Venezia 78, la recensione di 'L'événement': quando l'aborto era clandestino
di Emiliano Morreale , di Emiliano MorrealeL’evento di Annie Ernaux, scritto nel 1997, rievocava la dolorosa esperienza di un aborto clandestino della scrittrice, allora studentessa, nella Francia degli anni Sessanta, quando la pratica dunque era ancora illegale. La regia della quarantenne Audrey Diwan, alla sua seconda prova, prende spunto dall’asciutto memoir, fatto di brevi paragrafi e di rimandi tra l’io presente della scrittrice e quello di lei ragazza, in un serrato pedinamento ravvicinato del personaggio. La studentessa Anne (l’intensa Ana Maria Vartolomei, franco-rumena) rimane incinta di un compagno occasionale e attraversa una serie di difficoltà e di tormenti. Lei tiene nascosto l’evento, poi lo dice a due amiche che si allontanano da lei e cerca aiuto da un altro amico per avere indirizzi utili. Intanto la sua carriera scolastica, comprensibilmente, comincia a peggiorare drasticamente. La scelta del formato quasi quadrato rinchiude ancora di più il personaggio in questa p…
L’evento di Annie Ernaux, scritto nel 1997, rievocava la dolorosa esperienza di un aborto clandestino della scrittrice, allora studentessa, nella Francia degli anni Sessanta, quando la pratica dunque era ancora illegale. La regia della quarantenne Audrey Diwan, alla sua seconda prova, prende spunto dall’asciutto memoir, fatto di brevi paragrafi e di rimandi tra l’io presente della scrittrice e quello di lei ragazza, in un serrato pedinamento ravvicinato del personaggio. La studentessa Anne (l’intensa Ana Maria Vartolomei, franco-rumena) rimane incinta di un compagno occasionale e attraversa una serie di difficoltà e di tormenti. Lei tiene nascosto l’evento, poi lo dice a due amiche che si allontanano da lei e cerca aiuto da un altro amico per avere indirizzi utili. Intanto la sua carriera scolastica, comprensibilmente, comincia a peggiorare drasticamente. La scelta del formato quasi quadrato rinchiude ancora di più il personaggio in questa prigione sociale; il realismo angosciante si prolunga coerentemente fino alle ultime fasi senza risparmiare momenti crudi che non hanno nulla di gratuito. La ricostruzione d’epoca, credibile, non chiude però il film nel passato, e il dramma della protagonista ha un’intensità che lo rende tutt’altro che antiquario.
Il venezuelano Lorenzo Vigas aveva vinto un Leone d’oro a sorpresa nel 2015 con Ti guardo, pedinamento ermetico di un personaggio che intrecciava una morbosa relazione con un raagzzo dei bassifondi. In La caja la cifra è di nuovo una sorta di realismo imbevuto di silenzi ambigui, per cui lo spettatore deve ricostruire da sé molti rapporti tra i personaggi. Nel nord del Messico un ragazzino, Hatzin, gira con una cassa in cui ci dovrebbero essere i resti del padre, ucciso e finito in una fossa comune. Ma a un certo punto gli sembra di riconoscere il genitore in un caporale di una fabbrica, che vive anche di piccole truffe e di furti sperando di mettersi in proprio un giorno, ed è connivente di una serie di omicidi che terrorizzano la gente del luogo. Mettendosi al suo seguito, Hatzin si troverà a confronto con una serie crescente di situazioni drammatiche che segneranno la sua perdita dell’innocenza. Vigas padroneggia bene, e con qualche rischio di maniera, il genere del “film da festival”, vero e proprio genere di cui segue gli stereotipi tematici e formali: personaggi di bambini o adolescenti, narrazione lasca, ambienti desolati o degradati.
L’événement
Regia di Audrey Diwan
Tre stelle e mezza su cinque
La caja
Regia di Lorenzo Vigas
Tre stelle su cinque