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Mostra di Venezia 2022, Alberto Barbera: "Troppi soldi, poca qualità. Il nostro cinema rischia"

Presentata l'edizione numero 79 della rassegna, in calendario dal 31 agosto al 10 settembre. Il direttore: "C'è fretta di intercettare le risorse e sopravvivere alla crisi e si punta su quel che si ha sottomano. Una sceneggiatura ha bisogno di tempo". Previsti focus sull'Ucraina " e sui paesi in cui è a rischio la libertà d'espressione"
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Cinque italiani in gara e una miriade di altri sparsi nelle sezioni di Venezia 79, una Mostra che s’annuncia ricca di temi, film, autori, divi. Gianni Amelio e il caso Braibanti, in Il signore delle formiche la condanna per plagio che puniva la diversità, la vita di Chiara, che con Susanna Nicchiarelli non è più figura di sfondo sulla vita di San Francesco, gli adolescenti cannibali nel Midwest di Luca Guadagnino, The Bones and all, il ritratto di una donna che accudisce la madre terminale, Monica di Andrea Pallaoro, e quello di una famiglia in crisi nell’Italia dei Settanta, L’immensità, il ritorno di Emanuele Crialese. Ma il direttore Alberto Barbera raffredda gli entusiasmi.

L’anno scorso esaltava la grande qualità del nostro cinema.
«Sono stato fin troppo ottimista. Quest’anno il panorama è fatto di luci e ombre. I film selezionati sono ottimi, in qualche caso eccellenti. Ma nel complesso non mi pare ch…

Cinque italiani in gara e una miriade di altri sparsi nelle sezioni di Venezia 79, una Mostra che s’annuncia ricca di temi, film, autori, divi. Gianni Amelio e il caso Braibanti, in Il signore delle formiche la condanna per plagio che puniva la diversità, la vita di Chiara, che con Susanna Nicchiarelli non è più figura di sfondo sulla vita di San Francesco, gli adolescenti cannibali nel Midwest di Luca Guadagnino, The Bones and all, il ritratto di una donna che accudisce la madre terminale, Monica di Andrea Pallaoro, e quello di una famiglia in crisi nell’Italia dei Settanta, L’immensità, il ritorno di Emanuele Crialese. Ma il direttore Alberto Barbera raffredda gli entusiasmi.

L’anno scorso esaltava la grande qualità del nostro cinema.
«Sono stato fin troppo ottimista. Quest’anno il panorama è fatto di luci e ombre. I film selezionati sono ottimi, in qualche caso eccellenti. Ma nel complesso non mi pare che si sia investito sulla qualità. Sarà un fenomeno contingente ma il numero di produzioni di quest’anno è esorbitante rispetto al nostro mercato e alla capacità di assorbimento delle piattaforme. 250 titoli, cifre da anni Sessanta. Circola nel nostro Paese una quantità di denaro senza precedenti e per intercettare il flusso di risorse e finanziamenti si è prodotta una mole di film, lo dico a malincuore, molti dei quali al di sotto della qualità accettabile. C’è il rischio che si crei una bolla, destinata scoppiare nel momento cruciale del confronto con il pubblico. Lì rischiamo dolori».

Per anni si è detto che il cinema italiano aveva bisogno di investimenti, ora che sono arrivati mancano i talenti?
«Non lo dico io ma i produttori: oggi è più facile che mai accedere ai finanziamenti, il tax credit al 40 per cento è un richiamo straordinario, ci sono società straniere che aprono filiali da noi per accedere ai finanziamenti italiani. Investono anche privati che una volta stavano ben lontani dal cinema. Non sono i soldi che mancano, ma la fretta di intercettare una parte di queste risorse e di sopravvivere alla crisi della pandemia, continuare a tenere in piedi le società, tutti si sono buttati a produrre puntando in fretta su ciò che avevano sottomano, senza aspettare il tempo necessario allo sviluppo delle sceneggiature».

Barbera con il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto 

Quanti film ha visto dei 250 prodotti quest’anno?
«Più della metà. Le assicuro che non è ciò che ci si aspetta dal cinema italiano con la sua storia, la sua tradizione».

Quali sono il ruolo e il compito di un festival oggi? Cannes ha puntato su TikTok, ma ha schierato film poco appetibili a quel pubblico.
«La situazione dell’industria culturale non è chiara, siamo tutti in una fase sperimentale, noi, i produttori, le piattaforme. Venezia, lo dico con orgoglio, è il festival che più è riuscito a star dietro in modo veloce ed efficace alle trasformazioni in atto. Abbiamo la fortuna di non essere solo rivolti agli addetti ai lavori, il nostro pubblico negli ultimi anni è raddoppiato, quello dei giovani è in crescita costante. Lei ha ragione, bisogna produrre e portare ai festival i film giusti per loro, abbandonando criteri che hanno fatto il loro tempo, il cinema d’autore com’era concepito nella seconda metà del secolo scorso. Abbiamo aperto ai generi, all’industria, purchè avesse ambizioni autoriali. Anche le piattaforme, Netflix e Amazon, hanno bisogno della promozione specifica, il ruolo dei festival crescerà».

La Mostra ha condannato la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, l’arresto dei tre cineasti in Iran. Il cinema russo è assente, ci sono molti film iraniani. Che iniziative avete in mente?
«Dedicheremo una giornata all’Ucraina e ci sono tre film ucraini. Pieno sostegno ai tre registi iraniani arrestati (Panahi, Rasoulof, Al-Ahmad, ndr). Ma la selezione del film di Jafar Panahi non è un gesto politico, il suo arresto è venuto dopo, il film è stato scelto per la qualità. Voglio ricordare la produttrice turca Çigdem Mater, arrestata per aver progettato un documentario su Gezi Park. Assistiamo a un’impressionante recrudescenza di attacchi alla libertà di espressione. In modo esplicito e estremo, come in Iran e Turchia, o più subdolo: si parla poco della censura cinese, una cappa di piombo che impedisce agli autori di affrontare temi non graditi al partito. Succede in tanti paesi. Stiamo ragionando sulle iniziative più efficaci da mettere in campo durante la Mostra».