sotto gli occhi del mondo. Poche altre volte è stato tutto così palese, chiaro, netto. Ecco il futuro, il nuovo canone. Ecco il nuovo mondo. Perché fino al settembre del 1991 c'era un territorio che fino a quel momento era sfuggito alle mappe. Non segnalato. Sotto gli occhi di tutti eppure non visto. Quella terra di mezzo tra il pop e il punk era stata solo lambita, osservata da lontano, intuita. Quella terra il cui gigantesco portale d'ingresso si chiama Nevermind, il cui architetto è Kurt Cobain, i cui costruttori sono i Nirvana. Tra pop e punk significa: canzoni perfette edificate a partire dall'imperfezione. Significa una delle incarnazioni più pure della forma canzone vomitata fuori dal disordine, dalle crepe dell'anima, dal disadattamento. E anche dal cinismo e dalla strafottenza. Significa riuscire a tenere nella stessa dimensione ciò che salva e ciò che mette in pericolo. Significa una nuova forma di equilibrio, un nuovo modo di stare al mondo. E non solo al mondo musicale.

La chitarra è pulita, non c'è distorsione. Poco riverbero, poco ambiente. Sembra qui, presente, sembra arrivare da un angolo della propria stanza. Gli accordi sono quattro, una successione semplice. Classica. Ciò che cambia è il ritmo che quasi li getta via, li strappa. Li attraversa in modo diverso. Scoprire che c'è una nuova strada tra quelle che si sono attraversate migliaia di volte. Un nuovo ingresso, una nuova soglia. Appena la si intravede lo stacco di batteria è l'innesco di una forza gravitazionale a cui non si può sfuggire. E quando Smells Like Teen Spirit si rivela, quando Kurt Cobain attiva il distorsore, quando Krist Novoselic espande verso il basso lo spettro sonoro, quando Dave Grohl trasforma la sua batteria in pura, veloce e potenete forza motrice, eccolo il mondo nuovo. Poi l'unicum: la voce di Cobain. Che si muove su melodie da manuale ma è fatta di una grana corrosiva, materia oscura perennemente sul punto di implodere. Un elemento nuovo della tavola periodica del rock i cui atomi sono composti di parole che inchiodano. Che trasfigurano. Dal nuovo mondo tutto appare deformato, sul punto di spegnersi, in decomposizione. Dal nuovo mondo si percepisce quanto è macabro, "stupido e contagioso", decadente e intossicato quello vecchio.

In Bloom arriva senza neanche il tempo di vederla sbocciare. Subito in media res. Subito l'onda più alta di un maremoto. Dave Grohl stabilisce il canone della batteria rock degli anni a venire. E ci si accorge che quella di Cobain è una dinamica che si ripete: il pieno e il vuoto come modalità di organizzare il materiale e lo spazio sonoro. Dopo la strofa bassa, cupa, che procede con una cadenza quasi dissonante, malata, il ritornello cade giù dal cielo come un meteorite, avvistato dalla voce di Cobain che urla come la sentinella che vuole avvisare dello schianto imminente. "Lui è quello a cui piacciono tutte le nostre canzoncine carine. Adora cantarci su. E adora sparare con la propria pistola". Anche le parole obbediscono a quella dinamica: nel pieno del mondo occidentale, opulento, rassicurante, c'è il vuoto etico, il vuoto della mancanza di compassione.

25 anni fa la morte di Kurt Cobain, il suo ultimo messaggio prima di lasciarci

Con Breed le pulsazioni tornano a salire. Veloce, circolare, quasi la traduzione in musica di un attacco di panico: vertigini e nausea, un attraversamento a velocità sostenuta di ciò che provoca disgusto. Ancora un disvelamento di ciò che si muove nell'ombra. E non in un'ombra lontana: ma in quella che abita in ogni vita. Cobain canta quello spazio che, spesso, volentieri e per quieto vivere, si fa finta di non vedere. Negli Stati Uniti del sogno americano Cobain mostra che esiste anche l'incubo americano. E canta della possibilità di costruire comunità proprio per sfuggire a quell'incubo.

Lithium inizia quasi come un depistaggio. Ai "semplici quattro accordi" si sostituisce una successione che è sempre sul punto di fermarsi, sempre irrisolta. Il basso segue, la batteria resta quasi in disparte. Ad osservare. A vedere dove si vuole arrivare. L'effetto è una strofa in cui la tensione aumenta secondo dopo secondo, sembra non esserci uno sbocco. Cobain canta che "per quel che mi riguarda è sempre domenica mattina" e all'assenza di impegni sociali sembra corrispondere, nella canzone, l'assenza di vincoli formali. Ma è un depistaggio, appunto. Il ritornello di Lithium è roba da Beach Boys: solo che la spiaggia in questione non è nella dorata California ma è quella grigia, scura, respingente di Seattle. Nessun vocalizzo, assenza di armonizzazioni. Solo un reiterato, distorto e geniale "Yeah, Yeah" che sfocia in un bridge di fronte al quale ci si arrende alla maestria compositiva: "Mi manchi ma non mi romperò. Ti amo ma non mi romperò. Ti ho ucciso ma non mi romperò".

Nella sesta canzone la corsa di Nevermind si ferma, va in pausa. Polly è una sosta acustica, la chitarra che accompagna la voce di Cobain. Un puro spazio nero dove la bellezza della canzone convive con una storia che, ancora, disvela i bassifondi etici di cui è capace l'essere umano. Ispirata a un fatto di cronaca, Polly è il tentativo di leggere nella mente di un violentatore recidivo che sequestra una quattordicenne dopo un concerto rock. Il putiferio che seguì alla pubblicazione della canzone spinse i Nirvana a una presa di posizione pubblica. Al di là del putiferio, Polly è ancora la dimostrazione del talento di Kurt Cobain che nello spazio di pochi minuti da vita a un gioiello oscuro che non smette di emanare il suo oscuro incanto a tre decenni di distanza.

Dopo la sosta, la ripresa è devastante. Territorial Pissing è un passo oltre il punk, l'hard rock, l'hardcore americano. L'intro: la tensione elettrica sulle corde della chitarra, note di basso, come all'inizio di soundcheck. La voce filtrata: "Avanti gente, ora sorridete al vostro fratello. Unitevi. Provate ad amarvi l'un l'altro". Poi l'inizio: la batteria inarrestabile, una tempesta di metallo grezzo, le manopole dei distorsori spinte a fine corsa. Ma anche qui la furia convive con la forma. La melodia della strofa è assolutamente classica, inizia quasi da crooner. Poi la voce si sfilaccia, si rompe in un ritornello di pura liberazione. Qui Nevermind non ha freni e la forza d'urto generata è imponente.

Forza d'urto che arriva a Drain You. Ottava canzone di una scaletta che ha pochi eguali nella storia della musica popolare. Alla fine sarà una successione epocale, ogni pezzo le potenzialità di un singolo da primi posti in classifica. In Drain You la successione tra strofa e ritornello sembra capovolta, la sezione ritmica che sembra alzare un muro intorno alla voce di Cobain. Ancora alle prese con il tentativo di mostrare i fantasmi della società americana, ancora a dar voce a ciò che viene lasciato fuori gioco dalla folle corsa all'autorealizzazione personale. "Non mi interessa ciò che pensi. A meno che non si tratta di me. Ora è mio dovere prosciugarti completamente".

Lounge Act è la testimonianza di quanto, nella costruzione del proprio spazio sonoro, Kurt Cobain e i Nirvana fossero impregnati della tradizione del rock americano e inglese. Ancora una perfetta canzone pop, ancora l'immersione di questa forma perfetta in una dimensione grezza, distorta. Quasi come se fosse proprio la forma canzone, in definitiva, l'appiglio saldo di Cobain, l'unico, nella sua esplorazione di quei meccanismi attraverso i quali la "verità è coperta in sicurezza", nascosta, non affrontata. Impedendo ogni forma di autenticità, ogni forma d'amore.  

"Preferirei essere morto piuttosto che figo. Non so perché ogni strofa finisce in rima". Stay Away è una dichiarazione di distanziamento. Un distanziamento impossibile. La convivenza di due istinti opposti: la libertà dalle regole imposte non solo allo show business ma da tutta l'industria culturale (e quindi il vasto arco di non valori che va dal presenzialismo al politicamente corretto) e la volontà di stabilire una comunicazione quanto più autentica possibile con il proprio pubblico, comunicazione nelle mani, appunto, proprio dei meccanismi industriali, capitalistici, da cui si cerca di fuggire. In questo stesso orizzonte si dispone On A Plain. In quella stessa solitudine: talmente radicata che spinge addirittura il musicista a mettere in discussione il significato dei suoi testi, della sua musica. Musica che in questo caso acquisisce anche un luccichio di leggerezza. Ancora quella dinamica, ancora il contrasto: un pieno musicale e un vuoto di significato che convivono.

Alla fine di Nevermind c'è la canzone che più di tutte ne è musicalmente all'opposto. Più di Polly, perché Something In The Way non rappresenta solo una sosta. E' piuttosto un commiato, lancinante, disperato, l'assenza di possibilità. Unica canzone dell'album in cui è presente un altro strumento, il violoncello, Something In The Way è però anche una sontuosa prova d'autore. E in quel "gli animali che ho intrappolato sono diventati i miei animali domestici" la sublimazione della poetica di Kurt Cobain. Un ragazzo che ha provato a fronteggiare banalità, violenza e ipocrisia avendo a disposizione solo le sue canzoni. Ancora meravigliose. Ancora tremendamente incontaminate.