Venezia 78, 'Freaks Out', Nicola Guaglianone: "Tutto è cominciato con quattro foto attaccate a un muro"
di Nicola Guaglianone
Tutto è cominciato da quattro foto attaccate al muro: un uomo lupo, Natalie Portman bambina, il nanetto di Freaks di Tod Browning e un ragazzino con la pelle bianca come latte. Io e Gabriele Mainetti siamo rimasti a fissarle per giorni. L’idea era di prendere Il mago di Oz, aggiungere dei superpoteri e renderlo credibile in Italia.
'Freaks Out', dal circo alla Roma fascista i nuovi supereroi di Mainetti
Rendere credibile l’incredibile, è questo che mi piace fare e mi è sempre piaciuto fare. Ma la storia non veniva. Avevamo dei personaggi ma erano inerti. Poi un giorno, camminavamo per via del Boschetto a Monti, la buttai lì con un po’ di timore, cosciente del fatto che avrebbe creato problemi produttivi insormontabili. “Gabrie’, ma se ambientassimo la storia durante la seconda guerra mondiale a Roma?”. Pensavo che Gabriele mi avrebbe mandato a quel p…
di Nicola Guaglianone
Tutto è cominciato da quattro foto attaccate al muro: un uomo lupo, Natalie Portman bambina, il nanetto di Freaks di Tod Browning e un ragazzino con la pelle bianca come latte. Io e Gabriele Mainetti siamo rimasti a fissarle per giorni. L’idea era di prendere Il mago di Oz, aggiungere dei superpoteri e renderlo credibile in Italia.
'Freaks Out', dal circo alla Roma fascista i nuovi supereroi di Mainetti
Rendere credibile l’incredibile, è questo che mi piace fare e mi è sempre piaciuto fare. Ma la storia non veniva. Avevamo dei personaggi ma erano inerti. Poi un giorno, camminavamo per via del Boschetto a Monti, la buttai lì con un po’ di timore, cosciente del fatto che avrebbe creato problemi produttivi insormontabili. “Gabrie’, ma se ambientassimo la storia durante la seconda guerra mondiale a Roma?”. Pensavo che Gabriele mi avrebbe mandato a quel paese e invece si è fermato, mi ha guardato e nei suoi occhi ho visto la scintilla. La stessa di quando gli dissi facciamo un supereroe a Tor Bella Monaca.
Sono andato a casa e ho scritto un soggetto di una trentina di pagine, immaginandomi un percorso, un cattivo, un’evoluzione dei personaggi. Poi è successa una di quelle cose che solo la scrittura può regalarti. Uno di quei misteri inspiegabili che hanno a che fare con l’animo umano. Un mese prima dell’uscita di Lo chiamavano Jeeg Robot è morto mio padre. In un momento così importante mi sono trovato smarrito, solo. E ho fatto quello che poi hanno fatto i personaggi di Freaks Out. Come Fulvio, Mario e Cencio mi sono cercato un padre surrogato e come Matilde non mi sono arreso alla morte di mio padre, continuando a cercarlo. Per capire solo alla fine che se volevo sopravvivere dovevo diventare il padre di me stesso.