Venezia 78, Claudio Santamaria e i 'Freaks out' di Mainetti: "Solo la cultura può vincere la discriminazione"
dalla nostra inviata Arianna Finos , dalla nostra inviata Arianna FinosDegli umanissimi mostri che Gabriele Mainetti porta in concorso a Venezia con il colossale Freaks out, Claudio Santamaria è quello più irriconoscibile, il bel volto sepolto da una fitta coltre di pelo. Con i compagni d'avventura vivrà un'odissea attraverso la Roma occupata del '43, tra bombardamenti e battaglie epiche, rastrellamenti, circhi nazisti, brigate partigiane. Tra egoismi e slanci, piccole vigliaccherie e scelte coraggiose, i freaks troveranno il loro spazio e scopo, all'interno della grande Storia. L'appuntamento con Claudio Santamaria è per il caffè, la mattina presto, sulla terrazza dell'Excelsior, guarda con desiderio il mare "è se facessimo l'intervista con i piedi a mollo?", lo riporta alla realtà la moglie, Francesca Barra, in un bel vestito nero che maschera la silhouette da quinto mese di gravidanza.
Che significa per lei essere qui con 'Freaks out'?
"La fine di un …
Degli umanissimi mostri che Gabriele Mainetti porta in concorso a Venezia con il colossale Freaks out, Claudio Santamaria è quello più irriconoscibile, il bel volto sepolto da una fitta coltre di pelo. Con i compagni d'avventura vivrà un'odissea attraverso la Roma occupata del '43, tra bombardamenti e battaglie epiche, rastrellamenti, circhi nazisti, brigate partigiane. Tra egoismi e slanci, piccole vigliaccherie e scelte coraggiose, i freaks troveranno il loro spazio e scopo, all'interno della grande Storia. L'appuntamento con Claudio Santamaria è per il caffè, la mattina presto, sulla terrazza dell'Excelsior, guarda con desiderio il mare "è se facessimo l'intervista con i piedi a mollo?", lo riporta alla realtà la moglie, Francesca Barra, in un bel vestito nero che maschera la silhouette da quinto mese di gravidanza.
Che significa per lei essere qui con 'Freaks out'?
"La fine di un lungo viaggio iniziato molto tempo fa, ma la realizzazione di un sogno che ho da molti anni, di vedere il cinema italiano di nuovo giocare, divertirsi anche con temi così importanti come la discriminazione e l'incontro con ciò che è diverso da noi. Freaks out, nel suo essere fantasmagorico, esplosivo, affronta un tema importante. La lezione di questo film è che tu devi essere il primo ad accettare e abbracciare la tua diversità, poi puoi sperare che gli altri la comprendano".
Con Gabriele Mainetti c'è un rapporto forte.
"Ci conosciamo da vent'anni, dall'incontro a un corso di recitazione. Già mi raccontava di storie che aveva scritto, cortometraggi da realizzare. Nel tempo è nata prima una forte amicizia. E poi c'è stato Lo chiamavano Jeeg Robot, che ha cambiato la vita di entrambi. Siamo più uniti che mai. Quando ho letto questa sceneggiatura ho avuto lo stesso entusiasmo di allora".
Una bella sfida recitare con il volto coperto di peli.
"Abbiamo voluto dare grande personalità, una storia, un vissuto al personaggio, immaginando per lui una provenienza nobiliare, anche se la famiglia lo aveva rinchiuso dieci anni in una gabbia. È un gran lettore, istruito, parla molte lingue, ma malgrado tutto questo sa che il mondo lo vede solo come un mostro, perciò è disilluso".
Com'è stato il trucco?
"Quattro ore e mezza per farlo, 40 minuti per toglierlo, peli che entravano negli occhi costringendo a fermare la scena, mollette sulle guance quando mangiavo, ingoiando comunque ciuffi di peli. Cose che mi rendevano nervoso, un nervosismo che ho trasmesso al personaggio".
Nel film c'è Hollywood, ma anche la tradizione della commedia italiana, da Scola e Ferreri.
"Gabriele ha in sé gli stilemi della commedia all'italiana, cosa che in altri Paesi non riescono a comprendere. Una cosa che ha sempre detto anche Muccino, in America non capiscono la commedia all'italiana. Quel sorridere nel dramma è il cuore pulsante della commedia all'italiana. Mainetti ha anche sempre avuto una grande fascinazione per il cinema americano e per il fumetto e quindi per il cinema anche rocambolesco, d'avventura, d'azione, splatter. Orchestra questi ingredienti come un grande chef, è il suo talento".
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Essere qui a Venezia?
"Per me è il grande evento da due anni, venendo qui volevo fare una storia per ogni minuto che vivevo. Ho ricordi bellissimi delle molte volte che sono venuto. Vengo da due anni di vita ritirata".
Cos'ha fatto?
"Sono stato in casa, abbiamo scritto una sceneggiatura con Francesca in un film sulla 'ndrangheta in cui spero reciterò. ("e lo dico io cosa ha fatto, suona la tromba", interviene la moglie). Sì, l'ho imparata per il film di Avati, ho smesso per quindici anni, ho ripreso durante il lockdown, mi esercito tutti i giorni da un anno e mezzo, il jazz ("sì però prima fa le scale, una cosa da chiedere il divorzio" ). Mi confina in camera con la sordina, anche nella camera d'albergo ("abbiamo portato due bambini qui a Venezia. La tromba è un altro figlio ", aggiunge Francesca, indicando la sua pancia di cinque mesi di gravidanza")".
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Dal '43 a oggi, come sopravvivono i freaks?
"Quel che alleggerisce il fardello della diversità è il fatto che se ne parli, la cultura, come educhiamo i nostri ragazzi a scuola, di come nutriamo la loro anima, l'opinione pubblica può fare molto, l'esplosione dei social è un'arma a doppio taglio ma può servire a diffondere un'apertura di pensiero verso ciò che ciò che è diverso da noi. Solo la cultura vince la discriminazione".
Essere padre le ha cambiato lo sguardo?
"Sì, una grande gioia, ma anche responsabilità; di sicuro è più facile fare un film che fare il padre. Bisogna dare gli strumenti a questi ragazzi che sono semplicemente la curiosità la cultura, la bontà con cui vedere il mondo".
Immagino lei non abbia mai avuto problemi di discriminazione.
"E invece sì, da piccolo. Non mi sono mai sentito bello. All'asilo mi chiamavano il bell'addormentato nel bosco, con i miei occhi a mezz'asta. Quello per me è stato motivo di sofferenza e a volte anche di discriminazione. A un bambino basta una parola per esser ucciso, non ti devono tirare gli ortaggi. Quindi so che significa, e so che dico una banalità, ma è vero: quello che poi è il tuo punto debole diventa il punto di forza. Quando hai un buco e riesci a trasformarlo internamente, non con la chirurgia quella è la sconfitta più grande dell'essere umano, nel tuo pugno, nel il tuo punto di forza, allora hai vinto".