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Venezia 78, Don Pasta e i suoi 'Naviganti': "La rivolta poetica di quattro artisti in lockdown"

Alle Giornate degli Autori il nuovo documentario di Daniele De Michele: "Un quadro amaro che racconta di una società senza l'arte"
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È difficile trovare una definizione che contenga tutte le passioni, le manie, gli amori, gli interessi e, alla fine, il lavoro vero e proprio di Daniele De Michele, scrittore, ricercatore, intrattenitore, dj, appassionato di gastronomia, anzi "attivista del cibo" come dice di lui il New York Times raccontando del suo alter ego Don Pasta, capace di muoversi con sicurezza tra media diversi, dalla radio alla tv al web, è anche da qualche tempo regista. Ed è in queste vesti che arriverà alla prossima Mostra di Venezia, con un nuovo lavoro (dopo I Villani che era stato presentato alle Giornate degli Autori nel 2018), intitolato Naviganti. Prodotto dalla Apulia Film Commission e Fondazione Con il Sud nell'ambito del progetto Social Film Production con il Sud, Naviganti è un documentario ma anche un racconto, un documento e una visione, con il quale De Michele prova a raccontare quello che è accaduto agli artisti durante …

È difficile trovare una definizione che contenga tutte le passioni, le manie, gli amori, gli interessi e, alla fine, il lavoro vero e proprio di Daniele De Michele, scrittore, ricercatore, intrattenitore, dj, appassionato di gastronomia, anzi "attivista del cibo" come dice di lui il New York Times raccontando del suo alter ego Don Pasta, capace di muoversi con sicurezza tra media diversi, dalla radio alla tv al web, è anche da qualche tempo regista. Ed è in queste vesti che arriverà alla prossima Mostra di Venezia, con un nuovo lavoro (dopo I Villani che era stato presentato alle Giornate degli Autori nel 2018), intitolato Naviganti. Prodotto dalla Apulia Film Commission e Fondazione Con il Sud nell'ambito del progetto Social Film Production con il Sud, Naviganti è un documentario ma anche un racconto, un documento e una visione, con il quale De Michele prova a raccontare quello che è accaduto agli artisti durante la pandemia, la quotidianità dentro e fuori il lockdown di quattro personaggi, "una scenografa disoccupata, un musicista senza spettacoli, un contadino poeta, documentando il modo in cui sono sopravvissuti a un conflitto esterno e interno", racconta, "sentivano che in questa crisi le cose fragili avrebbero rischiato di scomparire. Avevano bisogno di un'idea per uscire dalle acque torbide e fu così che divennero... naviganti". Gli artisti coinvolti sono Daniele Sepe, uno dei migliori e più apprezzati musicisti italiani, Modesto Silvestri è un contadino e pastore del beneventano, ma anche un poeta visionario, già coinvolto da De Michele nel precedente I Villani, Giulia Bonaldi è artista e illustratrice di Castiglione D'Adda, nella prima zona rossa d'Italia, e Marco Revelli, sociologo del lavoro, intervistato da una giornalista radiofonica, Giustina Terenzi, di Controradio. 

Com'è nato il progetto?

"È nato perché all'inizio della pandemia ho capito che noi non avremmo fatto spettacoli per un bel po', e questo, al di là delle mie problematiche personali e economiche, mi sembrava avesse delle implicazioni più grandi. Mi sono chiesto non solo come sarebbero stati i lavoratori dello spettacolo senza lavoro ma soprattutto come possa una società, in un momento così drammatico, non avere bisogno degli artisti, come possa farne a meno. Ho preso persone diverse, Sepe, Bonaldi e Modesto, e li ho seguiti nel tempo, durante il lockdown via zoom e poi di persona quando tutto ha riaperto, per capire come vivevano, quali erano le conseguenze economiche e psicologiche di una simile situazione. Ne è uscito un quadro amaro, che da una parte racconta di come tanti artisti si siano messi a fare altri mestieri per vivere, ma dall'altra racconta di una società senza l'arte. Marco Revelli mi aiuta a capire quale sia stato nei secoli il ruolo degli artisti e capire perché il capitalismo o la società oggi non abbiano bisogno degli artisti".

Secondo lei in Italia non c'è stata una risposta adeguata ai problemi degli artisti?

"Peggio, non c'è stata una sensibilità vera verso un tema che è al centro della nostra società. Il principale patrimonio italiano è la cultura, l'arte, la storia del nostro Paese è fatta di questo. E in ogni fase storica abbiamo avuto bisogno dell'arte, mentre in questa sembra di no. Con questa amarezza siamo arrivati alla fine del film, quando con un gesto eclatante abbiamo provato a portare una barca in cima al Vesuvio".

Una citazione di Herzog?  

"Sì, ma davvero in piccolo. Ci sembrava necessario, davanti all'impossibilità di lavorare, fare un gesto eclatante, far salire una barca su una montagna, per dire: anche se non vi interessate a noi, un modo per inventarci una rivolta poetica lo troviamo sempre. Perché alla fine il film è ironico, molto improvvisato, e si conclude con un atto iconoclasta, poetico, surreale, liberatorio".

Il filo del racconto è nella voce di Fabrizio Gifuni.

"Sì, è la sua voce che rappresenta i 'naviganti', figure mitologiche che quando si accorgono che la città si disinteressa delle cose fragili se ne vanno".

Scrittore, dj, filmaker, star del web. De Michele sta per mandare in pensione Don Pasta?

"No, Don Pasta c'è sempre, non posso metterlo da parte, si vede anche nel film, mentre nel lockdown faccio online una lezione sulla parmigiana. Ma il cinema documentario è forse la mia vera casa, mi permette di scegliere un tema e affrontarlo in maniera rigorosa, anche perché il cinema italiano è fatto di maestranze che ti obbligano a fare qualcosa che sia nella grande scia del cinema italiano, tutto il settore è tra i migliori al mondo. E così riesco a esprimere cose che non potrei esprimere altrimenti. La mia lingua madre resta sempre la cucina, ma diventa quasi un divertimento, che pratico perché Don Pasta non muore mai".