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Saverio Costanzo a Venezia con la compagna, l'attrice Alba Rohrwacher (ansa)

Saverio Costanzo e i vincitori della Mostra di Venezia: "Una giuria democratica e giovane, dieci giorni di cinema stupendo"

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Il regista nel gruppo che ha deciso l'assegnazione dei premi. "Il cinema femminile oggi più interessante, la sensibilità maschile sembra sempre più vecchia"
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Saverio Costanzo - il giurato italiano della Mostra 78 che ha dato il Leone d’oro al francese Dodici settimane, due premi a E’ stata la mano di Dio e uno a Il buco - è sul treno che lo riporta a Roma “con una grande nostalgia addosso, perché sono stati dieci giorni di cinema stupendo. Siamo stati privilegiati a poterlo vedere in sala, con le persone. Poi è stata stupenda anche l'esperienza umana, bellissima, con la giuria”.

Che presidente è stato Bong Joon-ho?

“E’ stata una giuria democratica e giovane, Bong, 51 anni, era il più anziano. Perciò…

Saverio Costanzo - il giurato italiano della Mostra 78 che ha dato il Leone d’oro al francese Dodici settimane, due premi a E’ stata la mano di Dio e uno a Il buco - è sul treno che lo riporta a Roma “con una grande nostalgia addosso, perché sono stati dieci giorni di cinema stupendo. Siamo stati privilegiati a poterlo vedere in sala, con le persone. Poi è stata stupenda anche l'esperienza umana, bellissima, con la giuria”.

Che presidente è stato Bong Joon-ho?

“E’ stata una giuria democratica e giovane, Bong, 51 anni, era il più anziano. Perciò ci siamo trovati come un gruppo, siamo diventati amici. Nonostante la grandezza e lo spessore del suo lavoro, Bong è ancora un ragazzo, e questo ha permesso a ogni membro di poter essere rappresentato anche dal palmarès”.

La giuria del concorso Venezia 78 con il direttore della Mostra, Alberto Barbera (primo a sinistra) (ansa)

Il Leone d'oro a 12 settimane è stato assegnato all’unanimità.

“Sì, una decisione unanime e molto rapida. Ci ha colpito il fatto che, malgrado fosse una storia degli anni Sessanta, la regista la raccontava come fosse attuale. C’era un’immediatezza che arrivava così, senza nessuna struttura intellettuale o psicologica. Arrivava diretta e sentivi sulla tua pelle, da spettatore, il disagio della protagonista di fronte alla via Crucis che deve attraversare per riuscire a ottenere la sua libertà. E’ stato un pugno nello stomaco”.

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Il Leone e altri due premi importanti: c'è un’attenzione particolare al cinema delle registe?

“Credo che il cinema femminile oggi sia il più interessante. Nella selezione c’erano tre film molto maschili belli, il russo Il Capitano Volkogonov è scappato, Sundown e Il collezionista di carte. Ho però la sensazione che siano in un certo senso 'vecchi' i temi maschili, rispetto alla direzione in cui sta andando la sensibilità in questi tempi. Evidentemente oggi le donne hanno più da dire e il loro è un discorso più bello da ascoltare rispetto al viaggio interiore del maschio”. 

Il presidente Bong Joon-ho e Chloé Zhao sono innamorati dell’Italia, uno fan di Morandi e l’altra di Baggio.

“Ma tutti i membri lo erano, c'è stata una bellissima risposta sul nostro cinema da parte di tutti i giurati”.

Qual è il lavoro del giurato italiano?

“Essere onesto intellettualmente, come qualsiasi giurato: questo è un festival internazionale. Però naturalmente è bello riuscire a illuminare, a spiegare e raccontare anche chi è l'autore del film, dare una chiave di lettura di alcuni film. Il giurato italiano ha la responsabilità, secondo me, di sostenere il più possibile il proprio cinema di origine. Il punto di forza è stata la ricchezza, l’eterogeneità dei cinque film presentati, espressione di un diverso cinema: dava un’idea molto vitale della nostra industria”.

Il Gran Premio a “E' stata la mano di Dio"?

“Il film di Paolo è piaciuto moltissimo. Ed è anche, non scordiamolo, il film di un grande autore che dialoga non soltanto con le emozioni più private, ma anche con il  suo cinema, perciò riesce a coinvolgere sia testa che cuore, senza soluzione di continuità. E questo appartiene a mio parere alle opere d'arte più importanti”. 

Si è discusso della doppia prova di Toni Servillo?

“Certo che si è discusso della sua bravura - secondo me è geniale - sia nel film di Sorrentino che nel bellissimo film di Martone. E si è discusso davvero tanto anche di Teresa Saponangelo, che ha toccato il cuore di moltissimi giurati, me compreso: la sua è una bellissima conferma”.

Toni Servillo in 'Qui rido io' di Mario Martone 

Napoli è stata protagonista di tanti film.

“Penso che sia il cuore italiano della rappresentazione scenica, che vuol dire anche cinematografica. Ho passato quattro anni della mia vita a Napoli, lavorando con attori napoletani, penso che sia un teatro a cielo aperto dove tutti sono capaci di rappresentare se stessi. Spesso mi sono chiesto se è perché la città è anche molto violenta, e allora è come se si fosse costretti a indossare una maschera. Ma questo dà grande ricchezza, una capacità di rappresentarsi unica, è giusto che oggi sia la capitale italiana del cinema”.

Avete considerato il rapporto su sala e piattaforma?

“Questo elemento è entrato nella discussione, per esempio di Il buco di Michelangelo Frammartino è  un film che determina l'assoluta necessità della sala. Il premio di un film che abbiamo adorato tutti aveva anche l’idea di riaffermare la necessità della sala in cui un film del genere può essere veramente gustato”.

E' stato il suo ritorno alla Mostra. Com'è andata?

“Ho tanti ricordi, alcuni orrendi. Per esempio quando andammo con La solitudine dei numeri primi, un film in un momento in cui la mia vita privata era sottosopra e la reazione di critica e pubblico fu divisa, mi turbò moltissimo. Quando poi tornammo con Hungry Hearts ci fu una bellissima accoglienza e feci pace con l’esperienza più faticosa dei Numeri primi. Poi ho fatto il presidente della giuria Opera prima cinque anni fa. Ma la Venezia da giurato, questa volta, con questa selezione e senza la  tensione di un film mio da presentare, è stata proprio una vacanza, un privilegio, forse la volta in cui ho potuto anche divertirmi". 

Quando scelse Adam Driver per “Hungry Hearts” era poco conosciuto, cosa vide in lui?

“L'autenticità. Ha uno scopo artistico che va oltre lo star system, le sue scelte hanno un sapore europeo. Questo lo rende completo. Conosce il sistema americano, è un grande attore americano nel suo approccio alla recitazione ma conserva un'ambizione che va oltre Hollywood. Questo lo rende unico. Siamo rimasti grandi amici, siamo andati da lui a Roma mentre girava Gucci. Ormai è parte della famiglia, un fratello”.