Venezia 77, 'Padrenostro' Pierfrancesco Favino, papà eroe negli anni di piombo
Il film infatti racconta una storia in parte autobiografica per il regista ispirata dall'attentato subito da suo padre, il vicequestore Alfonso Noce e affronta gli Anni di piombo che tanto cinema italiano ha già raccontato ma da una prospettiva nuova: non da quella dei servitori dello Stato, né da quella dei terroristi ma da quella dei loro figli, di quella generazione che ha vissuto il dramma negli occhi dei genitori.
Roma, 1976. Valerio (Mattia Garaci) ha dieci anni e una fervida immaginazione. La sua vita di bambino viene sconvolta quando, insieme alla madre (Barbara Ronchi), assiste all’attentato ai danni di suo padre Alfonso (Favino) da parte di un commando di terroristi. Da quel momento, la paura e il senso di vulnerabilità segnano drammaticamente i sentimenti di tutta la famiglia. Il film sarà nelle sale il 24 settembre.
Venezia 77, Pierfrancesco Favino al Lido per 'Padrenostro': "Lo sguardo della nostra generazione sugli anni di piombo"
L’attore romano arriva al Lido per presentare 'Padrenostro', il film di Claudio Noce sulla storia, vissuta realmente dalla famiglia del regista, di Valerio (Mattia Garaci) che ha dieci anni e una fervida immaginazione. La sua vita di bambino viene sconvolta quando, insieme alla madre assiste all'attentato ai danni di suo padre Alfonso (interpretato appunto da Favino) da parte di un commando di terroristi, un evento in seguito al quale la paura e il senso di vulnerabilità segnano drammaticamente i sentimenti di tutta la famiglia. Favino ha subito precisato che il lungometraggio è l'occasione per la sua generazione di "dire la sua" sugli anni di piombo, vissuti solo 'collateralmente'. "Dai nostri lettini dopo Carosello è iniziato però un pensiero riguardo a ciò che ci circondava, sono nate delle emozioni - ha spiegato l'attore - e anche questa sensazione di sentirsi forse isolati, di non partecipare ai grandi avvenimenti a cui partecipavano i nostri fratelli più grandi''. E su Salvini dice: "Non l'abbiamo invitato, credo che ciascuno sia libero di andare alle proiezioni. Conoscendo la sua capacità di saperci essere in un momento importante, mi fa piacere. Ma se devo ragionare in termini di manipolazione, non credo che questo sia un film che dia questa possibilità, non è manipolabile''
"È stato un percorso lungo e molto doloroso rendere quello che era accaduto alla mia famiglia, a mio padre e che vive con me da tanto tempo, in una storia - dice il regista Claudio Noce - Ho pensato molto a quale doveva essere il punto di vista per raccontare un fatto che per anni è stato cancellato nella mia famiglia, alla fine di questo lungo percorso ho capito che volevo farlo dal punto di vista rigoroso di un bambino, che è mio fratello che ha assistito al fatto ma che sono anche io, che ero in casa ma avevo solo due anni e mia sorella, che era a scuola. Insieme l'abbiamo ricostruito".
"Ci sono tanti film sugli Anni di piombo, tanti e meravigliosi - gli fa eco Favino - ma la nostra urgenza non era raccontare quegli anni ma l'infanzia in quegli anni. Il messaggio politico sta in questo: un'attenzione alla generazione a cui appartengo, quella dei cinquantenni che proprio perché non ha partecipato a grandi eventi storici è stata un po' messa da parte. Non abbiamo avuto il problema di essere antagonisti, noi figli di una parte o dell'altra, perché siamo stati subito traghettati negli anni Ottanta, siamo stati la prima generazione consumista. L'unica cosa che ho fatto io è stata la Pantera, ci siamo trasformati in una generazione laica che vede quel tempo non con una posizione di bianco e nero ma si affida alla fantasia dell'infanzia e questi ragazzi lo spiegano bene. Siamo una generazione di silenti educati, che ci sentiamo di dover chiedere il permesso per ogni cosa, sono così stanco di dovermi scusare per essere nato dopo. E in quel padre che interpreto ci ho visto mio padre e i suoi silenzi, quel posto dove da bambino mi faceva male andare".
"È un film di pacificazione, avevamo l'intenzione di raccontare l'abbraccio di quella generazione di invisibili che ha subito quella guerra in modo involontario - dice Noce - non vedevo mio padre e avevo paura che potesse morire. Abbiamo cercato di dare un significato, di dare un nome a quella paura di due giovani uomini che, ognuno dalla sua parte, stanno cercando un significato nella figura del padre. Mi è capitato nella vita di ascoltare il respiro dall'altra parte; avendo amici ho capito che c'era un'assonanza e che anche loro, come noi, hanno subito un abuso".