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In viaggio con Franco Nanni, ricordi di una Lazio romantica e vincente

Da Roma a Milano e ritorno per una partita tra vecchie glorie giocata come fosse ancora il campionato del '74
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ARRIVO in macchina e lo vedo. E' appoggiato ad un muro della stazione e sfoglia velocemente il Corriere dello Sport. Ci incontriamo per la prima volta ma lo riconosco immediatamente. Parcheggio, scendo e cammino nella sua direzione, non mi conosce, sono a circa quindici metri da lui quando alza lo sguardo verso di me che continuo ad andargli incontro deciso. Mi guarda, io gli sorrido e capisce.

"Ma non si doveva partire alle nove?" chiede con il suo inconfondibile toscano romanizzato. Ho in mano il cellulare, guardo l’ora, sono le otto e quarantasette. Il viso è rude e abbronzato, sicuramente passa ancora diverso tempo sul campo, la stretta di mano è decisa, l’abbigliamento non ricercato, è evidente che non bada molto alla forma, almeno in questo ci somigliamo.

Lui è Franco Nanni, classe ’48, campione d’Italia 1974, centrocampista titolare di una delle squadre più folli che calcarono i campi della serie A. Un m…
ARRIVO in macchina e lo vedo. E' appoggiato ad un muro della stazione e sfoglia velocemente il Corriere dello Sport. Ci incontriamo per la prima volta ma lo riconosco immediatamente. Parcheggio, scendo e cammino nella sua direzione, non mi conosce, sono a circa quindici metri da lui quando alza lo sguardo verso di me che continuo ad andargli incontro deciso. Mi guarda, io gli sorrido e capisce.

"Ma non si doveva partire alle nove?" chiede con il suo inconfondibile toscano romanizzato. Ho in mano il cellulare, guardo l’ora, sono le otto e quarantasette. Il viso è rude e abbronzato, sicuramente passa ancora diverso tempo sul campo, la stretta di mano è decisa, l’abbigliamento non ricercato, è evidente che non bada molto alla forma, almeno in questo ci somigliamo.

Lui è Franco Nanni, classe ’48, campione d’Italia 1974, centrocampista titolare di una delle squadre più folli che calcarono i campi della serie A. Un manipolo di pazzi che riuscì nell’impresa di buttare il cuore, lo stomaco e le sue mille contraddizioni oltre l’ostacolo. Un mediamo abbastanza tecnico per gli standart del tempo, Nanni iniziò nelle giovanili della Juventus come esterno e successivamente venne prelevato dalla Lazio dove restò sei anni. Rimase nel cuore e negli occhi della gente laziale per la sua 'tigna' e per un gol decisivo in un derby, vinto appunto uno a zero, dove calciando da lunga distanza mise la palla decisiva all’incrocio dei pali. 
Partiamo da Roma destinazione Milano dove parteciperemo a una festa-raduno in cui troveremo calciatori della Lazio di diversi periodi storici.  Questa è la settima edizione ma sia io che lui andiamo per la prima volta. E’ un tipo molto loquace e questa è una piacevole sorpresa, non dovremo chiedergli niente, non sarà necessario, a breve diventerà un fiume in piena ed io resterò rapito dai suoi racconti di vecchie ed epiche partite, alcune delle quali impresse in maniera indelebile nei miei ricordi di bambino e altre lette o sentite raccontare da mio padre. Viaggiamo in tre, in macchina con noi c’è anche Maria Paola Felici, speaker radiofonica e grande laziale. Nanni racconta e noi lo ascoltiamo assetati: i retroscena delle partite decisive, i rapporti con gli altri calciatori, i momenti incancellabili delle vittorie, i volti, le immagini, le voci distanti ma sempre presenti. Storie raccontate decine di volte, stralci di una parte di vita indimenticabile, momenti che lo hanno consacrato insieme agli altri “ragazzi” nella leggenda, che lo hanno reso immortale nell’immaginario di noi laziali DOC, foto lontane ma mai sbiadite, mai completamente dimenticate, foto messe in un cassetto che periodicamente pretende di essere riaperto.
Nanni (al centro con il pallone) nella Lazio scudettata del 1974 
Franco non si sofferma soltanto sui racconti del campionato 73-74, quello vinto, i suoi demoni lo obbligano a raccontarci la sconfitta più cocente della sua carriera da calciatore. Evidentemente ancora non riesce a metabolizzarla nonostante siano passati più di quarant’anni e nonostante l’anno successivo quella squadra vinse il primo storico scudetto della sua storia. Siamo ormai all’altezza di Bologna ed Il cassetto che Franco Nanni ci invita a condividere con lui è quello relativo alla stagione 1972-1973. Un anno iniziato con l’obiettivo salvezza ma che poi incredibilmente si trasforma in un campionato giocato oltre ogni aspettativa, tanto che prima dell’ultima giornata la classifica mostra il Milan primo a 44 punti, con la Juventus ed appunto la Lazio a seguire con 43 punti. Dopo un preambolo introduttivo la voce di Nanni diventa in qualche modo più profonda ed i suoi continui intercalare molto più vividi e dettagliati: “All’ultima il Milan avrebbe giocato in casa di un Verona senza stimoli, i rossoneri chiesero invano di poter posticipare la gara visto che il mercoledì precedente avevano giocato e vinto una combattuta finale di Coppa delle Coppe contro il Leeds. La Juventus sarebbe scesa in campo all’olimpico contro una Roma che chiaramente non aveva nessuna intenzione di farci un favore mentre noi eravamo attesi da una complicata trasferta in casa di un Napoli che aveva ancora il dente avvelenato a causa della partita d’andata che si era conclusa con un acceso diverbio tra Giorgio e Vavassori”.

Nanni era seduto da solo al centro del sedile posteriore, Paola era voltata verso di lui, io lo guardavo dallo specchietto. “Che tipo di diverbio?” Chiese Paola.  Franco alzò gli occhi al cielo, credo che personalmente non condividesse: “E che tipo di diverbio? L’aveva preso a pugni”. Poi continuò: “ Venimmo accolti al San Paolo da bande di scalmanati che lanciarono di tutto contro il nostro pullman, rompendo i vetri e ferendo anche il nostro autista. Eravamo un gruppo tosto e questo invece di intimorirci ci caricò ulteriormente.  In realtà eravamo pronti alla battaglia ma non pensavamo ci si presentasse l’occasione di vincere la guerra.  Ricordo che prima dell’inizio delle gare nessuno di noi aveva molte aspettative riguardo l’esito della partita di Verona, invece alla fine del primo tempo ci trovammo proprio nella situazione che non avevamo neanche osato sperare.

Vantaggio per tre a uno del Verona sul Milan e di uno a zero della Roma sulla Juventus, questi i risultati alla fine dei primi quarantacinque minuti, la nostra è una gara molto cattiva e nervosa che si chiude senza gol”. I ricordi riaffiorano, Franco ha una naturale predisposizione al racconto che il suo parlare schietto rende diretto e avvincente: “Ricordo che rientrammo negli spogliatoi abbastanza confusi, il primo tempo era stato duro ma la speranza era un toccasana per le nostre energie. Eravamo primi a pari punti con il Milan e vincendo li avremmo addirittura scavalcati e se la Juventus non avesse ribaltato la gara dell’olimpico…  Purtroppo non eravamo abituati a gestire situazioni del genere. La carica agonistica e l’adrenalina ci rendevano furiosi ma poco lucidi. Maestrelli faceva quello che poteva ma il nostro era uno spogliatoio a dir poco controverso, molto portato al fare cazzate.  Io non mi accorsi di niente ma, leggenda racconta che, visti i risultati, uno di noi decise all’insaputa di Maestrelli di andare a parlare con i suoi ex compagni per cercare un accordo per ammorbidirli. Infatti si recò nello spogliatoio del Napoli dove gli rivelarono quello che avevamo previsto: “Spiacenti, siete arrivati secondi: qualcun altro ha già pensato a prometterci un premio se vi battiamo“.

Giorgio come sempre tentò di caricarci: “ Non serve, nel secondo tempo gli rompiamo il c…“.  Era bravo a raccontare, le sue pause erano sceniche e le frasi ad effetto sicuramente un copione ormai imparato a memoria. A quel punto abbassò gli occhi solo per un’istante, oltre il quale proseguì: “Ma purtroppo non servì a niente. Come sempre la vecchia signora si era mossa in anticipo forte delle proprie amicizie e possibilità economiche, in seguito venimmo a sapere che oltre al Napoli aveva per così dire 'incentivato' anche il Verona e la Roma. Nel secondo tempo, mentre noi ci azzannavamo contro una squadra motivata, si concretizzò la 'minestra'. il Milan perse, la Juventus segnò due gol ad una Roma consenziente e noi venimmo battuti a pochi minuti dalla fine da un gol del giovane Damiani.  Quando l’arbitro fischiò la fine tutto lo stadio San Paolo urlava 'JUVE-JUVE' ”.  Giorgio era imbestialito e come sempre cadde nella provocazione rispondendo a chi lo fischiava mostrando il gesto delle corna”.
Chinaglia e Wilson dopo la sconfitta della Lazio con il Napoli al San Paolo nell'ultima giornata del campionato 1972/73 
Lo guardo e noto ancora che quando parla di alcuni atteggiamenti di “Giorgio” lo fa con un certo fastidio, infilandosi le labbra in bocca. “Del dopo partita ricordo poco, ero distrutto, tornai nello spogliatoio dove scaricai la tensione in un rabbioso pianto liberatorio.  Giorgio mi vide e mi ammonì: 'Non piangere, non dargli questa soddisfazione. Vedrai che un giorno ci vendicheremo, giuro che lo faremo' ".

Stavolta no, stavolta ne parla sorridendo. “Alzai lo sguardo e lo guardai, era sconfitto ma incazzato come me. Aveva ragione lui, ci avevano ferito ma reso più forti e l’anno dopo lo avremmo dimostrato". Proprio a Napoli, nel 1974, la Lazio avrebbe strappato un 3-3 epico e determinante per la conquista dello scudetto, con una tripletta di Chinaglia che trasformò i fischi del San Paolo in applausi a scena apetta. Gli occhi si accendono mentre racconta quest’epilogo, aver fatto parte di quella squadra è stato l’orgoglio della sua vita. Un gruppo di perdenti che non accettano la loro sorte ed hanno la tigna di sovvertirla anche solo per una volta. Il tifoso laziale li ha amati proprio perché si riconosceva pienamente in essi. Per entrambi è stata la prima, agognatissima volta e come tutte le prime volte non si scorderà mai.

Giungiamo a Milano nel primo pomeriggio, una rapida sortita in albergo e poi ci dirigiamo al circolo sportivo dove si svolgerà l’evento. Il programma prevede un triangolare di calciotto nel tardo pomeriggio e successivamente una cena-rimpatriata. Appena arrivati Nanni incontra alcuni dei suoi vecchi compagni. Sono ragazzi di oltre sessant’anni che in alcuni casi non si vedono da tempo, magari distanti per spirito, carattere, tipo di vita condotta. Uomini diversi ma che hanno vissuto insieme un grande sogno e soprattutto che hanno combattuto insieme le stesse battaglie, che hanno lottato fianco al fianco per vincerle. Questo li terrà inevitabilmente uniti per sempre, è una cosa che appare lampante vedendoli abbracciarsi ed in seguito ascoltandoli raccontarsi i ricordi in comune o rinfacciarsi dopo quarant’anni una palla non data o un passaggio sbagliato. Sono bellissimi, un omaggio al romanticismo, un inno alla vita, il tempo di conoscerli e mi allontano, voglio lasciarli soli, mi sento decisamente di troppo.

Finiti i convenevoli ci iniziamo a cambiare, Nanni è vicino a me ed inizia a farsi stranamente silenzioso, mi renderò conto da lì a poco che è entrato in clima partita e che non importa se l’incontro di cui parliamo è un’amichevole rimpatriata tra vecchie glorie, per lui è sempre e comunque una partita da giocare al meglio e possibilmente da vincere. Questa è la cosa che mi colpisce maggiormente di questo vecchio leone, non ammettere distrazioni o cali di tensione, mai.
Nelle due piccole gare da trenta minuti che disputiamo riesce ad incazzarsi ed a pretendere il massimo anche da chi come me ha la soglia di quel “massimo” veramente bassa. E’ in una sorta di trance agonistica da cui non riesce a sottrarsi e che me lo rende se possibile ancora più simpatico. In campo riemerge tutta quella “rabbia” che nella vita di tutti i giorni non può esprimere, indossando i suoi scarpini torna a riempirsi di vitalità fino ad immaginare di esser tornato quello di un tempo, lo guardo e capisco tante cose.

Ricordo quei momenti come un sogno, corro a vuoto per un ora toccando pochissimi palloni, la differenza tecnica e tattica è enorme ed evidente, all’inizio cercano di non farmelo pesare e mi passano anche qualche pallone, quando invece la partita entra nel vivo divento un fantasma, uno spettatore in campo; mi sento stupido ma felice.

Intorno alle nove inizia la cena e le chiacchere con i ragazzi che hanno indossato la nostra maglia nei diversi periodi storici. Ogni volto mi ricorda una partita, ogni nome rievoca un pomeriggio allo stadio, ogni stretta di mano è una goccia che contribuisce ad alimentare la mia lazialità. Tornando in albergo Nanni mi chiede: "Partiamo presto domattina? Vorrei essere a Roma nel primo pomeriggio". Ho degli impegni anch’io: "Va benissimo, ci vediamo alle sette e trenta?". "Non esageriamo, va bene anche alle otto". Sorride. Per me è perfetto, la chiudo lì: "Ok, alle otto".

La mattina esco dalla mia stanza per fare colazione alle sette e trenta, lui è seduto nella hall con la sua borsa, mi vede e mi comunica: "Sono qui da mezz’ora, ho già fatto colazione". Ieri mi avrebbe spiazzato, oggi neanche tanto: "Mangio una cosa, aspettiamo Paola e partiamo". "Fate con comodo" risponde. Iniziato il viaggio di ritorno ci rendiamo conto che l’ex calciatore è rimasto alla festa della sera prima e che in macchina con noi è salito l’uomo Nanni. Concreto, vero, disilluso ma ancora pieno di entusiasmo quando parla degli adolescenti che allena e che soprattutto tenta di formare caratterialmente, quando si rammarica per alcuni di loro che hanno buttato il loro talento, quando si incazza ancora per un derby giovanissimi perso anni prima, quando ci confessa la sua voglia di allenare e la certezza di poter dare ancora tanto, quando nonostante la malinconia lascia trasparire la sua voglia di non arrendersi mai.

Siamo quasi arrivati quando ci confessa che gli piacerebbe scrivere un libro: "Se sapessi farlo - dice ironico - lo intitolerei: Franco Nanni, l’antiromanista". Mi volto e lo guardo, parla seriamente.