Dopo le (eccessive) chiacchiere circolate sui media nei giorni di vigilia, arriva sugli schermi del Lido L’immensità di Emanuele Crialese. E gli equivoci, si spera, hanno fine: il film NON parla di una “transizione di genere”, come si deve dire oggi per essere politicamente corretti. Parla di una ragazzina che, nell’Italia degli anni 70, si sente un maschio e vorrebbe essere un maschio – tanto che, pur chiamandosi Adriana, quando le chiedono “come ti chiami?” risponde “Andrea”. Ma che alla fine del film – e questo è uno spoiler, lo sappiamo, ma in questo caso è indispensabile – è ancora una ragazzina. Cosa accadrà nel suo futuro? Lo deciderete, con la vostra immaginazione, voi spettatori. E che cosa è accaduto nella vita di Emanuele Crialese, il regista che oggi ci racconta la storia di Adriana/Andrea? Ve lo racconterà lui, se e quando ne avrà voglia.
Risolte le questioni, diciamo così, “extrafilmiche” bisognerebbe attenersi al testo, cioè al film, e dire finalmente com’è, L’immensità: film atteso non solo per tutto ciò di cui abbiamo appena parlato, ma anche perché Crialese non faceva film da 11 anni, da Terraferma (pure in concorso a Venezia). E pur avendo 57 anni ha diretto solo cinque lungometraggi: Once were strangers (1997), Respiro (2002), Nuovomondo (2006) e i due appena citati. È quindi un cineasta “raro”, che si prende i suoi tempi. E forse L’immensità si è caricato di fin troppi significati, finendo per essere meno riuscito dei precedenti. Come si diceva, è la storia di Adriana, primogenita (con un fratellino e una sorellina) in una famiglia benestante della Roma anni 70. La madre (Penélope Cruz, spagnola anche nella finzione) è una donna dolce, empatica, ipersensibile. Il padre (Vincenzo Amato) è un uomo assente, freddo, forse violento – e tradisce la moglie in modo compulsivo. A disagio nell’ambiente familiare, Adriana trova sollievo quando, uscendo di casa, attraversa un canneto che per i genitori è un luogo “proibito” e si ritrova in una sorta di baraccopoli dove una bambina povera – alla quale fa credere, appunto, di essere “Andrea”, un maschio – diventa la sua unica amica.
Il film segue un anno scolastico di Adriana ma non ha nulla di “narrativo”, non ha veri sviluppi psicologici. Crialese – fin da Respiro, il bellissimo film che lo rivelò – è cineasta che lavora su personaggi e atmosfere, non su storie. Non è un narratore, è un visionario – potremmo dire un “poeta”, parola assai pericolosa. Molto azzeccato finché si concentra sul rapporto figlia-madre, grazie anche alle intense prove di Penélope Cruz e della giovanisima Luana Giuliani, L’immensità è più stereotipato nella descrizione della famiglia paterna, borghese e tradizionale, e rischia grosso quando spinge le due attrici a “trasformarsi” in icone della musica e della tv del tempo quali Raffaella Carrà, Patty Pravo, Adriano Celentano e Johnny Dorelli. Lì, il kitsch è in agguato: ma forse è proprio ciò che Crialese voleva, per rendere il film ancora più “pop” e ancora più estremo.
L'IMMENSITÀ
Di Emanuele Crialese
3 stelle su 5