✕

Venezia 78. Zerocalcare tra cinema e libri per premiare "le Resistenze di oggi""

Ascolta l'audio

Michele Rech è presidente di giuria del concorso Bookciak, Azione! che premia i corti di giovani autori ispirati a romanzi e grahic novel. La cerimonia il 31 agosto nell'ambito delle Giornate degli autori alla Mostra di Venezia 
4 minuti di lettura

Zerocalcare è il presidente di giuria nell'edizione dieci di Bookciak, Azione!, concorso dedicato all'intreccio tra cinema e letteratura - sempre più intenso - scoprendo giovani talenti e letteratura indipendente, lavorando su memoria, inclusione, solidarietà, la storia. Il premio, riservato ai corti ispirati a romanzi e graphic novel e realizzati da giovani, sarà l'evento di pre-apertura delle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia il 31 agosto.

"Ho accettato subito perché ho un passato di booktrailerista, una dozzina di anni fa li preparavo per tutti i miei libri, da Profezia dell'Armadillo, fino a Dimentica il mio nome. Mi impegnavo molto, i miei primi tentativi di cartoni animati li ho fatti così" racconta Michele Rech in arte Zerocalcare. "Questo premio mi sembra in sintonia con quel che ritengo giusto fare rispetto al mondo della letteratura: cerca di valorizzare le esperienze più piccole…

Zerocalcare è il presidente di giuria nell'edizione dieci di Bookciak, Azione!, concorso dedicato all'intreccio tra cinema e letteratura - sempre più intenso - scoprendo giovani talenti e letteratura indipendente, lavorando su memoria, inclusione, solidarietà, la storia. Il premio, riservato ai corti ispirati a romanzi e graphic novel e realizzati da giovani, sarà l'evento di pre-apertura delle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia il 31 agosto.

"Ho accettato subito perché ho un passato di booktrailerista, una dozzina di anni fa li preparavo per tutti i miei libri, da Profezia dell'Armadillo, fino a Dimentica il mio nome. Mi impegnavo molto, i miei primi tentativi di cartoni animati li ho fatti così" racconta Michele Rech in arte Zerocalcare. "Questo premio mi sembra in sintonia con quel che ritengo giusto fare rispetto al mondo della letteratura: cerca di valorizzare le esperienze più piccole, di nicchia e mette insieme pezzi diversi audiovisivo e letteratura, porta giovani dentro un palcoscenico grande come Venezia. Non ho nessuno strumento accademico autorevole, ma ho visto i booktrailer e ho spiegato quali mi hanno convinto".

Cosa l'ha colpita?

"Intanto l'inventiva di alcuni di questi, anche come linguaggio. Sviluppi per nulla aderenti al testo, che riescono a richiamare lo spirito del libro con trovate originali e piene di idee. E anche la tecnica, ho visto cose belle a livello di fotografia, montaggio, ritmo. C'è un tema comune forte, nei booktrailer come nei libri: l'idea delle resistenze. Ci sono tante cose che riguardano l'attualità di questi ultimi anni: la questione femminile, il razzismo, mi pare che abbiano inciso sulle coscienze delle persone, anche quando non è esattamente il tema su cui ci sono cimentati".

Quali sono le resistenze per lei, oggi?

"Mentre parliamo sto inchiostrando delle tavole che riguardano i viaggi che ho fatto in Iraq un paio di mesi fa, gli incontri con i partigiani le partigiane. In questo momento, se dovessi parlare di resistenza, parlerei di quella: persone che mettono a rischio la vita per affermare un concetto di società più giusta ed equa Se uno pone quell'asticella altissima, non mi posso minimamente accostare alla resistenza. Nel piccolo del mio mestiere resistenza è cercare di tenere dei paletti culturali, malgrado ci siano posizioni considerate in certi momenti impopolari, che possono provocare piccole tempeste, piccole gogne o incompatibilità di posti in cui uno lavora. Penso che tenere il punto in maniera pacata, restare fedeli a certi paletti è ciò che dovrebbe fare chiunque fa questo mestiere".

C'è la resistenza delle donne in Afghanistan.

"È una delle questioni. In Afghanistan non riusciamo a uscire da due posizioni: che bisognava andare via perché gli americani e la Nato non hanno fatto niente, oppure che non bisognava andare via perché abbiamo lasciato il paese ai talebani. In realtà quello di cui probabilmente si parla troppo poco è: quali le forze di resistenza interne al territorio che in questi anni avremmo dovuto cercare di sostenere e che dovremmo sostenere ora? Quali sono gli interlocutori? Sento parlare di Massoud, nome su cui si concentrano tutti, perché è evidentemente la controparte dei talebani sul fronte miliare nel Panshir. Ma ci sono altre forze che meriterebbero più attenzione. Penso a Rawa, l'associazione delle donne rivoluzionarie in Afghanistan. Clandestine durante i talebani, sono uscite un po' più allo scoperto negli ultimi vent'anni, anche se con una posizione critica rispetto all'occupazione americana, consapevoli che non era una soluzione che stava portando a una democrazia stabile in Afghanistan. Ora sono lì e sono rientrate in clandestinità. Penso che vanno aiutate le forze sul territorio riconosciute, che conoscono tradizioni e società. Che non sono costruite dall'esterno e hanno una visione del mondo progressista. Forse potremmo discutere più di questo, che non di andare a tirare le bombe".

C'è preoccupazione tra i curdi?

"La galassia delle combattenti curde ha subito espresso forte vicinanza alle donne afgane, che erano state le prime a manifestare per il Rojava, quando la Turchia ha invaso il nord delle Siria. C'è un legame stretto e preoccupazione per le donne afghane. Il timore, ora, tra i curdi è anche che si consolidi il ruolo della Turchia,  più forte e importante nello scenario mediorientale. Un ruolo che viene usato per attaccare i  curdi, lo stanno facendo anche ora, con  un ruolo che poi usa, all'interno, per attaccare i curdi. Lo sta facendo anche ora. Mentre il mondo guarda all'Afghanistan sono stati fatti una serie di bombardamenti e omicidi mirati nel Nord della Siria e in Iraq per cercar di spazzare via tutta l’opposizione e i quadri curdi".

L'esperienza in Kurdistan con Kobane calling le ha cambiato la vita.

"Sì. Intanto banalmente sono figlio di un tempo in cui non ci sono grandi ideali. Sono cresciuto con una bussola di valori, ma nessun modello di stato reale che li incarnasse. In quei posti come Siria e Iraq, in teoria lontani da ciò che associamo a diritti e emancipazione. ho trovato un modello di società - centinaia di migliaia di persone che credono e partecipano - in cui ho visto incarnati i miei valori. Questo mi ha cambiato, mi ha dato un orizzonte: la possibilità di pensare che vale la pena scommettere su qualcosa".

Quanto è importante il suo rapporto con il cinema?

"Fondamentale, insieme ai concerti l'unica cosa che mi è mancata in questo anno sono stati i cinema. Quando usciamo con gli amici propongo il cinema, mi rispondono 'ma andiamo a mangiare così chiacchieriamo'. Ma per me la cosa da fare insieme alle persone a cui voglio bene è andare al cinema, mi ha accompagnato in maniera intima per tutta la vita".

Gli autori che più la ispirano?

"Ci sono autori che mi hanno dato voglia di fare delle cose. Mattia Torre è stata la cosa migliore che abbiamo prodotto in questo Paese negli ultimi decenni, è stata una perdita gigantesca. Ken Loach è uno che riesce a fare, quando parliamo di resistenza, del cinema bello, manca la parte leggera che cerco di mettere nei fumetti miei, ma nel trasmettere contenuti al pubblico, anche molto radicali, penso sia ineguagliabile".

Ora prepara la serie Strappare lungo i bordi per Netflix, pensa anche a un film da regista?

"Non con attori in carne e ossa. Il motivo per cui con gli umani non me la sento è che sono un maniaco del controllo e il cinema è un lavoro collettivo, ci sono passaggi che non controlli e ti devi affidare, cosa per me terribile. In più l'attore ha una sua autonomia e ho paura di trovare poco la mia voce in quella cosa lì. Anche questa serie poteva essere live, ma abbiamo provato una cosa diversa. Un film disegnato mi piace, sto facendo ora le prove per capire come funziona questo mondo, magari scopro che non sono capace".