"Questo film per me è un nuovo inizio", racconta Alessandro Gassmann. Porta alla Mostra Non odiare di Mauro Mancini - Settimana della critica - è stato accolto da un lungo applauso in cui è un medico ebreo soccorre un ferito e scoprendo una svastica tatuata lo lascia morire. Preso dai sensi di colpa andrà a cercarne i figli. "È importante essere qui e che la Mostra si faccia, Barbera è stato coraggioso, determinato. Dimostra che il cinema continua a raccontare storie, ce ne saranno tante alla fine di questa tragedia che viviamo".
Ha fortemente voluto "Non odiare".
"È un film puntuale in questo momento. Il titolo racconta la motivazione per cui sono qui. Viviamo in una società in cui l'odio è sempre più presente, in rete ma affiora anche nella vita quotidiana. Bisogna riportare la società a dialogare, più che a urlare cercando di capire cosa vuole dirci chi non la pensa come noi. Non dobbiamo farci trascinare nel gorgo della guerra. Chi può frenare deve farlo adesso e non essere indifferente".
Il film esplora il perché certe idee attecchiscono nelle generazioni giovani, mentre un altro film, "Final account" racconta la generazione che fu portata al nazismo.
"Nelle origini dell'odio, c'è la soluzione. Perciò dobbiamo ripartire dalle scuole. Viene sempre detto, ma fatto raramente: aiutare le nuove generazioni a non dimenticare. Prima delle grandi dittature in Occidente l'errore grave fu la disattenzione, l'indifferenza. Tutti quelli che fanno un mestiere pubblico come
il mio devono tenere viva la memoria. Prima del fascismo e del nazismo, dello stalinismo, non si sapeva. Ora dovrebbe essere più facile non ricadere negli errori. Ho molte speranze nei giovani. Greta Thunberg si è affacciata qui, è una ragazza fantastica che ha smosso il mondo. Ora la mia generazione deve fare quattro passi indietro e lasciare spazio a chi il futuro non lo ha ancora vissuto. Io purtroppo non lascio a mio figlio ventenne un pianeta bello come quello che ho trovato quando sono nato io. In 55 anni anche io ho fatto tanti danni".
Suo figlio Leo l'aiuta a capire il presente?
"Ho passato 120 giorni in casa con mio figlio in casa e mia moglie. È stato un lockdown doloroso per le immagini agghiaccianti viste in tv, 36 mila morti non devono essere dimenticati, al contrario di ciò che alcuni stanno facendo. Ho imparato tanto da mio figlio, anche attraverso la musica che ama. Mi colpisce l'impegno di alcuni "pischelli", quando vogliono sono informati, trovano soluzioni più intelligenti delle mie. Io leggevo poesie lui cantava canzoni, mia moglie dava giudizi, è stata una grande crescita per tutti".
Il film le ha fatto ripercorrere un pezzo di storia famigliare.
"La madre di mio padre era ebrea di Pisa, due cugine di mia nonna che aveva nascosto in casa da ragazza nel ventennio furono deportate e uccise nei lager. Mio padre ha vissuto cercando di dimenticare il trauma che aveva vissuto da giovane figlio di madre ebrea a Roma nel '38. Non ne ha mai parlato, non era religioso, ma quando mia sorella Vittoria si è sposata negli Stati Uniti con rito ebraico lui ha rimesso la kippah e mi ha detto che è stato un momento di liberazione. Tornò da New York di ottimo umore, non so quanto lo sarebbe oggi, con quel che stiamo vivendo".
Di recente si mette al servizio di giovani registi.
"Ne sono orgoglioso. Non sempre ho fatto film di cui vado fiero, ne ho fatti tanti, forse troppi, ma l'incontro con i registi più giovani di me che hanno più frecce per colpire permette a lor di avere un'occasione e a me di cambiare il percorso. Non odiare per me è una ripartenza. Ho fatto tanta commedia che non rinnego, ma in questo momento non ne ho più tanta voglia. Un personaggio pubblico alla mia età ha l'obbligo di portare le sue idee nel suo lavoro e questo cercherò di fare".
Ha fortemente voluto "Non odiare".
"È un film puntuale in questo momento. Il titolo racconta la motivazione per cui sono qui. Viviamo in una società in cui l'odio è sempre più presente, in rete ma affiora anche nella vita quotidiana. Bisogna riportare la società a dialogare, più che a urlare cercando di capire cosa vuole dirci chi non la pensa come noi. Non dobbiamo farci trascinare nel gorgo della guerra. Chi può frenare deve farlo adesso e non essere indifferente".
Il film esplora il perché certe idee attecchiscono nelle generazioni giovani, mentre un altro film, "Final account" racconta la generazione che fu portata al nazismo.
"Nelle origini dell'odio, c'è la soluzione. Perciò dobbiamo ripartire dalle scuole. Viene sempre detto, ma fatto raramente: aiutare le nuove generazioni a non dimenticare. Prima delle grandi dittature in Occidente l'errore grave fu la disattenzione, l'indifferenza. Tutti quelli che fanno un mestiere pubblico come
il mio devono tenere viva la memoria. Prima del fascismo e del nazismo, dello stalinismo, non si sapeva. Ora dovrebbe essere più facile non ricadere negli errori. Ho molte speranze nei giovani. Greta Thunberg si è affacciata qui, è una ragazza fantastica che ha smosso il mondo. Ora la mia generazione deve fare quattro passi indietro e lasciare spazio a chi il futuro non lo ha ancora vissuto. Io purtroppo non lascio a mio figlio ventenne un pianeta bello come quello che ho trovato quando sono nato io. In 55 anni anche io ho fatto tanti danni".
Suo figlio Leo l'aiuta a capire il presente?
"Ho passato 120 giorni in casa con mio figlio in casa e mia moglie. È stato un lockdown doloroso per le immagini agghiaccianti viste in tv, 36 mila morti non devono essere dimenticati, al contrario di ciò che alcuni stanno facendo. Ho imparato tanto da mio figlio, anche attraverso la musica che ama. Mi colpisce l'impegno di alcuni "pischelli", quando vogliono sono informati, trovano soluzioni più intelligenti delle mie. Io leggevo poesie lui cantava canzoni, mia moglie dava giudizi, è stata una grande crescita per tutti".
Il film le ha fatto ripercorrere un pezzo di storia famigliare.
"La madre di mio padre era ebrea di Pisa, due cugine di mia nonna che aveva nascosto in casa da ragazza nel ventennio furono deportate e uccise nei lager. Mio padre ha vissuto cercando di dimenticare il trauma che aveva vissuto da giovane figlio di madre ebrea a Roma nel '38. Non ne ha mai parlato, non era religioso, ma quando mia sorella Vittoria si è sposata negli Stati Uniti con rito ebraico lui ha rimesso la kippah e mi ha detto che è stato un momento di liberazione. Tornò da New York di ottimo umore, non so quanto lo sarebbe oggi, con quel che stiamo vivendo".
Di recente si mette al servizio di giovani registi.
"Ne sono orgoglioso. Non sempre ho fatto film di cui vado fiero, ne ho fatti tanti, forse troppi, ma l'incontro con i registi più giovani di me che hanno più frecce per colpire permette a lor di avere un'occasione e a me di cambiare il percorso. Non odiare per me è una ripartenza. Ho fatto tanta commedia che non rinnego, ma in questo momento non ne ho più tanta voglia. Un personaggio pubblico alla mia età ha l'obbligo di portare le sue idee nel suo lavoro e questo cercherò di fare".