'Blonde', la recensione: nel film, come nella vita di Marilyn, il disastro è in agguato
di
Alberto Crespi
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di Alberto Crespi
Il regista Andrew Dominik ripercorre - con molte licenze - la vita della diva e le sue molte sventure
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Blonde, tratto dal libro di Joyce Carol Oates, è un film straordinariamente “interessante”. I vecchi cronisti di cinema potrebbero dirvi che “interessante” non è necessariamente un complimento. Infatti Blonde merita di essere visto, ma è tutt’altro che perfetto. Come tutti sanno, è la vita (molto romanzata) di Marilyn Monroe.
Si parte da quando la piccola Norma Jeane ha 7 anni e vive con la madre psicologicamente fragile e si percorre la sua carriera, sottolineando ripetutamente la nostalgia, e la disperata ricerca, di una figura paterna. Non a caso nel film Norma/Marilyn chiama “daddy”, “papà”, sia Joe Di Maggio sia Arthur Miller, i suoi due mariti più famosi. Non c’è traccia del primo marito, James Dougherty, mentre si indugia molto su un presunto triangolo erotico con i figli omonimi di due divi, Charles C…!-->!-->
Blonde, tratto dal libro di Joyce Carol Oates, è un film straordinariamente “interessante”. I vecchi cronisti di cinema potrebbero dirvi che “interessante” non è necessariamente un complimento. Infatti Blonde merita di essere visto, ma è tutt’altro che perfetto. Come tutti sanno, è la vita (molto romanzata) di Marilyn Monroe.
Si parte da quando la piccola Norma Jeane ha 7 anni e vive con la madre psicologicamente fragile e si percorre la sua carriera, sottolineando ripetutamente la nostalgia, e la disperata ricerca, di una figura paterna. Non a caso nel film Norma/Marilyn chiama “daddy”, “papà”, sia Joe Di Maggio sia Arthur Miller, i suoi due mariti più famosi. Non c’è traccia del primo marito, James Dougherty, mentre si indugia molto su un presunto triangolo erotico con i figli omonimi di due divi, Charles Chaplin jr e Edward G. Robinson jr. La vera Monroe conobbe entrambi i giovani attori, che tentavano inutilmente di ricalcare le carriere paterne, ma il triangolo è quasi sicuramente un’invenzione e contribuisce a fare di Blonde una riflessione molto amara sui figli abbandonati o comunque disagiati dello star system hollywoodiano. D’altronde Joyce Carol Oates ha sempre definito il suo Blonde un libro di fiction.
a cura di a cura della redazione Spettacoli, a cura di redazione spettacoli
Nota a margine: se un film americano racconta con abbondanti invenzioni la vita di un’attrice nessuno fa un plissé, se un film italiano si prende qualche licenza poetica con la vita e il processo di un intellettuale scoppia un caos inenarrabile (sì, stiamo parlando di Il signore delle formiche di Gianni Amelio).
Il regista Andrew Dominik con Ana de Armas (agf)Blonde – il film – alterna cose bellissime e cose ridicole. Tra le prime va messa la prova di Ana de Arnas, un’attrice cubana miracolosamente capace di incarnare Marilyn senza farla rimpiangere; e l’incredibile cura filologica nel ricostruire gli abiti e le foto più famose della diva. Tra le seconde, alcuni truci esempi di psicoanalisi da romanzo rosa, come il feto che durante la seconda gravidanza di Marilyn (la diva, purtroppo, ebbe due aborti) “parla” alla futura mamma con una vocina di cartone animato sussurrandole “non mi ucciderai una seconda volta, vero”. Ma non c’è da stupirsi: quando Hollywood tenta di fare Dostoevskij e Cechov (abbondantemente citati nei dialoghi) il disastro è sempre in agguato.
dalla nostra inviata Arianna Finos, dalla nostra inviata Arianna Finos
Una riflessione, anch’essa, a margine: costato 22 milioni di dollari, il film andrà su Netflix il 28 settembre: prima o poi sarà interessante capire se questi film così dispendiosi (come il Bardo di Inarritu e White Noise di Baumbach) hanno davvero un ritorno, per la piattaforma, o se rischiano di portarla alla rovina.