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Venezia 77, 'Le sorelle Macaluso': l'elegia degli affetti che sfuggono al tempo

Emma Dante in gara racconta la potenza dell’amore familiare e della memoria
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Da dove viene tutto questo dolore, il dolore delle donne, con cui Emma Dante continua a ricordarci chi siamo, e non sono gli uomini, di cui lei qui tiene poco conto, gli eventuali responsabili ma la vita: il nascere, il crescere, il morire. Anche per le cinque sorelle Macaluso il destino non cambia ma non toccate ferro, perché poi il secondo film dell’autrice e regista teatrale più venerata del momento ha lo splendore d’ombra delle immagini, dodici attrici che non conosco tranne Donatella Finocchiaro, tutte bravissime, e racconta della fortezza che può essere la famiglia, una difesa e una condanna, il mondo dei ricordi, soprattutto in questi tempi senza misericordia né futuro, cattivi e spaventati, che trovano consolazione nel nulla della smamoratezza.

La morte a 9 anni della più piccola delle sorelle, Antonella, spezza l’incanto di un piccolo regno disordinato che non ha un inizio e avrà una fine, che ha i confini di un bru…
Da dove viene tutto questo dolore, il dolore delle donne, con cui Emma Dante continua a ricordarci chi siamo, e non sono gli uomini, di cui lei qui tiene poco conto, gli eventuali responsabili ma la vita: il nascere, il crescere, il morire. Anche per le cinque sorelle Macaluso il destino non cambia ma non toccate ferro, perché poi il secondo film dell’autrice e regista teatrale più venerata del momento ha lo splendore d’ombra delle immagini, dodici attrici che non conosco tranne Donatella Finocchiaro, tutte bravissime, e racconta della fortezza che può essere la famiglia, una difesa e una condanna, il mondo dei ricordi, soprattutto in questi tempi senza misericordia né futuro, cattivi e spaventati, che trovano consolazione nel nulla della smamoratezza.

La morte a 9 anni della più piccola delle sorelle, Antonella, spezza l’incanto di un piccolo regno disordinato che non ha un inizio e avrà una fine, che ha i confini di un brutto appartamento di una brutta casona in un brutto angolo di spiaggia alla periferia desolata di Palermo. I morti non ci lasciano mai se li abbiamo amati (o odiati), e basta un momento, un luogo, un gesto per averli di nuovo vicino come una volta, come erano quando c’erano: e infatti in bagno, davanti allo specchio, mentre Katia adulta si mette il rossetto c’è la piccola incantata Antonella che la guarda, bambina come un tempo, e le dice “Sei bellissima”: ogni volta fino all’ultimo, fino a quando ci saranno quello specchio, quel bagno, quel rossetto, quella sorella, Antonella vivrà; perché i morti restano come erano nel tempo della vita, non mutano, non crescono, non saranno mai vecchi se non lo erano e scompaiono solo quando scompaiono chi li ricordava, il luogo in cui hanno vissuto e le cose che li circondavano, oggetti che di anno in anno si sbrecciavano, scolorivano, diventavano una presenza inutile, senza storia. Maria muore quarantenne di cancro, e chissà cos’è stato quella furia di baci scambiata adolescente con un’amica quando sognava di diventare la ballerina che non è mai stata: ma è così che le sorelle la sentono vicina, viva, vestita nel costume del Lago dei cigni che non ha mai indossato e non nuda nella vasca, il corpo scarnificato dalla malattia che lei nascondeva. Emma Dante sa che invecchiando diventiamo altro, non è solo il lento smarrirsi dei doni della giovinezza, ma i fatti della nostra esistenza che ci fa diversi, e come altri registi in altre occasioni (persino nelle serie, vedi The crown) qui le sorelle che arrivano alla vecchiaia, Lia, Katia, Pinuccia sono interpretate da tre diverse attrici, Maria da due, Antonella da una. Perché nessun trucco, nessuna veste può sostituire il corpo, il suo splendore e la sua degenerazione.


Negli ultimi spettacoli teatrali di Emma Dante che ho visto, il protagonista molto più della parola, un siciliano inventato, è sempre il corpo, bello, brutto, grasso, storpio, vecchio, che è ciò che siamo: il dolore delle vecchie prostitute che allevano un ragazzino malato (Misericordia), quello delle due vecchie sorelle rese laide da due attori maschi che sognano ancora l’amore (La scortecata), il dolore di uomini e donne nudi in fuga e senza meta (Bestie di scena) e il dolore di queste Sorelle Macaluso nato per il teatro, che da tempo doveva diventare un film, con fuga di produttori, sino ad arrivare a una produttrice, Marica Stocchi, chissà perché le donne hanno più coraggio. Il personaggio più importante del film è forse la casa, il rifugio per non dimenticare, quasi una punizione, la morte della sorellina nei giochi felici sul mare, di cui tutte si sentono, in silenzio, responsabili. Non ci sono genitori e neppure loro ricordi nelle stanze, nella penombra umida delle imposte accostate contro il sole che ogni tanto balugina in lampi sulle cose: forse due fotografie che si impolverano nel tempo, i volti di un uomo, di una donna, avanzi del passato dimenticato come l’armadio scuro con lo specchio, il grande Pinocchio di legno, il vecchio cavallo a dondolo, la marionetta del teatro dei pupi, il 18 Isabella.


In casa Macaluso si convive con il costante tubare di piccioni che svolazzano e sporcano in solaio, saltellano in cucina, irrompono nel cielo e ritornano dalle loro padrone di casa: che in passato ci campavano affittandoli per matrimoni cafoni, con carrozze dorate e cavalli, la banda e cene sontuose. Gli uomini saranno ombre che intralciano il legame delle sorelle, la grassoccia Pinuccia che si sposa e se ne va ma torna sempre a casa a litigare con le sorelle, le grida d’amore di Pinuccia oltre una porta chiusa e alla finestra un bel giovane in canottiera che ride. Non ci sono estranei, non parenti o amici, non c’è un fuori dopo quella gita funesta ai bagni Charleston di Mondello che ha cancellato ogni gioia. Perché quel dolore incancellabile sia finalmente riconosciuto bisogna che la casa si svuoti, che sulle pareti con le tappezzerie distaccate appaiano le macchie dei mobili eliminati, che qualcuno distrugga i Fratelli Karamazov, che se ne vada l’ultimo piccione, che una bara chiuda la storia.