Venezia 77, Mereu: "Inutile il pianto del coccodrillo della Sardegna non più covid free"

Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, il film di Salvatore Mereu dal romanzo di Giulio Angioni racconta la storia di un anziano pastore (interpretato da Gavino Ledda, autore di 'Padre padrone') che per amore del suo unico figlio si presta a recitare la parte "del buon selvaggio" di fronte ai turisti tedeschi e americani dell'agriturismo 'Assandira'

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Cosa si è disposti a sacrificare per sopravvivere? Come può una comunità cambiare la propria identità senza perdersi? Come una terra che ha vissuto sempre di pastorizia può convertirsi al turismo senza vendere l'anima al diavolo del denaro? Fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, il film di Salvatore Mereu dal romanzo di Giulio Angioni Assandira racconta la storia di un anziano pastore (interpretato da Gavino Ledda, autore di 'Padre padrone') che per amore del suo unico figlio si presta a recitare la parte "del buon selvaggio" di fronte ai turisti tedeschi e americani dell'agriturismo Assandira, una parola che torna in molte canzoni sarde e che significa saluto al sole. Ma il dolore per il tradimento al suo mondo porterà ad una tragedia.

'Assandira', il trailer del film di Salvatore Mereu tratto dal libro di Giulio Angioni


Il film affronta il tema dei compromessi che la Sardegna, ma forse l'Italia tutta, incontra nel "vendersi" ai turisti.
"La domanda che si fa il film è quanto si può in vista di un eventuale profitto sacrificare un sapere, un mondo, un universo che ha delle regole proprie e quanto si può forzare la natura. Non è una considerazione moralistica la nostra ma una questione di rispetto della vita umana che è quello che accade a Costantino, il pastore protagonista del nostro film chiamato a fare un po' per gioco e un po' per finta un mestiere che per lui era sacro e che non capisce come possa generare profitto se non nel modo che lui ha conosciuto, ma per amore di un figlio che gli è venuto come forse lui non voleva, fino a che la natura si riprende il suo spazio".

Il film come il libro ha una struttura a thriller, inizia con l'incendio di Assandira e poi va a ricercare le cause di questa tragedia.
"Quando hai a disposizione una trama gialla sai che puoi incontrare più facilmente lo spettatore perché hai uno strumento in più per tenerlo inchiodato al racconto quindi non ho voluto rinunciare a questo aspetto pur nella libertà che ci siamo presi dal libro. A pesare su tutto è stata una storia familiare con un conflitto tra un padre e un figlio che non si comprendono, non parlano la stessa lingua e non riescono a comunicare, questa è una storia che appartiene a tutti".

C'è un parallelo tra la storia raccontata nel film e quello che è successo questa estate in Sardegna che da terra "covid free" ha avuto un boom di casi.
"Il film stigmatizza questo concetto: un mondo isolato che ha delle regole proprie che viene violato dall'arrivo di qualcuno, da un agente esterno. Non bisogna essere dei puristi nè moralisti quando la Sardegna è stata considerata "covid free" tutti eravamo consapevoli che aprendoci c'era questa possibilità. Si stenta a condividere il pianto del coccodrillo di qualcuno che dice abbiamo perso la verginità che eravamo riusciti a conservare. Nel momento in cui accetti la possibilità che il turismo sia un motore economico non di poco conto non puoi non pensarci".

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Il film mostra una realtà un po' scomoda, ha delle immagini scabrose. Crede che qualcuno se la prenderà male?
"Questa possibilità c'è, l'abbiamo calcolata. Vengo da una terra che fa fatica ad accogliere i film che la rappresentano, questo storicamente. Noi abbiamo per protagonista Gavino Ledda che è stato l'apripista del primo caso cinematografico di questo difficile rapporto che non si è mai conciliato. So che potrò avere dei problemi in Sardegna anche perché nel film si viola un luogo sacro, un nuraghe, ma questo era un altro degli aspetti importanti della storia".

Era qui diciassette anni fa con 'Ballo a tre passi' quando vinse la Settimana della Critica. In tutto questo tempo non ha mai tradito col cinema la sua terra.
"Non era in programma, mi è venuto di istinto perché al cinema è meglio raccontare quello che si conosce. Come forse Costantino, non dico in modo monastico, ma ho sempre pensato che il cinema fosse uno strumento straordinario per raccontare il mondo in cui si è cresciuto soprattutto se questo mondo ha avuto poca voce. Per questo non recedo anche se non porta grandi vantaggi visto che una serie di scelte fatte, come quella della lingua o dell'uso di non attori, non porta facilmente al pubblico, però poi contano i film che durano alla prova del tempo".

Alla carriera di cineasta abbini quella di insegnante. Quanto è importante l'apertura dalle scuole la prossima settimana?
"Moltissimo anche da padre, visto che ho tre figli. Il mio rapporto con la formazione e l'insegnamento è fondamentale. Sono cresciuto in un posto dove avvicinarsi al cinema era considerato siderale, io mi ero inventato anni fa uno studio sul regista di un film che casualmente transitava dalla Sardegna proprio perché volevo andare a vedere da vicino un mestiere che per noi era lontanissimo".