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Venezia 78, i diari di Leonard Cohen, la luce dentro ogni parola

I due registi raccontano il documentario 'Hallelujah' presentato fuori concorso
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C’è un’ondata di luce in ogni parola / non importa quale hai ascoltato / l’hallelujah sacro o quello spezzato. La poesia di Leonard Cohen è l’ouverture dell’anima musicale della Mostra, che attraversa con ritratti e omaggi ad artisti, da Morricone a Fabrizio De André ai Led Zeppelin, spaziando tra i generi, musical, operetta, colonne sonore, trap.


Hallelujah: Leonard Cohen a journey, a song è il documentario di Dan Geller e Dayna Goldfine, presentato fuori concorso, che rilegge vita e talento del cantautore canadese attraverso il prisma della sua canzone più famosa. Un’esplorazione profonda che parte dalla sofferta origine del brano («mi rivedo sul tappeto, in mutande, a sbattere la testa sul pavimento urlando “non posso finire questa canzone”», raccontava Cohen), all’accoglienza iniziale negativa, fino all’inaspettata resurrezione, passando per l’abbraccio degli artisti,…

C’è un’ondata di luce in ogni parola / non importa quale hai ascoltato / l’hallelujah sacro o quello spezzato. La poesia di Leonard Cohen è l’ouverture dell’anima musicale della Mostra, che attraversa con ritratti e omaggi ad artisti, da Morricone a Fabrizio De André ai Led Zeppelin, spaziando tra i generi, musical, operetta, colonne sonore, trap.


Hallelujah: Leonard Cohen a journey, a song è il documentario di Dan Geller e Dayna Goldfine, presentato fuori concorso, che rilegge vita e talento del cantautore canadese attraverso il prisma della sua canzone più famosa. Un’esplorazione profonda che parte dalla sofferta origine del brano («mi rivedo sul tappeto, in mutande, a sbattere la testa sul pavimento urlando “non posso finire questa canzone”», raccontava Cohen), all’accoglienza iniziale negativa, fino all’inaspettata resurrezione, passando per l’abbraccio degli artisti, 360 registrazioni, che negli anni l’hanno trasformata in uno dei brani più riconosciuti e amati di tutti i tempi. Il film è un contraltare visivo del libro di Alan Light del 2012. Oltre alla fondamentale testimonianza di Larry “Ratso” Sloman, giornalista e scrittore che si definisce «il paziente zero in questo virus che si chiama Hallelujah» e che mette a disposizione i nastri inediti delle interviste registrate con Cohen tra il 1974 e il 2005, i registi hanno avuto accesso ai leggendari taccuini, alle ultime esibizioni, ai video inediti e ai molti “selfie” scattati con la Polaroid da Cohen, autoritratti che l’artista faceva alla ricerca della propria anima.


Gli appassionati e i conoscitori dell’opera dell’autore scomparso il 7 novembre 2016 vedranno prendere vita i versi, cancellati e riscritti, modificati sulle pagine dei blocknotes, ascoltare le testimonianze di Rufus Wainwright, Brandi Carlile, Judy Collins, Regina Spektor, Amanda Palmer, i racconti della collaboratrice e storica amica Sharon Robinson e del produttore e arrangiatore della versione originale, John Lissauer. Per Dayna Goldfine si tratta di un racconto dal sapore universale: «Abbiamo cercato di entrare nella parte profonda della vita di qualcuno che, come noi, ha affrontato gli alti e i bassi, gli insuccessi e i rifiuti della vita. Quello del film è un viaggio spirituale, con le sue lotte tra fede e scetticismo alla ricerca di un posto nel cosmo, che ci appartiene tutti».


Emozionano le immagini di Cohen settantenne in ginocchio sul palco, l’anima nel microfono, di quando riflette sulla natura misteriosa della creatività: «I piccoli frammenti di momenti creativi che scendono su di te quando non li aspetti e devi essere solo preparato a prenderli», dice Geller. È una piacevole scoperta, che contraddisce l’immagine melanconica, l’ironia secca e irresistibile che Leonard Cohen dimostra anche di fronte alle traversie della vita: quando a settant’anni scopre che il manager ha rubato tutti i suoi soldi e, intervistato, dice: «Beh, una cosa del genere può intaccare il tuo umore», oppure quando prende in giro l’intervistatore sul cambiamento del suo nome replicando «è troppo ebreo?».


«Affascina anche il viaggio che lo ha portato a superare la depressione, il percorso che lo ha portato a trovare un senso di calma e gioia; lo spiega quando dice “non è tanto l’aver raggiunto o trovato quel che stavo cercando, ma la ricerca stessa si è dissolta”». «In questo mondo che punta solo sulla giovinezza colpisce che Leonard apprezzi cosa significhi essere anziano e conoscere il valore della saggezza», aggiunge Dayna Goldfine che sottolinea come il documentario sia anche una celebrazione del potere della parola, in una società dominata oggi dalle immagini, «come canta Leonard “c’è un bagliore in ogni parola”. Naturalmente, venendo da una tradizione ebraica che ha sempre dato grande risalto al grande potere creativo della parola».


Il doc racconta il dilagare di Hallelujah, dai cantautori al cartone animato Shrek ai talent show. «Ci ha sorpreso il coinvolgimento e il legame di Brandi Carlile, scoprire quanto sia stata importante per la sua formazione — spiega Geller». Uno degli intervistati definisce il brano “una raccolta di racconti”: «Ci sono diverse versioni — spiega ancora Geller — che Leonard stesso ha scritto, riscritto e spostato in ciascuna delle strofe e all’interno della strofa, ci sono storie misteriose e milioni di sfumature diverse. Leonard non ha mai voluto dire alla gente cosa fare della sua canzone». È passato dalla versione più religiosa dell’Antico Testamento a quella laica nel momento in cui ha pensato fosse importante. Quando la canzone è entrata nel mondo, non ha voluto dettare cosa significasse. Era stupito e felice di vedere come una canzone potesse significare tante cose diverse nelle mani di artisti e dilettanti straordinari».