Venezia 77, 'Nuevo orden', alla Mostra il Messico in fiamme di Michel Franco
Arianna Finos
Incontro con il regista messicano, in corsa per il Leone d'oro con un film che racconta le diseguaglianze e i conflitti politici e sociali del suo paese. E mette in guardia dal "nuovo ordine" fatto di estremismi e populismi
2 minuti di lettura
VENEZIA - L’opulenta festa di matrimonio di due rampolli dell’alta borghesia di Città del Messico viene interrotta dall’assalto di una legione di disperati che fa strage di ospiti. L’insurrezione nelle strade è seguita da un violento colpo di stato militare. I destini dei membri della famiglia e di quella dei servitori — i violenti e i cinici, gli altruisti e i solidali — è ugualmente travolta dal sangue. Durissimo, Nuevo orden, nuovo ordine, del messicano Michel Franco arriva negli ultimi giorni di Mostra per colpire e far discutere.
«È uno sguardo distopico sul Messico, ma va appena oltre la realtà», racconta il 41enne nuovo astro del cinema messicano durante l’incontro al bar della veneziana Palazzina Grassi. È arrivato con qualche giorno di anticipo per godersi i film, «ho amato Notturno di Rosi, mi sono immedesimato in persone che vivono in realtà apparentemente lontane dalla mia». Grande estimatore del cinema italiano, tra le fonti di ispirazione del suo Nuevo orden c’è La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo «per lo straordinario realismo», oltre ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick e La vergogna di Ingmar Bergman. Autore amato dai festival — specie Cannes dove è stato apprezzato con Después de Lucía e Chronic con Tim Roth — Michel Franco è riuscito a conquistare in patria anche il grande pubblico a cui è rivolto quello che il regista considera «il mio film più commerciale». Anche grazie al cast che vede le star Diego Boneta, Dario Yazbek Bernal (fratellastro di Gael) e Naian González Norvind, in Messico ci si aspetta l’effetto Tenet, il ritorno del pubblico nelle duemila sale in cui il film sarà programmato. Da noi si vedrà in autunno con I Wonder Pictures.
«All’inizio in molti rifiutavano il progetto, troppo colossale, ma non mi sono spaventato e da produttore ho imparato a gestire bene i soldi», racconta Franco. L’idea risale alle discussioni fatte con Tim Roth ai tempi di Chronic «sull’ascesa degli estremismi in Europa, il rischio di nuovi regimi. Ma io sono messicano e, anche se la storia è universale, volevo ambientarla nel mio paese. Quindi sono partito dal grado di corruzione delle istituzioni e dalla disparità tra ricchi e poveri che divide il mio paese. Sessantaquattro milioni di abitanti in Messico vivono nella povertà estrema, i pochi ricchi sono in una bolla a quindici minuti dagli slum. Fin da ragazzino non sopportavo l’ingiustizia e l’inerzia del potere». Ma, tiene a sottolineare, tutto questo può accadere in molti altri paesi. «Penso al movimento Occupy Wall Street, ai gilet gialli in Francia». I ribelli del film, che si colorano la faccia di verde e rosso, come la bandiera messicana, «non hanno un’ideologia, reagiscono solo alla disperazione, a una situazione che per loro non è più sostenibile. Questo film è ancora più urgente oggi perché il Covid ha accentuato la divisione, ci sono persone che faticano a trovare il cibo, che non hanno acqua potabile».
La classe dirigente del film è caucasica, molti dei rivoltosi hanno le facce indios e la pelle scura, «sono come la media degli abitanti messicani, che si vedono poco nei nostri film. Sono le parti marginalizzate, escluse. La loro ribellione negli Stati Uniti ricorderà le proteste di Black Lives Matter». In Nuevo orden l’insurrezione sanguinosa porta al potere un regime corrotto e opaco, dalle alte sfere ai soldati arruolati sul campo. «In questo nuovo ordine nessuno vince, tutti sono travolti e schiacciati, anche in modo casuale. E affidare il potere ai militari non è mai una buona soluzione, come sappiamo bene noi latinoamericani». È sacrificabile anche chi appartiene all’élite, non esiste lealtà o salvezza di classe, «i misfatti resteranno impuniti, non ci sarà mai una realtà ufficiale».
Franco nega che il film sia senza speranza: «Secondo me è ottimista, nel senso che è un monito, siamo a un passo da questo e l’unico modo per salvarsi è lavorare sulle diseguaglianze sociali e sulle ingiustizie. In Francia il fenomeno dei gilet gialli ha fatto capire ai politici che bisognava fare qualcosa, anche se le risposte non sono state quelle giuste e la violenza dei poliziotti contro i manifestanti di Black Lives Matter ha spinto molti cittadini a solidarizzare, a prendere coscienza della situazione».