Venezia 78, Toni Servillo: "Vent’anni insieme a Paolo Sorrentino con ironia e rigore per il lavoro"
dalla nostra inviata Arianna Finos , dalla nostra inviata Arianna FinosToni Servillo parla da saggio ma ha negli occhi l'allegria di un ragazzino. Sa che la Mostra è sua, con tre film italiani - di cui due in concorso - importanti e molto diversi. La prima emozione arriva con gli applausi a È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, vent'anni dopo quell'Uomo in più che debuttò al Lido cambiando la traiettoria di autore e protagonista.
Lei e Sorrentino, di nuovo insieme.
"Ho avuto la gioia di fare sei film con Paolo. Mi emoziona tornare in concorso vent'anni dopo, con questo film sincero, girato con mano molto leggera malgrado l'argomento trattato, in certi momenti molto drammatico. Credo che sia riuscito a intrecciare bene il comico e il tragico della vita, il racconto di una spensieratezza di una vita che sembra consegnata a giornate infinite estive, al calore di un gruppo famigliare da guardare come fosse una commedia di teatro e invece poi sentirsi improvvisamente orfani. La fine della giovinezza…
Toni Servillo parla da saggio ma ha negli occhi l'allegria di un ragazzino. Sa che la Mostra è sua, con tre film italiani - di cui due in concorso - importanti e molto diversi. La prima emozione arriva con gli applausi a È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, vent'anni dopo quell'Uomo in più che debuttò al Lido cambiando la traiettoria di autore e protagonista.
Lei e Sorrentino, di nuovo insieme.
"Ho avuto la gioia di fare sei film con Paolo. Mi emoziona tornare in concorso vent'anni dopo, con questo film sincero, girato con mano molto leggera malgrado l'argomento trattato, in certi momenti molto drammatico. Credo che sia riuscito a intrecciare bene il comico e il tragico della vita, il racconto di una spensieratezza di una vita che sembra consegnata a giornate infinite estive, al calore di un gruppo famigliare da guardare come fosse una commedia di teatro e invece poi sentirsi improvvisamente orfani. La fine della giovinezza può capitare in tanti modi, anche in maniera tragica e improvvisa come questa. La seconda parte racconta questo ragazzo che deve decidere quali degli stimoli che arrivano di continuo dalla città fare suo. Stesi su questa mitica città dall'elemento forte del mare, ci sono eroi che vengono dalla religione, dal calcio, dal cinema, dalla malavita. Attraverso questi stimoli, in piena autonomia e con una dose di coraggio e libertà, decide di farne uno che racconta storie. Tra i film girati insieme è quello in cui Paolo, con più desiderio e determinazione, ha voluto sedersi accanto allo spettatore sussurrargli questa storia all'orecchio, concentrandosi sulle emozioni, sull'interiorità dei personaggi".
È un racconto di formazione che parla ai ragazzi di oggi.
"Esatto. Io credo che un ragazzo si può riconoscere e può guardare alla scelta del personaggio di non chiudersi in se stesso, anche di lasciare la città per allontanarsi da un dolore su cui ci si può fossilizzare, si può morire di dolore. E invece decide che tutto questo può diventare vita, va a cercare altro, oltre il dolore.
Venezia 78, Toni Servillo: "Un film sincero, diretto con una mano leggera"
Le affida la parte di suo padre.
"Sì. Seguendo anche un suo desiderio, ho tenuto un piede nella realtà e uno nella fantasia, in modo che non avessimo l'angoscia di dover recitare il papà e la mamma di Paolo, avendolo dietro la macchina da presa. Ci ha detto solo che i suoi genitori si amavano profondamente, sentendo la necessità costante e quotidiana l'uno dell'altro. E che questo amore che il figlio osserva da lontano fosse un bagaglio che si porta dietro una volta che li ha perduti. Poi ci siamo divertiti a fare il ritratto di un papà che si sente inadeguato, che sfugge alle responsabilità, che ha una doppia vita molto nascosta perché tiene moltissimo a questa famiglia, che è un comunista per modo di dire".
Il film è anche una stele di Rosetta con cui rileggere il cinema di Sorrentino.
"In una scena il regista Antonio Capuano chiede al giovane 'hai qualcosa da raccontare?', lui risponde 'sì', poi non aggiunge altro. Io ho fatto parte di tutto quell'altro, che è stato il cinema di Paolo dopo questa scelta di camminare sulle proprie gambe, avendo perso i genitori, la scelta libera e coraggiosa della fantasia e del racconto. Tornano tanti argomenti cari, partendo da Napoli".
'È stata la mano di Dio', le prime immagini del film di Paolo Sorrentino
Com'era il Sorrentino di vent'anni fa?
"Allampanato, pieno di timidezza e con uno sguardo malinconico. Che però lasciava il sospetto di una grande determinazione che è quella che ha dimostrato. Ha tirato fuori tanto coraggio nel cinema e lo ha fatto trovando anche la giusta distanza da una storia personale raccontandola in modo personale".
Il regista la definisce il suo fratello maggiore.
"Qui mi ha promosso sul campo, mi ha fatto diventare papà. C'è un affetto profondo che va oltre l'amicizia che ci porterà ad affrontare nuove sfide insieme, nel futuro".
Quella Napoli degli anni Ottanta lei l'ha vissuta.
"Sì. Direi che per molti aspetti dopo la città è migliorata, meno affogata dal traffico con alcune fasi della politica più limpide rispetto a quelle del passato, a fasi alterne però, perché rimane una città complicatissima, con un'enorme difficoltà. Non sono mai stato di quelli che battono la grancassa del rinascimento napoletano anche perché Napoli nasce e muore in un ciclo di esperimento sociale continuo, che ne fa una città metropolitana vera, autentica, forse la vera metropoli italiana, in un movimento continuo, moderno, più violento ed evidente delle altre grandi città italiane, nel cammino dal centro alla periferia e dalla periferia al centro. Il pubblico si può anche divertire a riconoscere quegli anni 80, che erano gli stessi dell'Uomo in più".
Sorrentino ha detto che questo è un momento di rinascita.
"È bello immaginare che questo ritorno veneziano possa significar un inizio nuovo, per lui significa anche fare i conti con un grumo di dolore. Non so se la parola giusta è liberarsene, forse farci i conti. E poi cercare un linguaggio diverso. Paolo ci ha abituati a film tutti diversi l'uno dall'altra, è sempre sorprendente. Non vedo niente se non la cifra dell'autore tra Il divo e La grande Bellezza, Youth e Le conseguenze dell'amore. Una ricerca dell'interiorità dei personaggi standogli molto vicino".
Cosa c'è stato per lei in questi vent'anni sul fronte professionale?
"Il percorso è stato aiutato da tanto teatro, che in questi anni non è stato mai meno del cinema. E porta con sé un esercizio legato alla recitazione come problema quotidiano e non legato a un'occasione, all'attesa di un'occasione. Il problema del recitare ti accompagna quotidianamente, diventa una sfida con te stesso e nel tempo un affinare i mezzi del mestiere per ottenere il massimo con l'apparente minimo sforzo, togliere o aggiungere. Con l'esperienza si impara, ma è una consapevolezza d'attore che si matura nel quotidiano, non è un mestiere come ci insegnano alcuni cattivi maestri che si può lasciare a improvvisazione e generosità, è un mestiere che esige disciplina e costanza che portano a un risultato quasi natura".
Cosa vi accomuna?
"Due cose in comune, distanti tra loro: coltiviamo una sana ironia, la passione che ti fa prendere le distanze, un sapersi guardare da fuori che significa non prendersi troppo sul serio. Dall'altra una religione del lavoro. Ho sempre ammirato la sua infaticabilità, gira, scrive, ho letto sceneggiature che non sono diventati film, la sua capacità di tornare sui dialoghi inventando battute che sono diventate proverbiali. È un grande lavoratore e credo mi riconosca la stessa qualità. Una religione del lavoro. In maniera anche ossessiva".
Venezia 78. 'Qui rido io', Mario Martone racconta Eduardo Scarpetta - trailer
Napoli, le sue storie e i suoi attori sono al centro della Mostra.
"Devo dire, perché è la realtà, che siamo sempre presenti, sulla scena nazionale e internazionale. Abbiamo tanti difetti, ma non ci manca la capacità di essere protagonisti nella vicenda dello spettacolo e delle arti. E qui lo siamo con Sorrentino, Martone, Di Costanzo, Andò e tantissimi altri. La città continua a essere un generatore di storie e di talenti di cui sono orgoglioso".
Alla Mostra è anche protagonista assoluto di "Qui rido io" di Mario Martone, che significa per un attore incarnare Eduardo Scarpetta?
"Il film di Martone è un grande affresco di un mondo che probabilmente non esiste più, un grande omaggio a Napoli, alla sua nobiltà culturale, basti pensare che intorno al personaggio di Scarpetta si alimenta un dibattito che vede in campo Croce, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, D'Annunzio. Il diritto di parodia che viene sancito, non esisteva ancora neanche la Siae, e un po' dopo sono iniziati a venir fuori i diritti d'autore con questo. Con questo famoso processo di cui si fa carico e che da grande attore vince Scarpetta. Dall'altra parte un mondo che è quello del teatro e del teatro che si riuniva come assemblea intorno a un attore o a una compagnia, che è il racconto del modo in cui noi una volta organizzavamo il nostro stare insieme e che, con quelle caratteristiche, non esiste più. Con quell'effervescenza sociale, la necessità di uscire fuori dalle case e di socializzare intorno a qualche cosa. E poi è anche un racconto in parte, per quanto riguarda Mario e me, con una punta di autobiografismo, essendo noi compagni di teatro da quarant'anni, perché attraverso la vicenda simbolica di Scarpetta si racconta di quanta vita è fatto il teatro e di quanto teatro è fatta la vita. Mario nel film è stato abilissimo a non darci a volte quasi la sensazione che dal palcoscenico si passava in un interno borghese e da una casa si basava sul palcoscenico. Al punto tale che in questa grande tribù intorno a Scarpetta non si capisce a volte se si stanno dicendo la verità in palcoscenico o se si stanno dicendo delle menzogne a casa. Questo è uno degli elementi veramente di fascino dell'idea di Qui rido io. È stato un regalo che Mario mi ha fatto. Ho fatto diverse messe in scena di Eduardo De Filippo quindi conoscevo molto bene questa vicenda, anche umana, che c'è dietro il lavoro e la famiglia De Filippo. Ma mai avrei immaginato di interpretare Eduardo Scarpetta e raccontare Scarpetta e i De Filippo piccoli. Anche qui è un meccanismo di distanza, di sceneggiatura, di cui sono meritori Ippolita di Majo e Mario, che consente al pubblico di fare tante altre riflessioni sulla genitorialità, sulla illegittimità, sulle dinastie teatrali sul teatro come tribù. Di una famiglia che è famiglia teatrale e famiglia di sangue, ma che ha come le tribù il compito di tenere acceso sempre un fuoco, intorno al quale si riscaldano tutti e che alimenta, da tutti i punti di vista, tutti noi sia spiritualmente che materialmente".
In Ariaferma la vedremo per la prima volta affiancare Silvio Orlando.
"Merito di Leonardo Di Costanzo e della sua sensibilità di aver messo insieme Silvio e me nello stesso film. Silvio è un attore che ho sempre ammirato molto, con cui su questo set è nata un'amicizia profonda. Il film di Leonardo è un film che somiglia a Leonardo. È una persona di squisita umanità, che trasuda nel film che ha realizzato. Anche lì a me è affidato un personaggio che simbolicamente porta la coscienza dello spettatore per un argomento che oggi, in tanti campi, è assolutamente attuale. E cioè il conflitto che c'è tra il senso di responsabilità e la compassione, cioè tra l'esercizio del senso di responsabilità che a volte confligge completamente con la pietà, con la compassione. Con tutti e tre i registi in maniera diversa ho una lunga militanza".
Al Festival di Cannes le capitò di essere in Gomorra e Il divo, furono premiati entrambi.
"Sono due film che ancora oggi a riguardarli sono uno spaccato sociale del nostro paese, molto importanti. Con Mario ho fatto anni di militanza teatrale insieme ma anche cinematografica. Il primo film insieme è stato Morte di un matematico napoletano. Ho fatto poi La salita dove interpretavo un sindaco che ricordava Bassolino, in una lunga faticosa salita di responsabilità amministrative lungo il Vesuvio. Ho fatto Mazzini in Noi credevamo, ho fatto Teatro di guerra. Con Leonardo invece c'è una conoscenza anche questa legata al teatro, perché nella fucina del teatro sperimentale di fine anni Settanta, nel Teatro Nuovo a Napoli dove ci siamo praticamente formati io e Martone, Leonardo si occupava della produzione, prima di fare la sua scelta documentaristica andando in Francia. Mi emoziona essere a Venezia con tre film completamente diversi, di tre straordinari autori diversi tra di loro ma con cui ho un rapporto di lunga di lunga data".