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Alejandro Iñárritu in concorso a Venezia con 'Bardo': "Raccontiamo storie per dare un senso alla vita"

Il regista premio Oscar torna con un film intimo, onirico e surreale su un documentarista messicano che torna in patria dopo anni di vita negli Stati Uniti. In corsa per il Leone è una riflessione sulla memoria, il successo, le radici, la famiglia
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"Il Messico non è un Paese ma uno stato mentale". Ventun anni dopo aver lasciato fisicamente quello stato il regista messicano Alejandro González Iñárritu premio Oscar ci ritorna cinematograficamente realizzando Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades, film in concorso a Venezia, sette anni dopo Revenant e i suoi tre Oscar. Un film intimo, onirico e surreale che il regista definisce "non strettamente autobiografico ma sicuramente di autofiction, ma oggi cosa non lo è? Stiamo realizzando che la realtà non esiste, che tutte le storie che raccontiamo sono il tentativo di dare senso alla vita, ma gli eventi che accadono vengono interpretati in base alla propria cultura, alle proprie idee, al proprio sistema nervoso. Evito l'autobiografia perché è noiosa, a chi importa della mia vita? Ho cercato però di identificare eventi, aneddoti, paure, sogni che mi hanno formato negli ultimi vent'anni da…

"Il Messico non è un Paese ma uno stato mentale". Ventun anni dopo aver lasciato fisicamente quello stato il regista messicano Alejandro González Iñárritu premio Oscar ci ritorna cinematograficamente realizzando Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades, film in concorso a Venezia, sette anni dopo Revenant e i suoi tre Oscar. Un film intimo, onirico e surreale che il regista definisce "non strettamente autobiografico ma sicuramente di autofiction, ma oggi cosa non lo è? Stiamo realizzando che la realtà non esiste, che tutte le storie che raccontiamo sono il tentativo di dare senso alla vita, ma gli eventi che accadono vengono interpretati in base alla propria cultura, alle proprie idee, al proprio sistema nervoso. Evito l'autobiografia perché è noiosa, a chi importa della mia vita? Ho cercato però di identificare eventi, aneddoti, paure, sogni che mi hanno formato negli ultimi vent'anni da quando ho lasciato il Messico".

(agf)

Migrante di prima classe

Sì perché esattamente ventun anni fa, proprio il primo settembre 2001, il regista lasciava il suo Paese per andare a vivere negli Stati Uniti. "Dopo aver realizzato Amores perros ho avuto possibilità per un anno di andare a lavorare lì e poi sono diventati vent'anni, ma sono un immigrato di prima classe, non sono certo lo stereotipo del migrante che abbiamo in testa, anche di migranti esistono varie classi, dagli esiliati politici a chi va via per bisogno, per fame o in cerca di lavoro. Io ho intervistato molti immigrati, sono stato in Sicilia e per due anni ho lavorato al progetto Carne y arena, per il quale avevo incontrato centinaia di migranti. Questa sensazione è all'origine del film quando si lascia il proprio Paese l'assenza ti rincorre ogni giorno. Il Messico non è un Paese ma uno stato mentale e questo vale per ogni Paese; con il tempo e la distanza questi stati mentali si dissolvono, la ricerca del film è l’interpretazione di questa assenza".

(agf)

Bardo, uno spazio tra la vita e la morte

Protagonista del film è Silverio (Daniel Giménez Cacho), noto giornalista e documentarista messicano che vive a Los Angeles. In attesa di ricevere un prestigioso premio internazionale che certifica il suo impegno nella ricerca della verità, Silverio è tornato a Città del Messico dove ricordi, sogni, incubi si mescolano a visioni che riguardano la sua storia, quella della sua famiglia, del suo Paese. Su tutto questo aleggia l'esperienza di un bambino che sceglie di non venire al mondo, che vuole tornare nella pancia della madre e che, come spiega il regista, viene dall'esperienza di aver perduto un figlio tanti anni fa, Luciano. "Nella tradizione buddista (nel 2012 il regista ha iniziato meditazione, ndr) il bardo è quello che rappresenta il limbo per i cattolici, uno spazio tra la vita e la morte che può portare al paradiso per i cattolici o alla rinascita per i buddisti. Per me è dove vivono questi personaggi quando le cose come le idee, i ricordi muoiono. Le cose si trasformano: io per esempio sono molto messicano per gli americani e molto americano per i messicani. Sono in una no man’s land, da immigrato non sei più né dentro né fuori".

Se la Baja California venisse comprata da Amazon

Scritto dal regista insieme a Nicolas Giacobone, il film - targato Netflix, che lo porterà nelle sale di tutto il mondo per poi ospitarlo in piattaforma dal 16 dicembre - è profondo ma anche leggero, ricco di momenti surreali e persino comici. Si immagina che il presidente messicano e quello statunitense abbiano stretto un accordo per permettere a Amazon di acquistare la Baja California. "Questa è una realtà che vivremo presto - commenta il regista - credo che le multinazionali oggi come oggi siano più ricche delle nazioni o di molte nazioni e in qualche modo potremo tornare al feudalismo. Oggi abbiamo multinazionali che assumono milioni di persone, praticamente una nazione, pensate a Walmart (la catena di negozi, ndr) che ha 3 milioni di impiegati, una città enorme. Ho cercato di giocare con l'umorismo, come quando racconto la guerra tra gli Stati Uniti e il Messico, ma utilizzando un tono che non è più amaro, piuttosto ridicolo, tra la stupidità e la trascendenza, ma più stupidità".

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Il successo è dolce e amaro

A 59 anni, dopo aver raggiunto il successo a Hollywood, fatto vincere la tanta attesa statuetta a Leonardo DiCaprio, Iñárritu si trova a fare una sorta di consuntivo. Nel film il padre del suo alter ego dice che il "successo va assaggiato, tenuto in bocca e poi sputato perché può avvelenare". "È una frase che diceva mio padre che ha avuto un complesso rapporto con il successo - spiega il regista che nella sua carriera ha vinto quattro Oscar, conquistato i festival internazionali da Cannes con Biutiful a Venezia con Birdman - per quello che mi riguarda il successo è stato dolce amaro. Lungi da lamentarmi perché sarei ridicolo ma se da un lato ti trovi in una posizione privilegiata e fortunata allo stesso tempo finisci per avere tanti obblighi e aspettative e con la sensazione che niente sia sufficiente. Il successo però ha un costo, hai dedicato a un lavoro - il cinema - che chiede molto fisicamente e intellettualmente più tempo che alla tua famiglia e come dice Silveiro nel film anche quando stai con loro il tempo va veloce e hai la sensazione che ti stia perdendo qualcosa. C'è un po' di rimpianto, invecchiando te ne rendi conto".

Interrompere un'emozione. Anche Fellini si può vedere in tv

A chi gli chiede che sensazione prova all'idea che il film da molti sarà visto a casa in tv, dove si può interrompere una sequenza, il regista risponde: "Sono grato a Netflix per la libertà che mi ha dato e perché farà uscire il film anche in sala. Io tutta la mia vita sono cresciuto vedendo il cinema d'arte e i grandi autori in tv: Bergman, Buñuel, Fellini li ho visti tutti in vhs di pessima qualità, e se dovevo andare in bagno interrompevo". E sull'innegabile omaggio, riferimento al nostro grande regista Iñárritu dice: "Non credo che esista un regista che non sia stato influenzato da Fellini come non esiste musicista che non sia stato contagiato da Mozart. È l'essenza del cinema come Luis Buñuel o Alejandro Jodorowsky, maestri che ci hanno aiutato a capire come il cinema e il sogno abbiano la stessa essenza, un processo trasformativo che cambia il tuo inconscio. Spero che San Fellini mi abbia protetto in qualche modo".