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(ansa)

Venezia 77, Pietro Castellitto alla Mostra di Venezia: "Se non hai ambizioni, non conta essere figlio di"

Il debutto alla regia con 'I predatori'. Sua madre è Margaret Mazzantini, suo padre Sergio Castellitto. "Papà avrebbe voluto un ruolo nel film ma ho detto no"
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Con I predatori il ventottenne Pietro Castellitto vince il premio non certificato di “sorpresa” della Mostra 77. L’ultima volta che era venuto al Lido, attore due anni fa di La profezia dell’Armadillo, “andai a una festa la sera stessa, bevvi molto e la mattina passai il tempo a tapparmi l’orecchio per compensare l’acufene. Stavolta non bevo”, promette con gli occhioni sgranati, una birra (piccola) in mano. Nel suo film corale - in uscita il 22 ottobre - incrocia le storie di due famiglie distanti, i Pavone, altoborghesi e intellettuali che possiedono tutto ma non provano più nulla e i Vismara, proletarii e fascisti, che hanno poco e aspirano a un miglioramento senza avere gli strumenti per ottenerlo. “Sono tutti prede e predatori, costretti in gabbie in cui non vorrebbero essere e da cui qualcuno prova ad uscire”.

Venezia 77, Pietro Castellitto: "I miei Predatori soffrono di un fascismo raffinato"

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Con I predatori il ventottenne Pietro Castellitto vince il premio non certificato di “sorpresa” della Mostra 77. L’ultima volta che era venuto al Lido, attore due anni fa di La profezia dell’Armadillo, “andai a una festa la sera stessa, bevvi molto e la mattina passai il tempo a tapparmi l’orecchio per compensare l’acufene. Stavolta non bevo”, promette con gli occhioni sgranati, una birra (piccola) in mano. Nel suo film corale - in uscita il 22 ottobre - incrocia le storie di due famiglie distanti, i Pavone, altoborghesi e intellettuali che possiedono tutto ma non provano più nulla e i Vismara, proletarii e fascisti, che hanno poco e aspirano a un miglioramento senza avere gli strumenti per ottenerlo. “Sono tutti prede e predatori, costretti in gabbie in cui non vorrebbero essere e da cui qualcuno prova ad uscire”.

Venezia 77, Pietro Castellitto: "I miei Predatori soffrono di un fascismo raffinato"



Che ricordi ha qui alla Mostra?
Da piccolino ho accompagnato papà molte volte, ho un bel ricordo. Ad esempio quando venni per La stella che non c’è di Gianni Amelio: durante la proiezione un produttore si mise a controllare gli sms e Gianni urlò “Questi cazzo di telefoni!”. Alloggiavamo al Des Bains, che sembrava uscito da un racconto di Fitzgerald. Come tutte le cose che conosci da piccolo, da qualche parte conservano un che di incredibilmente familiare, anche normale, nella memoria. Quindi è questa normale magia, che mi evoca Venezia. Qui ho coperto il significato di Granceola. Ho un ricordo bello dell’Armadillo perché il mio personaggio ne uscì benissimo.

Quest’anno un film da regista. Stato d’animo?
Sono tranquillo, curioso delle reazioni in sala. Il film finisce solo quando lo vede il pubblico. Ribalterei il sedile e guarderei per tutto il tempo il pubblico che guarda il mio film, ma non mi conviene perché starano tutti con la "mutanda” in faccia, con le mascherine, e non si capiscono le reazioni. Se la gente ride o il film scorre nella totale indifferenza. Sono curioso.

Non è la prima storia che viene in mente quando si pensa a un esordiente.
Sì, per molti aspetti non è proprio l’opera prima ideale, alla fine le condizioni in cui un giovane regista è costretto a fare il proprio esordio sono sempre estreme, poco tempo, poco di tutto. Questo è un film con svariate location e tanti personaggi. Con una storia frammentata. Però mentre lo scrivevo e mentre lo riscrivevo cercavo di dargli una linea, di renderlo fattibile malgrado le condizione a cui uno va incontro durante un’opera prima. Il punto era convincere i produttori che fosse possibile.

Pietro Castellitto in una scena di 'I predatori', di cui è anche regista 

Da dove nasce il film?
I film nascono dai sentimenti, qui è il sentimento di Federico che è anche il personaggio più autobiografico. Che unisce le due famiglie. Se Federico non ci fosse, i Pavoni e i Vismara non si incontrerebbero. Cercando di raccontare quel sentimento di alienazione e di frustrazione che vive Federico poi ho avuto bisogno di creare un contenitore, una storia che mi permettesse di esprimere quei disagi.

Da dove arriva questo senso autobiografico di soffocamento? E le dinamiche altoborghesi in cui si muove il personaggio?
Mio padre ha detto “adesso penseranno che siamo cosi", invece la mia famiglia è l’antitesi di quella del film, più simile ai Vismara.

Nel film c’è anche sua sorella.
Si, è la ragazza che intona il rap, che le ho scritto, anche se lei compone brani rap fantastici, mentre il piccolo Vismara, Cesare, si chiama come mio fratello ed è un po’ ispirato a lui.

Cos’ha in comune con Federico?
Il sentimento di alienazione che è svincolato da disagi economici e sociali ed è legato appunto all’impotenza, al non riuscire a manomettere il mondo. Non necessariamente per migliorarlo, non per cambiare le cose in senso retorico, la sensazione di non riuscire a reinventare la modernità. Cosa tipica delle epoche decadenti, ed è il discorso che faceva Nietzsche della sua epoca e che oggi trova il culmine. Federico poi ha questa consapevolezza-frustrazione, trova il suo massimo splendore però anche tutti gli altri personaggi, rispetto alle proprie ambizioni e possibilità intellettuali, vivono questo disagio e cercano in modi  a volte particolari di cambiare il corso della propria vita.

Dopo l’Armadillo e la vedremo nel ruolo di Totti in "Speravo de mori' prima" e in "Freaks out" di Mainetti, una carriera d’attore davanti. Perché anche la regia?
A 22 anni smisi di fare l’attore e mi misi a scrivere. Come attore mi consideravo un fallito. Perché avevo fallito. Da ragazzo andavo incontro a una ferocia di giudizio solitamente riservata ai quarantenni affermati, io la riscontravo da giovane quando non avevo ancora fatto nulla. Dopo Venuto al mondo di papà, dopo È nata una star ero tutto fuorché stimato. Ero anche giudicato con molta retorica sui social, su YouTube. Altri provini andarono male, mi dissi che era destino. Mi misi a scrivere quattro sceneggiature, ma I predatori è stato il primo e il più puro. Il caso ha voluto che tornassi a fare l’attore con Domenico Procacci, con L’Armadillo, mi chiamarono, avevo fatto provini con Valerio, credo fossi piaciuto anche se alla fine avrebbe fatto altre scelte. Ma è stata la mia salvezza. Totti? Mi proibiscono di parlarne altrimenti ci fate il titolo.

Essere diventato nel frattempo autore le ha tolto la pressione come attore?
Sì, quando scrivi sei costretto a recitare tutti i personaggi. Il paradosso è che ho iniziato a scrivere un film e maturare l’idea di fare il regista dopo che smisi di fare l’attore e sono riuscito a esordire come regista grazie al fatto che sono tornato a fare l’attore.

Lei è molto amico dei gemelli D’Innocenzo.
Li conosco da molto prima che esordissero con La terra dell’abbastanza. Stavano sempre a casa mia, sempre insieme a parlare di tutto, a passarci le sceneggiature, scrivemmo anche qualcosa insieme, andammo a fare le riunioni per una serie che dovevamo scrivere insieme. Venivamo anche trattati male, talvolta. Le grandi amicizie nascono anche perché hai tanti nemici in comune. E io quando li incontrai ebbi subito la sensazione di conoscerli già e per la prima volta avevo davanti a me delle persone che non riuscivano a esprimersi, in quel periodo lì scazzavano anche un po’ tra loro, non riuscivano a uscire, però avevano un potenziale enorme.

Lei ha parlato delle sue difficoltà come regista sconosciuto, eppure viene da una famiglia di artisti nota.
Gli unici che hanno esordito giovani come me sono i D’Innocenzo e non mi pare che sono "figli di". Sarebbe poco elegante fare l’elenco dei figli di, anche di genitori più potenti dei miei, che ci provano in tutti i modi e non ce la fanno. Dipende da quali sono le tue ambizioni, se la tua ambizione è fare quattro pose in una fiction scadente allora la raccomandazione può anche esistere, ma per il resto sono soltanto luoghi comuni. La più grossa frustrazione dell’esser "figli di" è che quando si è giovani si vive sempre nella speranza che il mondo al di là della propria famiglia e dei propri amici sia magico, misterioso, incredibile, il mondo al di là del cerchio della tua intimità. Spesso riesci a sopportare la vita quando sei giovane confidando il quel mondo che non conosci e che nel quale un giorno vivrai. E invece ti rendi conto che invece il mondo fuori dal cerchio ti conosce già, ha già espresso dei pregiudizi nei tuoi confronti. C’è questo strano cortocircuito, frustrante.

Essere cresciuto tra artisti e intellettuali aiuta.
Ma il vantaggio non è esser figlio di, è il vantaggio di essere figli di Margaret e Sergio. Mio papà non mi ha mai costretto a vedere un film, mi comprava solo cartoni e film di Spielberg. Voleva che facessi tutto fuorché cinema. E’ un discorso legato alla famiglia in cui sei cresciuto, sono persone che si confrontano con costante sincerità.

Ha chiesto consigli per il film?
No, anzi inizialmente papà rompeva anche i coglioni nel senso che gli sarebbe anche piaciuto prendere parte come attore.

E lei ha detto no.
Ma che scherza, con tutto questo discorso che abbiamo fatto, poi… Lui avrebbe voluto. Gli piaceva molto il ruolo del radiologo. Ma poi era anche contento che lo facesse Massimo, “se non lo faccio io in effetti solo Massimo lo può fare”.

E sul set?
E’ venuto solo una volta mentre noi giravamo a Ostia perché loro erano andati a mangiare in un ristorante lì vicino. Senza dirmi nulla si sono presentati.

Poi l’hanno visto?
Si, gli è piaciuto molto. Devo dire onestamente a film finito, che dopo il lockdown ho fatto altri tagli, altri sei minuti, seguendo i loro consigli.

Cosa vorrebbe si dicesse sul suo film?
“Mi dispiacerebbe se dicessero che è un film alla moda”.